sabato 9 agosto 2025

La celata bellezza degli incompresi

Li chiamano matti. Ma forse sono solo anime vaste, imprigionate in menti ferite da un mondo troppo stretto per contenerle e incasellarle in un ruolo già previsto.

Se andiamo un pochino oltre l'apparente vaneggiamento squinternato che emerge a una prima lettura di ciò che scrivono, si intravvede un universo singolare. E interessante a mio avviso. Vero e incredibilmente vivo.

Il segreto, secondo me, è nel sospendere il giudizio per scoprire il cuore, l'anima scomposta di una donna o di un uomo di strada che forse vede certe incoerenze dei cosiddetti normali, meglio di noi "ben pensanti".

Sospendere il giudizio.

E se lo facessimo anche con tutti gli altri? Coi colleghi, coi condomini, con quei parenti che ci stanno proprio sulle balle…

Con chi non capiamo, chi ci urta...

Forse saremo tutti un po' meno soli e il cuore, finalmente, troverebbe pace.

venerdì 8 agosto 2025

Quei momenti veri in cui non servono notifiche

Sul tavolo solo le carte da gioco, ordinate con cura per una partita a pinnacolo. Un mazzo coperto da cui pescare e una pila di scarti in un angolo. Davanti a noi — padre e figlia — una distesa di tris e scale: i nostri preziosi “pinnacoli”, piccoli bottini con cui ci sfidiamo a colpi di strategia e fortuna.

A raccontare la partita, un blocco rigorosamente cartaceo: il punteggio parla chiaro. La generazione Z trionfa sulla X.  "Ecco!" - cinguetta la figlia ventenne intanto che impila l'ennesima scala con tanto di jolly doppio, aggravando la mia situazione già precaria.

Mentre arranco con i miei 525 punti lei, con i suoi 890 fischiotti, mi guarda di sbiego sorridendo con aria trionfante. Sogghigna. Mi provoca. Mi sbeffeggia con la tenerezza di chi sa di averla vinta — per ora. Ma io non mollo. Studio le mosse, cerco spiragli, resto in partita con l’unico obiettivo: uscirne con un po’ di onore... o almeno con una buona scusa.

I cellulari? In un’altra stanza. Dimenticati. Perché in certi momenti, quelli veri, non servono notifiche, messaggi o schermi. Bastano delle carte, due risate, uno sguardo complice… e il tempo che si ferma, insieme.

Ogni tanto, spegnere tutto è il regalo più bello che possiamo fare a chi amiamo. Le connessioni più autentiche non hanno bisogno di Wi-Fi.

Spoiler: il "boomerone" anzi, il gen-x ha vinto. Per una manciata di punti. Ma il vero tesoretto lo ha vinto la serata: zero notifiche, cento risate e prese in giro. I cellulari? Ancora in un’altra stanza. E noi, a letto con il sorriso.

mercoledì 6 agosto 2025

Un filtro sporco, che nessuno ci ha insegnato a pulire

Non ci sono nato. Con le notifiche intendo. E con quell’imperativo silenzioso che ti spinge a controllare il telefono per messaggi, social, e-mail, lavoro, svago, informazioni, prenotazioni, acquisti… E ancora notifiche, notifiche, notifiche.

Ma quando è cominciato tutto?

Era l’autunno del 2009. A casa di amici mi pavoneggiavo con le e-mail sempre a portata di mano, grazie al mio fiammante BlackBerry Curve 8520 — quello col tastierino qwerty, per intenderci.

“Io le ricevo con la notifica push, mica devo andarle a scaricare...” dicevo, ignaro del piano inclinato su cui già mi ero adagiato. E su cui, lentamente, cominciavo a scivolare. Come una pelle d’orso. Morta.

Pochi mesi dopo, mio padre — più tecnologico di me, da sempre — mi parlava entusiasta di un’app che permetteva di messaggiare gratis con qualsiasi smartphone. Non solo tra quelli che avevano tanti tastini e il logo con la mora.

