Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare alcune dinamiche legate alla comunicazione, sia nella mia vita che tra le persone intorno a me. Parlo di eventi importanti: inviti alle nozze d’argento mandati via WhatsApp, fidanzati lasciati con un messaggino, nascite annunciate con uno stato o con una storia sui social.
Sembra diffondersi sempre più l’idea che basti questo. Che non serva più una scrittura un po’ più solenne per invitare a un venticinquesimo, o che non valga la pena cercare un momento dedicato per dire cose importanti come la fine di una relazione o la nascita di un figlio.
Stiamo perdendo la capacità di condividere ciò che conta guardandoci negli occhi, correndo il rischio che un abbraccio o una semplice pacca sulla spalla ci emozionino davvero? O sono solo ingenue nostalgie di un attempato minimalista digitale che sente la mancanza di tutto ciò?
Forse mi aspetto troppo. Ma quando vedo realtà che nascono così importanti finire in un messaggino, è come se la voce e gli sguardi che meriterebbero venissero messi in gabbia. Così un invito, a me arriva come un freddo “consideratevi invitati”. E uno status con la foto di un neonato non seguito da altro, comunica sì la gioia del lieto evento, ma anche una distanza — voluta o meno — che un annuncio del genere inevitabilmente porta con sé.
Ed ecco che, giorno dopo giorno, questa illusione di comunicazione scava fossati sempre più profondi, ponendoci in una solitudine che patiamo ma di cui siamo sempre meno consapevoli. Per questo non do la colpa a nessuno se non a un mezzo creato appositamente per produrre distanza e solitudine.
Difatti chi ci guadagna davvero da questa solitudine sono le piattaforme: più ci parliamo attraverso di loro — o meglio, più ci illudiamo di farlo — più la nostra vita diventa traffico, dati, attenzione da trattenere.
E forse basterebbe molto meno per contrastarla: spegnere lo schermo ogni tanto e tornare a dirci le cose guardandoci negli occhi. Perché certe parole non hanno bisogno di rete: hanno bisogno di presenza.