"Se l'IA diventa un sostituto stabile della memoria, della formulazione, della decisione, della riflessione, può toglierci gradualmente il piacere di pensare." (Andrea Guerri, psicoterapeuta)
Il noto professionista e divulgatore non si riferisce qui a un uso consapevole e regolato dell’intelligenza artificiale, ma a un’abitudine sempre più diffusa — soprattutto tra giovanissimi e bambini — di usarla come una stampella anche quando non sarebbe necessaria. E aggiunge:
"Il rischio più grande non è che l'IA produca degli errori ma che noi non impariamo più a pensare fino in fondo".
È un meccanismo vecchio come il mondo: se c’è qualcuno o qualcosa che lo fa al posto tuo, perché sbattersi tanto per imparare a farlo? Lo sa bene chi ha avuto bambini piccoli: più fai le cose al posto loro, più diventi un sostituto stabile e meno imparano a diventare autonomi. E spesso, quando ci riescono, lo fanno tardi e male.
Perché pensare comporta una certa fatica. Lo sappiamo tutti. Da sempre, infatti, l'uomo delega ad altri o ad alcuni strumenti alcune sue fatiche.
Io, per esempio, delego all’agenda — rigorosamente cartacea, altrimenti che minimalista sarei? — il compito di ricordarmi quando portare il mio Snoopy a fare la toeletta. Alla scrittura, invece, delego la possibilità di rallentare e riordinare i pensieri.
Gli psicologi la chiamano “delega cognitiva”. L’abbiamo sempre usata: a volte bene, a volte male, ma in linea generale ci è sempre tornata utile.
Tuttavia, se è vero che l'avvento delle automobili non ci ha fatto atrofizzare le gambe, oggi ci hanno messo tra le mani uno strumento che - per usare le parole di Papa Leone - non è neutrale, perché «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (Magnifica Humanitas, n. 9)
A questa tecnologia non neutrale stiamo delegando delle nostre capacità preziose come l'argomentazione, la sintesi, l'elaborazione, la scelta delle parole, e persino delle idee.
Nessuno ci aveva davvero preparati a uno strumento di una potenza così inaudita e inedita. E psicologi ed educatori — quelli che stanno sul pezzo e tastano ogni giorno il polso dell’umanità — iniziano ad accorgersi sempre di più che stiamo assistendo all’atrofizzazione di competenze che abbiamo impiegato secoli a sviluppare.
Mettete insieme tre generazioni abituate a fissare uno schermo per ore: social, scroll continui e mille sollecitazioni a portata di pollice che hanno praticamente cancellato la noia. Aggiungete una tecnologia comoda, rapidissima e potentissima che entra a gamba tesa nella nostra vita offrendosi di elaborare, riassumere, analizzare e scrivere al posto nostro.
Prompt dopo prompt, liberati dalla fatica di scrivere, rileggere, riformulare e dalla frustrazione di non trovare subito la parola giusta o il pensiero adatto, ci ritroviamo con qualcuno che produce per noi ciò che ci serve a una velocità mai vista.
Che figata, eh?
E la pazienza cognitiva necessaria per formarsi, evolversi, aggiornarsi e qualificarsi? In caduta libera.
E la tolleranza di quella frustrazione sana che ti spinge a ricercare e documentarti e memorizzare per capire, stupirti, ed eventualmente criticare? Introvabile come un'hostaria romana nella Città Eterna.
Un altro rischio emerge da un esperimento del 2024, più volte citato dal dottor Guerri nel suo canale YouTube Psicopensieri. A un gruppo di persone senza particolari competenze creative veniva chiesto di scrivere storie usando l’IA generativa.
I ricercatori hanno osservato che i testi prodotti erano corretti, scorrevoli e piacevoli da leggere, ma tendevano tutti ad assomigliarsi.
Che cosa significa?
Che individualmente possiamo sembrare — non essere — un po’ più bravi grazie all’IA, ma collettivamente rischiamo di diventare tutti un po’ più simili.
Interessante, no? E tutto questo per usare continuamente e spesso a sproposito uno strumento che può fare rapidissimamente qualcosa al posto nostro? Non tutto ciò che può essere fatto in meno tempo deve per forza essere fatto in meno tempo.
Posso anche produrre qualcosa che assomigli al parmigiano senza lasciarlo stagionare il tempo necessario. Ma sinceramente non saprei che farmene del “parmesan” che piace oltre oceano o di quei parmigianini industriali del discount fatti con formaggi misti vari.
L’unica voce davvero chiara e coraggiosa che sento levarsi sul tema dell’IA, al momento, mi sembra quella di Papa Leone XIV. Potrei dare in pasto a ChatGPT la sua enciclica, farmela riassumere, analizzare ed estrarre i passaggi più importanti in trenta secondi. Potrei farlo davvero.
Ma siccome amo ancora il gusto del parmigiano stagionato con calma, così come il piacere di un pensiero che nasce lentamente dalla scrittura a mano, me la sto leggendo sul cartaceo, nei tempi e negli spazi giusti, sottolineando a penna e appuntandomi i passaggi che mi colpiscono di più.
Vorrei capire, riflettere, formulare, accogliere — se sarà il caso — la via possibile che propone Prevost. E poi, chissà, magari ne parleremo insieme in un prossimo post.