Il mese successivo, sul mio telefono c’erano le app di Facebook e Twitter che bippavano ogni due per tre.
Bevevo il caffè, ma avevo smesso di parlare col barista e con i soliti volti familiari.
Ero già disconnesso, rapito dallo scrolling compulsivo.

Era una novità. E io non facevo nulla per fermarla.
Anzi, mi sentivo moderno, aggiornato, in linea coi tempi, figo.
Ma anche… stanco.
E sotto sotto lo sapevo: qualcosa stonava.

Sono passati quasi quindici anni, ma quella sensazione di stress, di sovraccarico di informazioni, è ancora lì. Viva.
E il mio cervello si sentiva come un filtro sporco.

Non è mai passata.
Ho solo imparato a conviverci.
Ho fatto l’abitudine alla sovrastimolazione.
A contenere un filtro sporco, senza mai chiedermi davvero come pulirlo. O cambiarlo.

Non ti dico di spegnere tutto da un giorno all’altro, come ho fatto io (anche se, lo ammetto, è stato liberante).
Ma non ti capita mai, ogni tanto, di sentire il bisogno di una vacanza da quella cascata costante di bit che ti piove nella testa, ogni singolo giorno?

lunedì 4 agosto 2025

Un angolo da amare anche quando il mondo non ti vede

Tra le tante anime invisibili che orbitano attorno al Cupolone, c’è una donna che dorme sulla rampa disabili di Santa Maria in Traspontina.

È come se un committente anch’egli invisibile — forse annidato nella sua testa, nel cuore, o chissà dove — le avesse affidato una missione silenziosa: mantenere sempre fresco un piccolo omaggio floreale in un punto preciso della facciata della chiesa.

Ogni mattina, con la dedizione meticolosa di una vedova che lucida la lapide dell’amato, lei cura quell’angolo con una grazia ostinata.

Pulisce, rassetta, lava, risciacqua. E soprattutto, fa in modo che non manchino mai dei mazzolini di fiori freschi. Mai. Dove li prende se sta sempre lì?

Quando ritiene che sia tutto a posto, allarga il suo raggio d’azione: raccoglie lattine, bottiglie, resti lasciati dai pellegrini che, alleggeriti nello spirito, hanno abbandonato anche il rispetto.

Ed ecco che nasce un pensiero. 

Le donne, anche quando sono ferite al punto da non riuscire più a prendersi cura di sé, conservano comunque un angolo da accudire, da amare.

Questa invisibile, scesa dalla giostra della società per chissà quale indicibile dolore, continua a tenere in piedi quel pezzettino di mondo che, un quadratino alla volta, riesce a trasformare in "casa".

Nessun post, nessun like. Solo un gesto ripetuto, ogni giorno, che dà senso a un angolo dimenticato.

E se il senso di tutto fosse nello scegliere un angolo, piccolo ma nostro, da custodire con amore contro il disordine del mondo?

sabato 2 agosto 2025

L'uomo che disse no all'Apocalisse

È il 26 settembre 1983. Il Colonnello Stanislav Petrov, ufficiale dell’Armata Sovietica, è di turno al centro di comando incaricato di monitorare i dati inviati dai satelliti spia.

Il suo compito è chiaro: in caso di attacco, deve segnalare immediatamente l’allerta ai superiori, che avrebbero risposto con un contrattacco nucleare.

Alle 00:14, il sistema rileva qualcosa di agghiacciante: un missile balistico intercontinentale lanciato dal Montana (USA) e diretto verso l’URSS. Poi altri quattro. Tutti con la stessa traiettoria.

Petrov guarda i dati. Sa cosa dovrebbe fare. Ma non lo fa. Non si fida del sistema satellitare.

Più tardi racconterà: "Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione." E aggiunge: "Forse ho deciso così perché ero l’unico ad avere una formazione civile."

