Oggi mi colpisce un articolo su Fabrizio Moro, il cantautore romano.
Mi dispiace ammettere che, nonostante le comuni origini e l’appartenere più o meno alla stessa generazione, non l’ho mai seguito, c'è davvero troppa offerta in rete e spesso certi artisti, magari con vagonate di talento, non arrivano.
Ma ancora mi risuona dentro - dopo sette anni dall'esordio - quel grido vibrante contro il terrorismo e contro tutto ciò che vuole intimidire, in coppia con Ermal Meta: Non mi avete fatto niente.
E quando un’opera ti resta dentro vuol dire che l’artista, in un modo o nell’altro, ha fatto centro.
Secondo me lo ha fatto di nuovo, seguendo il suo cuore e i suoi tempi, scegliendo di pubblicare in un modo che non si assoggetta ai ritmi forsennati di un sistema musicale che vomita troppe canzoni.
Troppa musica veloce, usa e getta, oltretutto selezionata da filtri e algoritmi che decidono chi va avanti e chi resta indietro.
E Moro decide coraggiosamente di pubblicare solo su supporto fisico: CD, vinile e vinile green numerato. Una sorta di cantautore minimalista. Bravo!
A chi gli muove delle critiche mi sento di dire che no, non è affatto un boomer che non riesce ad adattarsi ai tempi che cambiano: è uno che i tempi ha imparato a guardarli in faccia, senza farsene travolgere.
È un uomo che sceglie la via più difficile — quella della coerenza — e che rivendica, nel gesto dedicato di pubblicare un LP, il diritto di dare peso, spazio e valore alla propria opera, a costo di arrivare a pochi. Ma a quei pochi arrivi davvero.
In un’epoca che corre e scorre senza guardare indietro, lui (così come pochi altri) rallenta, respira, incide e non solo il microsolco su di un trentatré giri. Non per nostalgia, ma per coerenza.
Viva il minimalismo, anche in musica: perché a volte il silenzio tra due note vale più di mille uscite a raffica destinate a essere scrollate senza toccare il cuore.