Si è cominciato coi calcoli, ricordo quando abbiamo smesso di farli a penna per usare una calcolatrice. Erano gli anni ottanta ma mi sembra ieri quando la maestra Eleonora prediceva che avremmo perso certe competenze.
A differenza delle maestre di oggi, Eleonora (classe 1929) non era laureata ma, a dispetto di una scuola magistrale solo quadriennale, trasmetteva la passione per la letteratura, il piacere della scrittura e insegnava persino a calcolare le radici quadrate a mano.
Poi è arrivata la videoscrittura, pratica, efficiente, e nei decenni intere generazioni hanno perso il piacere di sentire l'inchiostro che scorre sulla carta e il pensiero che rallenta e si riordina, una parola dietro l'altra.
L'archiviazione su disco, poi la musica su device digitali, e poi le foto, i documenti, i video. Abbiamo trasferito tutto su computer, poi tutto online. È il progresso, che permette oggi di fare molte più cose in tempi così ridotti che nemmeno il più fecondo scrittore di fantascienza sarebbe riuscito a immaginare a quei tempi.
Negli anni si è formato un sistema digitale globale mastodontico, che ha inglobato intrattenimento, commercio, comunicazione, transazioni bancarie, la sanità (si pensi alle ricette digitali) la burocrazia e il lavoro.
Tutto passa ormai per questa metastruttura digitale, persino le sigarette, quasi sostituite dallo svapo elettronico, ci mostrano come ogni gesto umano venga assorbito, reinterpretato e “filtrato” da questa realtà che ridisegna il mondo fisico.
La dinamica è sempre la stessa: un oggetto o un’azione analogica → viene digitalizzata → poi integrata → poi controllata → poi diventa dipendente dall' ecosistema digitale.
Che a sua volta è dipendente da un'unica base materiale: l'elettricità.
Il nuovo mondo non è senza materia: è fatto di server, data center, batterie, antenne, cavi sotto l’oceano, centrali elettriche.
Una dipendenza molto più rigida e centralizzata rispetto agli strumenti analogici del passato. Un libro, una chiave, una mappa, un orologio, un diario funzionavano senza elettricità. La loro “esistenza” era autonoma. Libera?
Oggi la memoria vive nel cloud, le chiavi sono codici digitali, le mappe sono applicazioni, l'accesso a servizi anagrafici e bancari passa per la rete, e anche le relazioni…
Penso poi alle competenze perse negli anni: fare calcoli a mano, scrivere, ricordare un indirizzo, memorizzare un percorso, archiviare, riparare, ricordare, pianificare a mente stare concentrati su attività prolungate. Competenze diffuse, piccole ma vitali, che garantivano una certa autosufficienza quotidiana.
Dove sono finite? Online anch'esse?
La mia fantasia da vecchio lettore di fantascienza immagina un blackout globale...
Basterebbero pochi minuti per spegnere memorie, identità digitali, pagamenti, comunicazioni, mappe, servizi, logistica, accessi. E, senza le competenze che abbiamo perso dando per scontato che un dispositivo se ne occupasse al posto nostro, saremmo fritti.
Persi, bloccati.
Forse non sono che un boomer nostalgico di carta e penna, un minimalista digitale entusiasta dalla fantasia fervida, che ogni tanto immagina una crisi finanziaria, o geopolitica, o una guerra che dai confini slavi di un'Europa che percepiamo lontana arrivi fino a noi…
Ma si, sono esercizi mentali e poetici nati da una fantasia troppo fervida. Però, per stare tranquillo — e per non dimenticare che un tempo sapevo fare le cose anche senza uno schermo — ho deciso di ricominciare a fare, dove posso, le versioni analogiche delle attività che il digitale ha inglobato.
E allora scrivo a mano. L'agenda, i libri, l'indirizzario, sono cartacei. Memorizzo un indirizzo e il percorso che devo fare per arrivare a destinazione.
Se non posso fare altrimenti, uso la rete e i device dei nostri tempi, non rifiuto il presente, ma intanto mantengo quel po' di autonomia, quella scorta di competenze che non hanno bisogno né di batterie né di Wi-Fi.