Petrov non trasmette l’allarme ai suoi superiori. E con quella decisione, salva il pianeta.

Ora chiediti: e se al suo posto ci fosse stato un militare addestrato a obbedire senza discutere? O peggio ancora… un’intelligenza artificiale?

Oggi sei vivo anche grazie al Colonnello Stanislav Petrov. Alla sua coscienza. Alla sua capacità di leggere la complessità, di interpretare i dati, di dar retta a quel quid impalpabile che viene chiamato in tanti modi (intuito, spirito...), che non si può misurare, ma che ha dato prova di poter salvare l'umanità.

Speriamo (e preghiamo se abbiamo fede) che i "Petrov" di oggi sappiano trovare dentro di sé quello stesso discernimento e coraggio, per evitare che un errore possa trasformarsi in una catastrofe senza ritorno.

venerdì 1 agosto 2025

Effatà: il messaggio che non ti aspetti sul silenzio digitale

📱 “Iperconnessi ma isolati”: più o meno così Papa Leone, mercoledì scorso, ha aperto l’udienza generale con una riflessione potente e attualissima sui social media.

Le sue parole arrivano dritte al punto:

"Viviamo in una società che si sta ammalando a causa di una “bulimia” delle connessioni dei social media: siamo iperconnessi, bombardati da immagini, talvolta anche false o distorte. Siamo travolti da molteplici messaggi che suscitano in noi una tempesta di emozioni contraddittorie..."

In questo caos digitale, cresce il desiderio di spegnere tutto, di chiudersi nel silenzio. Ma il rischio è di perdere anche il contatto con chi ci è vicino:

"Anche le nostre parole rischiano di essere fraintese e possiamo essere tentati di chiuderci nel silenzio, in una incomunicabilità dove, per quanto vicini, non riusciamo più a dirci le cose più semplici e profonde."

💡 E qui il Papa propone un’alternativa. Racconta di Gesù che si avvicina a un uomo muto. Non parla subito. Prima lo incontra, lo incontra davvero, lo tocca, lo ascolta.

"Gli offre prima di tutto una prossimità silenziosa, attraverso gesti che parlano di un incontro profondo: tocca le orecchie e la lingua di quest’uomo" e poi dice: "Effatà!" – Apriti.

Ecco il messaggio forte:

«Apriti a questo mondo che ti spaventa! Apriti alle relazioni che ti hanno deluso! Apriti alla vita che hai rinunciato ad affrontare!»
Perché chiudersi, in fondo, non è mai una vera soluzione.

🎧 Se il cellulare e i social ci stanno togliendo tempo, emozioni e incontri reali, trasformandoci in scrollatori seriali, forse è il momento di fare un passo indietro.

Non per sparire. Ma per riaprire il cuore. Alle persone, alla realtà, a Dio — se ci credi.

Perché siamo sempre connessi, ma ci incontriamo sempre meno.

🔌 E se andassimo contro corrente provando a... scollegarci un po’ per incontrarci davvero?

-§-§-§-

P.S. Qualunque sia il tuo credo, che rispetto, queste parole mi sono sembrate troppo vere per non condividerle.
📄 Fonte: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/audiences/2025/documents/20250730-udienza-generale.html

martedì 29 luglio 2025

Cose che succedono mentre aspetti il verde

Una volta, quando ci fermavamo al semaforo, l’istinto era girare la testa e dare un’occhiata a chi si era fermato accanto.

Un sorriso, un'occhiata, magari un'occhiataccia se indugiavamo un po' troppo su un bel paio d’occhi femminili. Ma in ogni caso, c’era un contatto. Una connessione tra sconosciuti.

Oggi la sequenza è un’altra: scatta il rosso, freni, sblocchi lo schermo, abbassi lo sguardo, sparisci nel vortice sterile e scintillante del minischermo. E magari ti sorprendi se qualcuno — come me — strombazza quando il verde è già passato e tu resti lì, imbambolato.

