sabato 18 luglio 2026

Quei dieci secondi che non dimenticherò mai

Non si può morire a undici anni. E, soprattutto, non si può morire in un luogo di svago come una piscina per la negligenza di qualcuno. Da padre, questa notizia mi sconvolge.

Al di là delle polemiche, nelle quali preferisco non entrare, c'è un episodio che questa tragedia ha riportato alla mia memoria. Risale a una vacanza a Giulianova di una dozzina di anni fa.

Mia figlia aveva circa otto anni. Era appena uscita dalla piscina dell'albergo e si stava godendo quella mezz'ora di relax prima di pranzo, sdraiata sul lettino accanto alla mamma.

Mi voltai un istante a guardarle. Erano così belle... Poi mi avviai verso il bar per prendere qualcosa di fresco da bere.

Mentre passavo tra la piscina grande e una più piccola, rotonda, con dei gradoni che scendevano verso il fondo, notai una bambina di cinque o sei anni che si preparava a entrare in acqua.
per fare la paperella...

«Sarà la piscina dei bambini», pensai. Poi, per quell'istinto di protezione che ogni padre conosce bene, mi voltai di nuovo a controllare. La bambina non c'era più.

Non poteva essersi allontanata nei due secondi in cui l'avevo persa di vista. Tornato sui miei passi notavo due braccia che sprofondavano nell'acqua di un vasca che evidentemente non era la "piscina dei bambini".

La piccola cercava disperatamente di riemergere, ma continuava ad andare a fondo. Non dimenticherò mai l'espressione di terrore e disperazione che intravvidi nell'unico istante in cui il suo viso affiorò dall'acqua.

Istintivamente mi buttai sul bordo della vasca. Riuscii ad afferrarla con una mano e a tirarla fuori prima che accadesse l'irreparabile.

Era atterrita, stremata, ma stava bene. Le chiesi dove fossero la mamma o il papà e mi indicò un uomo seduto a una decina di metri di distanza. Era sul bordo di un lettino, completamente assorto nel cellulare. Non si era accorto di nulla.

In fondo era successo tutto nell'arco di pochi, pochissimi secondi. Presi la bambina per mano e l'accompagnai da lui, spiegandogli quello che era appena accaduto.

Sollevato lo sguardo dallo schermo in maniera distratta, con la stessa svogliatezza il babbeo prese la mano della figlia andandosene senza nemmeno una parola.

E io, che di solito in situazioni del genere le parole le trovo sempre — tante, articolate, perfino taglienti — rimasi completamente muto.

Un quarto d'ora dopo, la mamma della bambina che, nel frattempo stringeva rasserenata un ghiacciolo all'amarena, veniva a ringraziarmi, avendo visto la patetica scena dalla finestra della sua camera.

Non mi aspettavo certo un grazie. In situazioni come queste ognuno reagisce a modo suo. Ma quella totale assenza di reazione da parte del padre mi colpì così profondamente che dopo oltre dodici anni, continua a dispiacermi come se fosse ieri.

E riflettendo su quel ricordo, mi nasce una riflessione: ogni volta che abbassiamo gli occhi sul telefono, dovremmo chiederci cosa stiamo smettendo di guardare.

lunedì 6 luglio 2026

E se succedesse davvero? (Fantasticherie minimaliste)

Oggi lavoro di fantasia. Seguitemi con la vostra in questo che è solo un gioco che serve a scatenare la fantasticheria sognante e ottimista di un minimalista digitale accaldato. Ma, visto mai che sognando e fantasticando, si rifletta per davvero su ciò che ci circonda?

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In un futuro non troppo lontano, immagino un attacco informatico globale. Un malware colpisce miliardi di dispositivi IoT in tutto il mondo. Router, telecamere di sorveglianza, automobili, macchinari di ospedali, industrie… 

Ogni dispositivo infetto attacca altri dispositivi. Una pandemia digitale.

Il contagio avviene tramite le connessioni internet. L'unico modo per fermarlo, in attesa che i migliori informatici del mondo sviluppino una soluzione, è il lockdown digitale.

Per salvare il salvabile i governi del globo decidono di emanare decreti urgenti che portano alla decisione estrema ma irrinunciabile di spegnere la rete.

Informatici, sistemisti ed esperti di IA, rilasciano interviste che vengono trasmesse in loop alle radio, e rilanciate dai radioamatori, per tranquillizzare la popolazione allarmata.

