mercoledì 25 febbraio 2026

Muratori, infermiere e teorie del complotto

Non sono mai stato un forzato di Sanremo cinque-serate-su-cinque, ma nemmeno uno di quegli snob che negano con aria sprezzante di aver visto anche solo un minuto del Festival. Io almeno due mezze serate provo a guardarlo. Mezze perché, puntualmente, dopo un’oretta – un’oretta e mezzo al massimo – finiamo per addormentarci sul divano io e mia moglie. Non per noia: siamo capaci di appennicarci pure davanti a thriller mozzafiato come Homeland (che, tra l’altro, consiglio).

Anche il mio primo Sanremo da minimalista digitale non penso che sarà molto diverso dagli altri, almeno per quel poco di attenzione che riesco a dedicargli a fine giornata, quando le batterie – mentali prima ancora che fisiche – sono già in riserva.

La cosa più bella, però, quest’anno è che fuori dai giochi centripeti e ipnotici degli algoritmi social, per me Sanremo è tornato a essere quello che forse è sempre stato: un’occhiata alla tivvù e soprattutto occhi e orecchi aperti su chi mi sta attorno, sin dal primo giorno. Come l’operaio del cantiere accanto al mio posto di lavoro che già stamattina fischiettava “Che fastidio” di Ditonellapiaga. A me metteva allegria e buon umore, altro che fastidio.

le solite infermiere del Santo Spirito – che di solito ciuciottano allegramente al bar de sor Sandro – commentavano entusiaste la canzone di Fulminacci (e come dar loro torto) e la performance dell’improbabile duo Fedez–Masini. Effettivamente, accanto al talentuoso cantautore toscano, perfino l’egoriferito milanese troppo tatuato riesce a portare a casa un’esibizione più che godibile.

E così, ascoltando muratori che fischiettano e infermiere che commentano, il mio podio ideale - un po' per strada e un po' sul divano ma di certo non sui social - comincia a prendere forma: Salverei Arisa, Brancale, Sayf, con in quarta posizione la sorprendente Ditonellapiaga che, se solo curasse un filo di più la dizione, arriverebbe meglio anche ai boomeroni curiosi come il sottoscritto.

Ma la cosa più sorprendente resta lui: il “matto” di piazza San Pietro che ogni mattina – direzione obelisco – urla a un interlocutore invisibile un monologo rabbioso e variegato. Tra le consuete invettive contro il governo, contro qualcuno che conosce solo lui e contro una fantomatica autorità colpevole di ogni suo male, quest’anno è finito pure Sanremo: luci, canzoni, nomi dei cantanti… “Tutto collegato! Voi non lo sapete, ma i servizi segreti ci parlano attraverso Sanremo!”

E allora mi chiedo: non è bella, in fondo, questa nostra Italia un po’ sanremese? Con muratori che fischiettano, infermiere che commentano, matti che denunciano trame segrete. Tutto gratis, tutto reale, filtrato solo dal vicolo che scelgo per arrivare al bar de sor Sandro – non da un algoritmo progettato per massimizzare il tempo di permanenza e il rendimento degli inserzionisti.

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P.S. A proposito di podi e sorprese. Non male nemmeno LDA e AKA7even che al netto dei nomi sbilenchi sono bravi e mostrano tutta la loro amicizia complice. Evviva pure questi giovinastri talentuosi va'!