E per un pedone che aspetta il suo turno? Stessa scena. Stesso capo chino...

Settantacinque anni fa lo scrittore americano Kurt Vonnegut scrisse una novella intitolata Harrison Bergeron.

Narrava un futuro distopico, in cui il governo controllava il libero pensiero stabilendo la libera uguaglianza. Chiunque desse segno di una maggiore abilità e intelligenza, doveva essere ricondotto nella media.

Come "normalizzare" il divergente? Lo si obbligava a indossare un dispositivo all'orecchio che emetteva un segnale acustico ogni venti secondi. Un segnale sempre diverso, talvolta interessante. L'obiettivo? Interrompere il pensiero prolungato affinché non traesse profitto dalla propria intelligenza.

Interrompere il pensiero prolungato…

Interrompere. Il pensiero. Prolungato.

Era il 1961. Tre generazioni fa. All’epoca sembrava solo un innocuo racconto di fantascienza.

Pensate.

Un dispositivo sempre con noi... Che interrompe il pensiero prolungato.

Vi ricorda qualcosa?

Forse la fantascienza era solo cronaca in anticipo. Oggi non ci serve un tiranno. Basta una distrazione attraente e breve, sempre più breve. Non imposta da un dittatore, ma offerta da multinazionali fameliche. E così seducente da essere scelta, e scelta e scelta, fino a quando non riesci più farne a meno.

Rialza lo sguardo. Riconquista qualche minuto di attenzione. È il primo passo per riprenderti tutto il resto.

lunedì 28 luglio 2025

A piede libero. O quasi

San Pietro, ore otto (o giù di lì): il degrado cammina a piedi parzialmente scoperti, osando prendersi tutta la scena.

Pensavo fossero estinti ma ne ho visti più di un paio di esemplari, oggi.

Brutti come un dispiacere, sono tornati…

I sandali coi calzini.

Avanzavano senza vergogna, come una coppia mal assortita: Mariangela Fantozzi al braccio del Grinch. Ogni passo era un oltraggio acustico: squish, squelch, squish, squelch, squaccheravano ciabattanti come se il disagio avesse trovato un ritmo.

Abbiamo mandato giù i ragazzetti coi pigiamini abbinati, gli shatush, le catene al portafoglio, le ciabatte con la pelliccia. Ma i sandali coi calzini sui piedi sudati no. Dai...

In casi straordinari di necessità e urgenza il Governo emette decreti legge. Cosa c'è di più necessario e urgente che rendere illegale un piede sudato che sgnacchera impunemente in un sandalo brutto come la morte?

E che c'entrano sandali e calzini con social e smartphone (con sui rompo sempre le scatole in questo blog)?

Entrambi sono nati per semplificare ma se non usi la testa sono il primo passo verso il disastro.

domenica 27 luglio 2025

Ciuffi di prezzemolo e cieli senza aerei

È passato più di un mese e mezzo da quando ho abbandonato i social e vivo con il cellulare della nonna di Cappuccetto Rosso. Una piccola reliquia, che suona solo quando serve, e tace volentieri.

Me ne sono accorto oggi, della libertà guadagnata. Mi sono affacciato al balcone e lo sguardo si è perso tra le curve morbide dei campi, che ondeggiavano lievi come fossero seta.

Non ho avuto l’istinto di scattare una foto. Mi sono perso lì, permettendo a ciò che vedevo, sentivo, annusavo, di toccarmi per davvero. 

La bolla africana ha ceduto il passo al ponentino, tornato a soffiare piano, con pudore, come chi rientra a casa dopo lunga assenza. Quanto è bello sentirlo di nuovo sulla faccia e sulle braccia.

E contemplare il paesaggio è tornato ad avere senso. Dopo quasi vent’anni che vivo qui, ancora non riesco ad abituarmi a tanta bellezza.

Le balle di fieno, arrotolate dalla fatica paziente del contadino, punteggiano metà campo come pianeti su un tappeto d’erba. Gli alberi, da qui, sembrano ciuffi di prezzemolo che si lasciano cullare dal vento.

