sabato 30 maggio 2026

Ciò che perdi quando l'IA scrive per te

"Se l'IA diventa un sostituto stabile della memoria, della formulazione, della decisione, della riflessione, può toglierci gradualmente il piacere di pensare." (Andrea Guerri, psicoterapeuta)

Il noto professionista e divulgatore non si riferisce qui a un uso consapevole e regolato dell’intelligenza artificiale, ma a un’abitudine sempre più diffusa — soprattutto tra giovanissimi e bambini — di usarla come una stampella anche quando non sarebbe necessaria. E aggiunge:

"Il rischio più grande non è che l'IA produca degli errori ma che noi non impariamo più a pensare fino in fondo".

È un meccanismo vecchio come il mondo: se c’è qualcuno o qualcosa che lo fa al posto tuo, perché sbattersi tanto per imparare a farlo? Lo sa bene chi ha avuto bambini piccoli: più fai le cose al posto loro, più diventi un sostituto stabile e meno imparano a diventare autonomi. E spesso, quando ci riescono, lo fanno tardi e male.

Perché pensare comporta una certa fatica. Lo sappiamo tutti. Da sempre, infatti, l'uomo delega ad altri o ad alcuni strumenti alcune sue fatiche.

Io, per esempio, delego all’agenda — rigorosamente cartacea, altrimenti che minimalista sarei? — il compito di ricordarmi quando portare il mio Snoopy a fare la toeletta. Alla scrittura, invece, delego la possibilità di rallentare e riordinare i pensieri.

Gli psicologi la chiamano “delega cognitiva”. L’abbiamo sempre usata: a volte bene, a volte male, ma in linea generale ci è sempre tornata utile.

Tuttavia, se è vero che l'avvento delle automobili non ci ha fatto atrofizzare le gambe, oggi ci hanno messo tra le mani uno strumento che - per usare le parole di Papa Leone - non è neutrale, perché «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (Magnifica Humanitas, n. 9)

A questa tecnologia non neutrale stiamo delegando delle nostre capacità preziose come l'argomentazione, la sintesi, l'elaborazione, la scelta delle parole, e persino delle idee. 

Nessuno ci aveva davvero preparati a uno strumento di una potenza così inaudita e inedita. E psicologi ed educatori — quelli che stanno sul pezzo e tastano ogni giorno il polso dell’umanità — iniziano ad accorgersi sempre di più che stiamo assistendo all’atrofizzazione di competenze che abbiamo impiegato secoli a sviluppare.

Mettete insieme tre generazioni abituate a fissare uno schermo per ore: social, scroll continui e mille sollecitazioni a portata di pollice che hanno praticamente cancellato la noia. Aggiungete una tecnologia comoda, rapidissima e potentissima che entra a gamba tesa nella nostra vita offrendosi di elaborare, riassumere, analizzare e scrivere al posto nostro.

Prompt dopo prompt, liberati dalla fatica di scrivere, rileggere, riformulare e dalla frustrazione di non trovare subito la parola giusta o il pensiero adatto, ci ritroviamo con qualcuno che produce per noi ciò che ci serve a una velocità mai vista.

Che figata, eh?

E la pazienza cognitiva necessaria per formarsi, evolversi, aggiornarsi e qualificarsi? In caduta libera.

E la tolleranza di quella frustrazione sana che ti spinge a ricercare e documentarti e memorizzare per capire, stupirti, ed eventualmente criticare? Introvabile come un'hostaria romana nella Città Eterna.

Un altro rischio emerge da un esperimento del 2024, più volte citato dal dottor Guerri nel suo canale YouTube Psicopensieri. A un gruppo di persone senza particolari competenze creative veniva chiesto di scrivere storie usando l’IA generativa.

I ricercatori hanno osservato che i testi prodotti erano corretti, scorrevoli e piacevoli da leggere, ma tendevano tutti ad assomigliarsi.

Che cosa significa?

Che individualmente possiamo sembrare — non essere — un po’ più bravi grazie all’IA, ma collettivamente rischiamo di diventare tutti un po’ più simili.

Interessante, no? E tutto questo per usare continuamente e spesso a sproposito uno strumento che può fare rapidissimamente qualcosa al posto nostro? Non tutto ciò che può essere fatto in meno tempo deve per forza essere fatto in meno tempo.

