Passeggiata mattutina prima del lavoro: qualcosa di inconsueto, almeno da un anno a questa parte, cattura la mia attenzione. Niente file chilometriche o almeno, non ancora. Alla spicciolata, gruppetti sparuti di pellegrini corrono (che si corrono poi alle sette del mattino?) diretti in basilica; Piazza San Pietro è finalmente accessibile a tutti.
Mi sporgo timidamente tra le transenne che, a pochi metri da me, per la prima volta dopo un anno si aprono in un varco che consente il libero accesso. Un po’ come quando si entra in punta di piedi in una vecchia casa riaperta dopo tanto tempo, rientro lentamente nella piazza che sento un po' mia.
Una normalità fatta di pellegrini ordinari, di romani e di matti, mi dice che il Giubileo è davvero finito.
I matti di Piazza San Pietro… Un mio amico sostiene che questa gente si raduni lì grazie a una sorta di peculiarità nella zucca, capace di sintonizzarsi con le frequenze del piombo contenuto nella cupola. Una teoria astrusa e divertente. Io preferisco pensare che si sentano accolti dall’abbraccio della Chiesa, che il Bernini ha magistralmente rappresentato nel celebre colonnato.
Quando qualcuno di loro lo consente, mi piace parlarci; sanno essere più veri dei "normali". Una di essi, 22 anni fa mi predisse pure che avrei avuto - "una bella figlia, e poi basta!", e così è stato. Qualcuno disse che Dio parla attraverso i bambini e i matti. Chissà...
In lontananza un uomo giovane canta a squarciagola e non passa inosservato, considerata l'ora. Si avvicina con un pacifico cagnolone al guinzaglio, che ogni tanto lo fissa adorante. Canta un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in un buffissimo italiano, annunciando l’imminente avverarsi di certe profezie e sventolando un libro nero. E' buffo, e suscita una simpatia che stride con l'ineluttabilità delle disgrazie predette.
Le forze dell’ordine — che evidentemente ne conoscono la candida inoffensività — lo lasciano fare. Ci incrociamo e, mentre continua il suo cantilenante soliloquio profetico, mi strizza l’occhio e prosegue nella sua strampalata missione di simpatico svitato.
Deve aver riconosciuto quella fettina della mia testa che, un po’ suonata come la sua, stava pensando a un verso poetico uscito dal cuore di Alda Merini una sessantina d’anni fa…
«Ero matta in mezzo ai matti.
I matti erano matti nel profondo,
alcuni sono intelligenti.
Sono nate lì le mie più belle amicizie.
I matti sono simpatici, non così dementi,
che sono tutti fuori, nel mondo.
I dementi li ho incontrati dopo,
quando sono uscita.»
Chissà cosa direbbe Alda, incontrando gli smombies di oggi che, alienati da un piccolo schermo, non parlano più da soli ma tacciono, persuasi dagli algoritmi di essere connessi al mondo mentre, in realtà, ne sono tristemente assenti.