mercoledì 10 dicembre 2025

Segnaposti sonori in cerca di senso

Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi. Sembrano nomi di protagonisti di una saga fantasy.

Alcuni di essi sono arrivati alle mie orecchie di minimalista digitale attempato, apprendendo la notizia dei cantanti scelti da Carlo Conti per il prossimo festival di Sanremo.

In effetti sono colleghi dei più famosi Rkomi, Bresh, e del notissimo (ahimè) Fedez e, forse, funzionano proprio per lo stesso motivo per cui funzionerebbero in una saga fantasy.

Non indicano età, genere, provenienza geografica. Sono etichette di un'entità astratta, nomi dal suono alieno. Non vogliono sembrare reali e sembrano progettati per esprimere un personaggio più che una persona.

Non so, e non pretendo di spiegare se dietro a questi nomi ci sia la creatività di chi vuole esprimere qualcosa di nuovo, il giovane dall'animo celato che in qualche modo si protegge, o se si tratti di mero marketing discografico.

Ma osservo e ciò che noto sono artisti che vogliono sembrare altro, non appartenere a un luogo, a un tempo, ma che finiscono per creare una micro famiglia di nomi artistici italiani che funzionano come nomi fantasy.

Nomi che sembrano universali ma che alla fine funzionano come segni tribali. “Si chiamano tutti allo stesso modo” - commentavo giorni fa con mia moglie - ma forse siamo noi a non possedere il dizionario simbolico necessario per distinguerli.

Sembrano delle rune, segni simbolici che però facciamo fatica a leggere. Una runa non racconta una storia, non spiega un’origine, non descrive una persona: segna una presenza. Dice “c’è qualcosa qui”, non “ecco chi è”.

Forse è proprio la nostra generazione ad aver consegnato alla loro, tempi poco leggibili, ad averli irresponsabilmente buttati in un mondo digitale che crea più ansia che senso di libertà. Un mondo in cui vale tutto e puoi essere tutto e il contrario di tutto. E alla fine non sai più che sei. Chissà...

E allora, forse, Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi, non sono grida di originalità ma dei segnaposti che dicono - sono qua ma non so ancora cosa significhi esserlo. Sono qua ma non so chi sono.

E la colpa è anche un po' nostra.