Posso anche produrre qualcosa che assomigli al parmigiano senza lasciarlo stagionare il tempo necessario. Ma sinceramente non saprei che farmene del “parmesan” che piace oltre oceano o di quei parmigianini industriali del discount fatti con formaggi misti vari.

L’unica voce davvero chiara e coraggiosa che sento levarsi sul tema dell’IA, al momento, mi sembra quella di Papa Leone XIV. Potrei dare in pasto a ChatGPT la sua enciclica, farmela riassumere, analizzare ed estrarre i passaggi più importanti in trenta secondi. Potrei farlo davvero.

Ma siccome amo ancora il gusto del parmigiano stagionato con calma, così come il piacere di un pensiero che nasce lentamente dalla scrittura a mano, me la sto leggendo sul cartaceo, nei tempi e negli spazi giusti, sottolineando a penna e appuntandomi i passaggi che mi colpiscono di più.

Vorrei capire, riflettere, formulare, accogliere — se sarà il caso — la via possibile che propone Prevost. E poi, chissà, magari ne parleremo insieme in un prossimo post.

mercoledì 20 maggio 2026

Il piacere di una chiacchierata a cofano aperto

Ormai si prenota quasi tutto online: un biglietto aereo, una visita medica, una riparazione di qualsiasi cosa sia passibile di rottura, persino la spesa.

L’altro ieri  mi si è rotto il clacson della macchina e, in una città come Roma — nota per gli automobilisti dalla guida più spregiudicata d’Italia — andare in giro con un’auto muta non è proprio rassicurante.

Da bravo minimalista digitale ho chiamato Massimo, il meccanico di fiducia che mi ha indirizzato dagli elettrauto Michele e Andrea - "Basta che vai là a nome mio Sandrì, senza manco chiamà, e t'arisòrvono st'impiccio".

Nel giro di un minuto avevo già risolto. Certo, una ricerca su Google e un form compilato online sarebbero bastati, ma vuoi mettere il buon Massimo che — meglio di qualsiasi app integrata — ti spiega pure la strada migliore per arrivare, evitando code e quel cantiere che da un mese intoppa il traffico di due interi quartieri?

Nel pomeriggio, verso le quattro, ero già da loro. Da sotto una Golf spuntavano due gambe. Dopo qualche secondo - non avevo parlato ma in qualche modo da lì si era accorto che c'ero -  una mano mi ha indicato un signore sulla cinquantina mentre una voce, sempre da sotto la Golf grigio scuro, mi diceva: “Abbi pazienza che sto ’mpicciato. Laggiù ce sta Michele che te dà retta.”

Nel giro di un quarto d’ora, Michele aveva già fatto la diagnosi: tromba del clacson andata. Morta stecchita. “Te ne monto una che te sente pure er Papa in Vaticano”, mi fa con quell’aria da chirurgo di pronto soccorso automobilistico. E io, senza pensarci troppo: “Daje Miche’ che qua a Roma serve più dei freni.”

Così la mia spartana ma fedelissima Dacia è tornata a parlare. Anzi, a farsi sentire proprio bene col vocione giusto per ricordare ai fenomeni del raccordo, agli specialisti del taglio seriale di corsia - ma soprattutto agli ebetini distratti dal cellulare - che, ogni tanto, esistono pure gli automobilisti corretti.

E mentre armeggiava tra fili, viti e strumenti di diagnostica, siamo finiti a parlare di figli, di università, della maleducazione nel traffico che "una volta mica era a sti livelli...", e di quelle cose normali (e un po' da boomer ammettiamolo) che vengono fuori quando qualcuno lavora con calma e umanità, senza cronometri né ticket digitali.

E lì ho pensato che sì, forse online avrei prenotato tutto in trenta secondi.

Ma non avrei mai avuto Massimo che mi manda “a nome suo senza chiamà”, Andrea che mi parla da sotto una Golf come fosse un meccanico-oracolo, né Michele che tra un cacciavite e una chiacchiera mi restituisce il clacson — e pure un piccolo pezzo di romanità che nessuna app, per fortuna, ha ancora imparato a replicare.

lunedì 18 maggio 2026

Le stiamo condannando a morire di fame...

Questo mese sono due anni che ho cambiato lavoro. Mi sono spostato in un altro settore dell’importante struttura in cui sono dipendente da oltre ventidue anni, ed è stato interessante osservare le dinamiche relazionali che si sono create durante questo cambiamento.

