martedì 11 novembre 2025

Otto Retter, un angolo di storia calpestato dai pellegrini

Quasi ogni mattina, dopo il caffè, entro nella Basilica di Santo Spirito in Sassia per un momento di raccoglimento. Qualche volta incontro un sacerdote tanto anziano quanto saggio, da cui mi confesso con estremo piacere.

Non potendo restare fino alla fine della Messa - devo poi recarmi al lavoro - finisco sempre per appartarmi in un angolino vicino all'uscita.

Solo oggi mi sono accorto che, proprio in quell’angolino, calpestata da fedeli, pellegrini e turisti, c’è una lapide che recita testualmente:

"IOH OTTO RETTER NATUS VIENNA XXIV AUG MDCC OBIIT XII MARTII MDCCXXII REQUIESCAT IN PACE"

Le reminiscenze del mio latino maccheronico imbastito alla meglio quando studiavo legge, mi consentono di intuirne il senso:

Giovanni Otto Retter, nato a Vienna il 24 agosto 1700, morì il 12 marzo 1722. Riposi in pace.

1700... 1722... Fatti due conti, la mia immaginazione scalpitante ha subito cominciato a chiedersi cosa ci facesse un giovane austriaco dell’età più o meno di mia figlia in questa città.

Forse Otto Retter, giovane nobile e studente, era a Roma per visitare le antichità, imparare l’italiano o studiare arte e teologia. Una specie di Erasmus ante litteram. Una malattia improvvisa — malaria, tifo o una semplice influenza— lo ha stroncato lontano da casa, e il destino ha voluto che fosse sepolto in quel luogo sacro.

E se fosse stato un pellegrino austriaco? Il complesso di Santo Spirito in Sassia è uno dei più antichi ospedali d’Europa, fondato nel Medioevo per accogliere i pellegrini e i viandanti di lingua tedesca. Johannes Otto Retter potrebbe essere un giovane devoto ammalatosi a Roma che è stato curato ed è spirato santamente proprio lì.

O magari era uno scavezzacollo che, dopo qualche scorribanda nei peggiori postriboli romani, per una malattia venerea curata invano nell’ospedale per tedeschi, è spirato tra le braccia di una suora tedesca che lo affidava con fede alla misericordia di Dio.

Forse era un po' di tutte queste storie che mi spuntano su l'una dietro l'altra come i pop up dei siti degli anni novanta.

Non ho idea di chi fosse davvero Otto Retter, ma a 22 anni lui era già un uomo: viaggiava da Vienna a Roma, si confrontava con il mondo, si perdeva tra arte, fede e antichità, e affrontava la fragilità della vita con una determinazione che oggi fatichiamo persino a immaginare.

Noi, a ventidue anni, siamo ancora ragazzini: incerti sul mondo, timidi di fronte alla vita, persi a scrollare schermi e a inseguire illusioni digitali.

La lapide di Otto, consumata dai passi distratti dei pellegrini, ci ricorda che la giovinezza e il valore di un uomo non si misurano in giorni e men che meno in like, ma nella capacità di affrontare il mondo con coraggio, passione e un senso di urgenza che non si vedono quasi più