Si comincia col blocco dei servizi non essenziali: streaming, social, gaming. Si passa all'isolamento delle infrastrutture critiche: ospedali, reti elettriche, banche, mantenendo online solo i canali di emergenza e coordinamento governativo.

In pochi minuti l'urlo di petto con cui Ultimo a Tor Vergata canta la sua passione, non arriva più ai fan accampati a un chilometro dal palco che guardano sgomenti i maxischermi spenti.

La voce del Santo Padre raggiunge solo le prime file lasciando le frotte di pellegrini che gremiscono piazza San Pietro e i milioni collegati col sito del Vaticano con gli occhi sgranati e domande senza risposte.

Come un domino le cui tessere sembrano non finire mai di cadere, va tutto offline.

Le persone ai semafori, negli ascensori, sulle scale mobili, milioni di giovani nelle camerette, impiegati, studenti, medici, autisti, cassieri, per la prima volta si guardano attorno.

Ma riabbassano subito lo sguardo per chiudere e riaprire un'app, per riavviare il telefono. Si cambia rete, ci si collega al wi-fi di casa, del bar, dell'ufficio ma niente…  Il silenzio. Digitale.

Si comincia a diffondere ansia, panico, caos. Le uniche persone che sembrano restare calme sono gli anziani.

Giorno dopo giorno, rubriche cartacee di tutto il mondo cominciano a essere consultate da nonne previdenti per riprendere i contatti usando la rete fissa che, a giorni alterni, per qualche ora, pare riprendere a funzionare.

Ai mercatini dell'usato e del vintage vanno a ruba mappe e carte geografiche e per strada si vedono gironzolare lente ma sicure, vecchie Panda e macchine d'epoca che fanno lo slalom tra le Tesla e le fiammanti elettriche plug-in ferme ai lati dei marciapiedi.

Nelle folle di giovani che continuano a controllare in modo compulsivo i loro cellulari isolati, qualcuno comincia a chiedere alla nonna di fargli copiare la rubrica. Hai visto mai che conserva ancora il numero dei genitori di Marco, di Fabio, di Marta...

Intanti i ragazzi volontari della protezione civile e gli scout, una volta derisi dai coetanei trendy che flexavano su Tiktok, diventano punti di riferimento nei Comuni e nelle parrocchie, nei parchi pubblici, condividendo competenze diventate essenziali 

Il falegname in pensione che riparava sedie davanti al portone di casa, aiutato inizialmente da pochi stranieri volenterosi, vede presentarsi sempre più giovani con una vecchia bici o qualcosa da riparare. E passa volentieri le giornate a insegnare il mestiere a giovanotti che non hanno mai preso un martello in mano.

Un ex ferroviere spiega come coordinare gli orari su una lavagna. Vecchie sarte trasformano tendaggi e lenzuola in tende da campo per chi resta bloccato in viaggio.

Dopo mesi di lockdown digitale, quando i tecnici iniziano a riaprire in maniera lenta e graduale, porzioni della rete, molti corrono ad aggiornare i dispositivi. Ma qualcosa è cambiato.

I giovani hanno imparato che un contatto, un tragitto, una lista, un indirizzo, può essere ricordato a memoria. Che un vicino può diventare una risorsa. Che una serata può esistere senza essere fotografata. Che un tramonto scalda il cuore se lo contempli, non se lo fotografi e posti in un secondo.

E gli anziani, osservando le piazze di nuovo piene, capiscono di non essere sopravvissuti al passato per nostalgia, ma per custodire competenze che il futuro aveva dimenticato di considerare importanti.

Quando il primo social network torna online, milioni di persone ricevono la stessa notifica. Per qualche minuto nessuno la apre.

Stanno ancora parlando con qualcuno seduto accanto a loro.

venerdì 3 luglio 2026

"A regazzì, vedi 'n po' che pòi fa'..."

Capita a tutti. Apriamo Google

Scriviamo qualcosa nella barra di ricerca

Compare la schermata col risultato.

Dopo una rapida occhiata all'elenco dei link restituiti, clicchiamo su AI Mode, che compare invitante, desiderabile, alla prima riga, che ce li legge in un baleno e ci confeziona una risposta bell'e fatta.

Io l'ho fatto un sacco di volte. E abbastanza da accorgermi che sì, era proprio comoda sta funzione, anche piuttosto coerente coi risultati tradizionali di Google. Ma mi sono accorto che mi stavo abituando a farmi leggere le cose dall'IA.