Nonostante continuassi a coltivare quanti più contatti possibili, già dai primi giorni mi accorgevo che la maggior parte dei colleghi mi aveva rapidamente accantonato e molti dei miei numerosi messaggi (non avevo ancora abbracciato il minimalismo come stile di vita) rimanevano senza risposta. "E' normale - mi dicevo - non si può essere amico di tutti".

Col passare del tempo, anche quei colleghi che percepivo amici cominciavano a latitare. Nonostante continuassi a mandare un saluto, un messaggio, una sciocchezza condivisa via Uazzappe, la maggior parte delle chat moriva lì, con due, tre messaggi miei, lasciati senza risposta.

Consapevole del fatto che un’app di messaggistica non sia il luogo in cui possa vivere davvero una relazione, ho iniziato a proporre ogni tanto un caffè agli unici quattro reduci con cui restava una certa interazione. Ed è lì che ho sperimentato la differenza. E ho capito una cosa: le amicizie funzionano solo in presenza.

E anche le relazioni.

Quante amicizie, rapporti, parentele, perfino storie d’amore, sbiadiscono chat dopo chat nell’illusione che quello significhi ancora interagire davvero. L’illusione di una presenza che, in realtà, non c’è.

Un messaggio, una reaction, una foto inoltrata al volo… e pensiamo di essere ancora nella vita degli altri. Lo credevo anch’io. Continuavo a scrivere a vecchi colleghi e amici, convinto che bastasse mantenere acceso quel filo digitale per tenere viva una relazione. Ma spesso, dall’altra parte, quel filo non era più collegato a nulla. Ero diventato soltanto una piccola foto profilo racchiusa in un minuscolo cerchietto, in mezzo a tante altre.

Mi ci è voluto questo per capire una cosa semplice quanto scomoda: le relazioni vivono solo dove c’è presenza vera. Uno sguardo. Un caffè. Una passeggiata. Una stretta di mano, un abbraccio. Tempo dedicato senza notifiche che interrompono ogni frase. È lì che capisci chi ha davvero voglia di esserci. E chi no.

E allora forse dovremmo smettere di delegare alle chat il compito di custodire i rapporti importanti. A partire da quelli con le persone con cui condividiamo la camera da letto, la casa, la quotidianità. Perché le chat sono comode, veloci, pratiche. Ma non scaldano. Non abbracciano. Non sostituiscono una voce, una tavola apparecchiata, una visita fatta anche quando si è stanchi.

Teniamoci strette le persone che riteniamo importanti, perché è facile darle per scontate mentre inseguiamo altrove attenzioni, conferme, contatti. E invece la vita passa proprio lì: in una cena fatta insieme senza telefoni sul tavolo, in una domanda fatta guardandosi negli occhi, in una passeggiata che vale più di cento messaggi.

Non lasciamo che le relazioni si consumino “chat dopo chat”, credendo di nutrirle mentre in realtà le stiamo solo condannando a morire di fame, fame di interazioni vere che respirano solo in spazio e tempo donati e condivisi…  Tutto il resto sono solo bit che fanno avanti e indietro per la rete e non bastano per non sentirsi soli.

mercoledì 13 maggio 2026

Quella fila del mercoledì che fa riflettere

"Cari amici, purtroppo la compassione e l’empatia oggi rischiano di scomparire. I progressi tecnologici ci hanno resi più connessi che mai, ma possono portare anche all’indifferenza

Il flusso costante di immagini e video delle difficoltà degli altri può rendere i nostri cuori insensibili piuttosto che commuoverli."

Con queste parole, Papa Leone, parlando ai partecipanti all’udienza in Sala Clementina l’11 maggio, ha indicato con lucidità il legame sempre più evidente tra il flusso incessante di immagini che attraversa le nostre giornate e il progressivo impoverimento della compassione e dell’empatia.

E ha aggiunto che non si tratta semplicemente di uno dei tanti problemi sociali del nostro tempo, ma di una vera emergenza, affermando che «Questo genere di apatia sta diventando una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo

Esagera?

Massa, 2026. Giacomo Bongiorni viene ucciso da alcuni giovanissimi dopo aver difeso un negozio dal lancio di bottiglie, davanti all’indifferenza degli astanti.

Taranto, 2025. Una donna si sente male su un autobus. Le urla disperate del figlio piccolo restano a lungo senza risposta, mentre i passeggeri continuano a ignorarle prima che qualcuno decida finalmente di intervenire.