Il cielo è sgombro. Nessun aereo a graffiarlo, nessuna rotta da e per Fiumicino. Solo nuvole bianche, leggère come pensieri che risorgono liberi, non più soggiogati da immagini scelte da altri, che scorrono su un minischermo.

In fondo, forse, basta questo: una domenica pigra, un campo, un vento buono, e il silenzio che finalmente ho reimparato ad ascoltare.

venerdì 25 luglio 2025

Saremo ancora in tempo?

Permetteresti mai a tuo figlio minorenne di farsi iniettare volontariamente una sostanza che dà dipendenza, crea assuefazione e modifica il cervello?

No? Eppure è ciò che fai ogni giorno, mettendo uno smartphone in mano a un bambino e lasciandolo affondare per ore in un abisso chiamato “social media”.

Esagero?

Chamath Palihapitiya, ex responsabile della crescita di Facebook, lo ha detto senza mezzi termini:

"Vogliamo capire dal punto di vista psicologico come manipolarti il più velocemente possibile per restituirti un po' di dopamina. Lo abbiamo fatto noi di Facebook, lo ha fatto Instagram, Whatsapp, Snapchat, lo ha fatto Twitter"

È premeditato. È scientifico. È disumano. E tu pensi ancora che si tratti solo di “passatempo”, che siccome non pubblichi e lo usi solo per guardare i tutorial sia innocuo?

Sandy Parakidas, ex operation manager di Facebook, ci ha sbattuto in faccia la verità nuda e cruda:

"Sei una cavia, lo siamo tutti. E non ci stanno usando per cercare la cura contro il cancro. Non è una cosa da cui noi traiamo qualche vantaggio. Siamo solo zombie e loro vogliono solo fare più soldi."

Hai capito? Ti stanno testando. E mentre tuo figlio scrolla TikTok per la quinta ora consecutiva, la sua mente viene lentamente riprogrammata per desiderare solo ciò che arricchisce loro e svuota lui.

Persino Tim Kendall, ex dirigente di Facebook e presidente di Pinterest, è caduto nel buco nero che lui stesso ha contribuito a scavare. Ha confessato con amarezza nel documentario The Social Dilemma:

"Ho provato con la semplice forza di volontà - Metterò via il telefono, lo lascerò in auto quando arriverò a casa. Credo di essermelo ripetuto migliaia di volte - Non porterò il telefono in camera da letto e poi, arrivavano le nove di sera e, beh..., la forza di volontà è stato il primo tentativo e il secondo tentativo è stato, la forza bruta."

Alla fine ha cancellato tutto. Perché non riusciva più a respirare.

L'ho fatto anch'io e ho ricominciato a vivere.

Allora chiediti: Vale davvero la pena sacrificare la salute mentale tua e dei tuoi figli per qualche like, una notifica, o un video da 10 secondi? E se dietro a depressioni, attacchi di panico, e tutti i disagi dei nostri figli ci fosse proprio tutto ciò?

Non sei ancora convinto? "Non controllano solo su cosa concentrano la loro attenzione; i social media in particolare cominciano a scavare sempre più in profondità nel tronco encefalico e prendono il controllo dell'autostima e dell'identità dei bambini." - aggiunge Sandy Parakidas già citato.

Ti lancio una sfida. Prova a passare mezza giornata offline. Quando ne hai sperimentata tutta la bellezza, proponila alla tua famiglia.

Non dire “è troppo difficile”. La verità è che ci hanno resi troppo deboli.

Forse sei ancora in tempo per uscire, almeno per qualche ora, da questo laboratorio in cui siamo le cavie.

mercoledì 23 luglio 2025

Dal glutine al cugino: viaggio nel monologo altrui

Ci sono persone che, qualsiasi argomento tiri fuori, riescono immancabilmente a riportarlo su di loro.