Mi stavo abituando a farmi leggere le cose dall'IA.

Sperimentata questa comodità, mi veniva spontaneo consultarla per farle leggere per me, un articolo troppo lungo, un post particolarmente accurato e articolato. Non dovevo posticipare a quando avrei avuto tempo, lo potevo fare subito!

Era un'azione conveniente se pensavo al tempo risparmiato; l'IA elabora i contenuti al posto mio. Fico!  Ma era conveniente anche alla mia capacità di leggere, approfondire, comprendere senza un filtro che si mettesse in mezzo tra me e lo scritto?

Quando ho capito che ciò che perdevo era maggiore della convenienza, ma soprattutto non negoziabile per me, ho smesso di usare l'IA per farmi leggere i risultati dei motori di ricerca (anche se rapidi e affidabili) e qualunque scritto, chi se che importa se ci metto più tempo.

Un conto è affidare un'analisi all'IA dandole dei parametri affinché usi la sua potenza di calcolo su materie e ambiti in cui è davvero utile, con confini, paletti.

Altro è abituarci a farlo per tutto. Io ho ceduto a questa comodità e noto che lo fanno sempre più persone. E quanti giovani non arrivano nemmeno a imparare a farlo da soli, ma questo è un altro fronte... 

Sempre più amici e conoscenti danno in pasto all'IA articoli, post, persino i messaggi delle chat, delegandole il piacere, il gusto e lo sforzo di analizzare con la propria coscienza per delegarlo a chi non capisce.

Mi succede con amici stimatissimi e a cui voglio bene, che rispondono ai miei post con l'analisi fatta dopo averli dati in pasto a ChatGPT. Mi spiace ma a questi messaggi non rispondo più. Accolgo critiche, dissensi, stroncamenti, correzioni di eventuali errori col massimo rispetto, ma devono essere umani. Devono scaturire dalla lettura e dalla comprensione cosciente.

Perché?  

Apro il dizionario e cerco la parola leggere: [lèggere] v. intr. (aus. avere) Riconoscere i segni della scrittura e intenderne i significati: imparare a l. | Fig. l. tra le righe, capire ciò che non viene detto o scritto esplicitamente.

Leggere comporta quindi riconoscere, intendere, capire

Ho chiesto all'IA di Google: Tu capisci ciò che leggi?

Risposta: "Non capisco il testo nello stesso modo in cui lo fa un essere umano, con una coscienza o un'esperienza vissuta. Utilizzo algoritmi avanzati di elaborazione del linguaggio naturale per analizzare la struttura delle frasi, il contesto e il significato delle parole, permettendomi di elaborare risposte logiche e pertinenti."

Lo scopo di questi miei post non è aver ragione o rafforzarmi nella convinzione di vivere il minimalismo digitale, sono già sufficientemente convinto.

Lo scopo è quello di creare un dialogo. Sia con chi mi dice - che bel post! - che con chi critica o non è d'accordo, ma con la sua comprensione cosciente. Con le sue osservazioni personali, non con l'organizzazione algoritmica del linguaggio di una macchina che non capisce e risponde con le parole statisticamente più probabili.

Apprezzo particolarmente qualunque reazione a idee, riflessioni, moti dell'anima che intessono la strutture di un discorso, ma restano sottintese, non dette espressamente. 

Ho chiesto ancora all'IA cosa capisce e come risponde a questi non detti. La risposta chiara è stata: 

"la mia risposta non nasce da un'anima che risuona, ma dalla capacità di riprodurre l'architettura matematica di quel sentimento".

Ecco, a me interessano soprattutto le risonanze dell'anima. Della riproduzione matematica di un sentimento non me ne può fregare di meno. E perdonate il francesismo.

Comunque, tornando a noi.

Se vi accorgete anche voi che l'IA vi sta disabituando a leggere, fate ancora in tempo a fissare dei paletti all'uso che se ne fa.

Probabilmente non sarà l'IA a renderci più stupidi, ma saremo noi a farlo, delegandole attività nostre come la lettura e, alla lunga, forse anche il pensiero.

E visto che non è l'IA che ci ruba il cervello, ma siamo noi che glielo stiamo consegnando gratis per pigrizia, come direbbe nonna mia:

"A regazzì, vedi 'n po' che pòi fa'..."