Durante il periodo delle Olimpiadi invernali, sette senzatetto muoiono a Milano, per cause diverse e non collegate tra loro, nel silenzio quasi assoluto della città.

Persino l’eccezione virtuosa del tredicenne che ha fermato con coraggio il coetaneo di Trescore Balneario mentre accoltellava una professoressa in diretta online è stata oscurata da decine di spettatori collegati alla diretta Telegram dell’aggressione, rimasti a guardare senza avvisare immediatamente le autorità.

Il Papa mette a fuoco con precisione ciò che molti percepiscono ma faticano a nominare: non siamo davanti soltanto a una crisi della convivenza civile, ma a un indebolimento della nostra capacità di essere presenti al reale, qui e ora, davanti alla gioia come davanti al dolore.

Per questo parla di una sfida spirituale. Non è semplicemente la gentilezza che viene meno, ma la capacità stessa di lasciarsi scalfire, interrogare, toccare dall’esistenza dell’altro.

Nello spazio bidimensionale dello schermo, dove tutto scorre veloce e ogni cosa vale quanto il suo contrario, anche la sofferenza rischia di essere consumata come contenuto, anziché incontrata come presenza viva.

Molti oggi crescono più allenati a reagire a una notifica che a una persona reale. Più abituati a osservare che a intervenire. Si sbircia, si commenta d’istinto, si scorre oltre. E così non ci lasciamo più colpire da una donna che sviene davanti al figlio, da un uomo massacrato di botte, da un senzatetto che muore a pochi passi da noi, da immagini che non ci imbarazzano più e allora finiamo con l'alzare l'asticella del tollerabile.

Ma c'è ancora qualcuno col coraggio di parlare chiaro chiamando le cose col loro nome. Sarà forse per questo che ogni mercoledì è sempre più lunga la fila per riempire piazza San Pietro?

lunedì 4 maggio 2026

Educare lo sguardo

Stamattina pensavo che ci accorgiamo di certe realtà solo quando ci toccano davvero. Come quando ho cominciato a indossare occhiali tondi, e mi sembrava di vedere attorno a me un sacco di gente con montature alla Harry Potter che prima non notavo.


E mi sembra ieri quando mia madre, notoriamente disinteressata ad auto e motori, faceva caso alle "nuove" Innocenti Tre Cilindri che circolavano per Roma perché in casa si cominciava a parlare di una "macchinina" per me neopatentato. Erano i giurassici anni Novanta. Non ebbi mai una nuova Innocenti Tre ma ereditai la piccola e fighissima Autobianchi A112 color carta da zucchero di mio padre.

Lo stesso meccanismo scatta, oggi, a mio avviso, quando un giornalista si concentra su un tema. È un riflesso umano, quasi fisiologico: la realtà resta uno sfondo indistinto finché qualcosa non la mette a fuoco. Prima è rumore, poi diventa segnale; e quando diventa segnale, acquista peso, contorni, perfino un lessico più preciso. A quel punto sembra che non esista altro: quel fenomeno — spesso negativo — diventa il centro delle lamentele che senti in giro.

Circa un anno fa ho realizzato che un meccanismo simile agiva su di me mentre passavo ore a spippolare il cellulare e a scrollare la timeline dei social. Mi sono reso conto che prendevano un dettaglio che mi aveva appena sfiorato e lo trasformavano in un flusso continuo, martellante, che sentivo il bisogno di controllare in ogni momento libero.

Così mi sono ritrovato — come tutti — a vivere dentro una specie di lente deformante: con l'illusione di vivere una libertà a colpi di pollice, perdevo di vista ciò che avevo attorno e accumulavo un sovraccarico cognitivo che mi lasciava perennemente stanco. Spesso triste, e solo. Che paradosso eh?

Eliminando Facebook, X e Instagram e altre cosette inutili, non ho spento quel meccanismo — lo stesso che faceva notare a mia madre le Innocenti Tre — ma l’ho riportato alla sua dimensione naturale. E la differenza, benefica la sento. Caspita se la sento.

E allora mi chiedo: quante cose ci stanno passando accanto, proprio ora, ignorate — solo perché non hanno ancora trovato il modo di riguardarci, mentre teniamo gli occhi incollati a uno schermo?

E se provassi anche tu a fare l'atto liberatorio di un logout? O addirittura quello di disinstallare le app dei social dal cellulare... Se superi i primi due, tre giorni di "astinenza" ritroverai - o scoprirai - una quiete che non ha prezzo.