Tu accenni che stai cercando una macchina? Loro conoscono qualcuno che ce l’ha. E ti snocciolano pregi, difetti, versioni, optional… e persino i richiami di fabbrica.

Parli di ristrutturare casa? Il fratello del cognato lavora al catasto e... bla bla bla e poi bla bla...

Sempre loro, sempre esperti. In genere resto gentile ma oggi mi gira quindi è andata così.

Chiedo al barista se ha qualcosa senza glutine. Risposta:

 “Celiaco? Mio cugino è celiaco! Dimagriva e non capiva perché… poi bla bla bla… ma adesso avete tanti prodotti, eh! Ma lei non è magro come i celiaci e...”

Sorrido, respiro e mi permetto di interrompere la sua filippica:

“Sì, interessante ma... qui, cosa avete per celiaci?”

E lui parte di nuovo:

“Una volta comprai della pasta senza glutine in offerta, perché mio cugino spende una tombola. Ma se la compra, lui i buoni non ce li ha, quindi è solo un po' celiaco.”

“Mi scusi, o si è celiaci o non lo si è. È come la gravidanza: o sei incinta o non lo sei. Non esiste il ‘grado di incintitudine’.”

Replica finale: “Eh ma voi celiaci siete tutti strani.”

"Forse perché siamo stanchi di rispondere a chi ama dialogare solo con sé stesso."

E alla fine ho preso un caffè.

Amaro come questa conversazione.

Oggi m'è presa così...


lunedì 21 luglio 2025

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto

Primo giorno di ferie. Mia figlia è in piscina, mia moglie in giro a fare commissioni con sua madre. Io mi ritaglio un momento di zapping davanti alla tv.

Passo da un canale all’altro, poi mi fermo su Rai Premium: l’ennesima replica di Che Dio ci aiuti. Una prof di liceo, con il tono grave di chi certe cose le ha vissute, dice ai suoi alunni:

"Dovete fare attenzione a quell'apparecchietto che avete sempre tra le mani. Basta un clic per cambiare la vostra vita. Una foto che inviate, una critica fatta a qualcuno, un vocale. Un clic e avete rovinato la vita di qualcuno, e anche la vostra."

Il minimalismo digitale sembra perseguitarmi. E ne sono felice. Forse è Qualcuno che insiste a mandarmi segnali, oppure sono io che — con la mente più libera — inizio finalmente a vederli.

Guardo la prof parlare e mi torna in mente un episodio di dieci anni fa. Per sbaglio mandai al dietologo un messaggio che era destinato a mia moglie:

"Disdici tu che tanto la dieta l'abbiamo fatta male e secondo me nemmeno funziona."

"Ho provveduto a cancellare l'appuntamento" - fu la risposta laconica e del giovane professionista.

Mi sentii sciocco. E cattivo. Cattivo si, perché quello che avevo fatto era sleale. Avevo ferito l’amor proprio di un nutrizionista serio, con un messaggio stupido.

Quel giorno decisi che non avrei mai più usato una chat per sparlare ma nemmeno parlare di qualcuno. Né screenshot, né vocali girati, né commenti a bruciapelo. Cascasse il mondo.

E iniziai a lavorare su un proposito semplice:

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto.

Da allora ho visto tante cose.

Litigate esplose su gruppi WhatsApp, amicizie finite per uno screenshot inoltrato, o per una frase estrapolata male.

Saluti tolti per un post su Facebook. Ho visto addirittura finire un matrimonio (o forse due) per colpa di un vocale girato a chi non lo doveva sentire.

L’errore è stato a monte: abbiamo lasciato che strumenti pensati per comunicazioni di servizio sostituissero le chiacchierate vere.

Un caffè guardandosi negli occhi. Un abbraccio. Un tramonto goduto insieme, in silenzio, senza la fregola di pubblicarlo.

Il telefono non è colpevole. Lo siamo noi, ogni volta che scegliamo la scorciatoia della codardia digitale.