sabato 17 gennaio 2026

"A Elì! Che vòi che vojo?"

Mi sembra ieri quando una professoressa – credo delle superiori – durante un dibattito in classe mi rivolse un rimprovero tanto gentile quanto fermo.

A distanza di quarant’anni non ricordo neppure l’argomento. So solo che un mio compagno stava esprimendo il suo pensiero e io, a un certo punto, piombai a gamba tesa nella sua frase, finendola al posto suo.

"Fuorifase! (Felicemente me lo sono guadagnato poi negli anni) Non si finiscono le frasi degli altri! E' una mancanza di rispetto al pensiero di chi parla e anche a lui!"

Quel richiamo della Prof. Sarrocco era talmente giusto che, una volta smaltito l’orgoglio da sedicenne infervorato, lo feci mio. Al punto che oggi non sopporto più chi interrompe o completa discorsi o frasi altrui.

Forse è per questo che mi infastidisce persino quando Google prova a finire al posto mio la stringa che sto digitando nella barra di ricerca. Ma che ne sai, tu, se sto cercando informazioni sul "Pettirosso metafisico polimorfo onirico dalbeante dalla zampa sbilenca"?

Per carità, Google completa per agevolare l’utente. Io, invece, finivo le frasi un po’ per insicurezza, un po’ per imporre il mio pensiero.

Ops. Imporre il pensiero… Influenzare

Mi chiedo, anzi, chiedo per un amico minimal-complottaro-pressappochista: se alla lunga la gente, assuefatta a una funzione che completa per te ciò che scrivi, si disabituasse a porsi domande originali?

Perché funzioni progettate per agevolare, se interiorizzate senza consapevolezza, possono spostare lentamente il baricentro del pensiero. Si passa dal formulare una domanda al lasciarsi suggerire quale domanda porre. Non è manipolazione, ma una deriva culturale sottile e lenta; non è imposizione, ma un effetto collaterale drammatico, impercettibile e cumulativo di un automatismo comodo.

E quando l’abitudine diventa norma, l’originalità non scompare: semplicemente si assottiglia. La domanda non è più: “Cosa voglio cercare?”, ma: “Quale delle opzioni proposte assomiglia di più a ciò che credo di voler cercare?

E in tutto questo mi torna alla mente mio zio Miro che, rivolgendosi alla moglie, le chiedeva con tono romano, rassegnato ma scanzonato: "E Elì! Che vòi che vojo?"

Ma zia Elisa orientava le sue scelte perché gli voleva bene, per tenere d’occhio i suoi spuntini fuori pasto e i livelli di pressione e colesterolo.

Quando invece ci affidiamo senza discernimento a strumenti che semplificano ma orientano, questi smettono di essere supporto e diventano direzione. E sono così comodi, così immediati, così gratuiti, che non ci accorgiamo nemmeno che quella direzione non è la nostra.

E non sono mossi dall'amore premuroso di zia Elisa ma dagli interessi di multinazionali colossali, finanziate da sponsor che accumulano ricchezze senza misura.