Alcuni giorni fa ascoltavo un podcast su YouTube. Sì, anche i minimalisti ascoltano podcast, ma scelgono cosa, quanto e fino a quando, prendendo solo ciò che serve dalla rete.
In questo caso ascoltavo cinque ragazze intorno ai vent’anni che parlavano della loro generazione — la Gen-Z — e di come si rapportasse con le altre generazioni.
La gente mi interessa e incuriosisce sempre, soprattutto quando usa linguaggi diversi dal mio e quando vede il mondo da punti di vista e con occhi che ne colgono sfumature che io non so vedere. Con queste squinzie iperconnesse e veloci ho scoperto, per esempio, che tra i Gen-Z e i millennial, esiste la generazione intermedia dei Zillennial. Una microgenerazione incastonata tra questi "anziani" che indossano pantaloni troppo corti senza calzini e la loro, che comunica il minimo indispensabile, se proprio non se ne può fare a meno.
Il podcast comunque era divertente e gli interventi, rapidi, ficcanti e azzeccati delle ragazze mi facevano sorridere più di una volta anche perché in certi aspetti - solo in certi - rivedevo mia figlia, loro coetanea. Come quando hanno affettuosamente criticato i millennial - leggi trenta, trentacinquenni di oggi - quando condividono sui social dei meme che non fanno più ridere perché vecchi, scaduti.
E si riferivano a meme suggeriti dall'algoritmo di TikTok, che vengono riproposti sui social da questi "vecchi" millennial dopo un paio di giorni. La ricotta fresca che compri dal casaro fuori città dura di più.
E mentre il trentenne che è in me (perché sotto sotto c'è ancora e ogni tanto si fa sentire) rideva, il Gen-X (leggi cinquantacinquenne o giù di lì) si chiedeva come fosse possibile che una cosa che faceva ridere due giorni prima, perdesse la sua carica umoristica solo perché vecchia, scaduta.
La comicità non è statica. Sono convinto che risenta in qualche modo dei cambiamenti culturali, dell'evoluzione (o involuzione) del linguaggio, del mutamento del pubblico stesso. Ma la comicità vera, quella per intenderci di Stanlio e Ollio o di Totò, che tocca corde che abbiamo tutti, dinamiche umane fondamentali, che usa tempi comici sempre validi, quella fa ridere sempre, anche dopo settanta, ottant'anni.
E non bisogna andare troppo lontano per capirlo, come quando vidi mia figlia che si sganasciava dalle risate davanti alle battute der Monnezza, che negli anni Ottanta divertiva la generazione di suo padre o delle commedie di Verdone quando raccontava di essersi imbattuto su un cargo battente bandiera liberiana...
E allora mi viene da pensare che forse il punto non sia quanto velocemente scada una battuta, ma quanto fosse solida all’inizio. Se qualcosa che ci ha fatto ridere lunedì, mercoledì è già andata a male come uno yogurt dimenticato in frigo, forse non era vera comicità: era solo il riflesso momentaneo di un algoritmo, di un contesto, di un attimo.
Perché la risata che dura non ha fretta di scadere. E se oggi i Gen-Z dicono di preoccuparsi per la brevità dell’attenzione della Gen-Alpha, allora viene spontaneo chiedersi: quanto potrà durare, domani, anche una risata?
Quanto un saluto. I miei genitori quando si incontravano, da ragazzi si salutavano con un:
«Buongiorno, caro! Che piacere incontrarti oggi; spero che la tua giornata stia procedendo nel migliore dei modi e che tu stia bene in salute. I tuoi come stanno?»