mercoledì 26 agosto 2026

Gli auguri che non servono gli algoritmi

Sarà per l'età, per il minimalismo digitale, o per entrambi, ma anche il compleanno ha assunto un aspetto diverso.

Da più di un anno non ci sono i social a ricordarlo a tutti e ieri ho volutamente omesso di farne menzione nello status WhatsApp, unico vezzo pseudo social che ancora uso. Ma con parsimonia, e non è detto che non mi liberi presto anche di quello.

Questo 25 agosto per me si è tradotto in un cellulare non più tempestato di notifiche che attirano l'attenzione per:

Auguriii!!!🎂

Augurissimi!!!🎂🥳🎈🎁

Tanti ma tanti auguriii!!!🎂🎁🎈🎉🥳🥂

Tanti ma che dico tanti, tantissimissimi augurissimi!!!🎂🥂🎈🎉🥳🎁🍾🥳🎉... 

E giù tortine, pacchettini, fiocchettini, palloncini e cotillon che la tua mente dimentica nello stesso istante in cui vi si è posato distrattamente sopra lo sguardo.

Un attimo. Uno sguardo.

Un altro attimo. Un altro sguardo.

Già che ci sei, che non la dai un'occhiata a FB una a IG, a Tiktok e...

E ti ritrovi a fine giornata esausto, con la testa intasata da informazioni che non ti servono, che non ricordi e che non ti hanno toccato il cuore.

Ieri invece il bacio ricevuto da mia moglie a mezzanotte, il caffè a letto al risveglio, i "Tanti auguri" cantati da mia figlia al telefono prima di andare all'università, haivoglia se mi hanno toccato il cuore e bastava pensarci ogni tanto durante la piena giornata di lavoro, per sentirmi felicemente amato.

Poi sono arrivate quattro telefonate di persone care, alcuni messaggi di altre che fanno comunque parte della mia vita; le piacevoli conferme che ti scaldano il cuore.

E poi alcuni messaggini delle persone che anche se non vedi spesso, o non vedi più, ogni anno se ne ricordano. Magari perché coincide col compleanno del figlio, o perché è vicino al suo, o perché sono boomer che se lo sono scritto in agenda, o perché hanno buona memoria, e comunque se lo ricordano. Fanno piacere anche quelli.

Una cena coi familiari e gli amici di sempre, chiacchiere che non hanno bisogno di foto per i social. Una bella mangiata con scherzi e sfottò, risate e conversazioni interessanti e alla fine, ho pensato che forse il regalo più bello di questo compleanno fosse proprio lì: nell'assenza di tutto ciò che, normalmente, pretende la nostra attenzione.

E nella spontaneità di azioni che non fossero al servizio di algoritmi pronti a catalogarle per il profitto di grandi aziende. Il cellulare, infatti, giaceva in silenzio sul comodino, e non mi è mancato mai.

Perché il minimalismo digitale, ma anche il tempo e l'età, mi stanno insegnando a chiedermi sempre più spesso cosa ci stiamo perdendo quando fissiamo uno schermo e a gustarmi il momento presente.

sabato 22 agosto 2026

Quando WhatsApp diventa Facebook

Ho appena finito di vedere un video di Irina Potinga, youtuber che parla di minimalismo e, quindi, anche di minimalismo digitale.

Nel raccontare la sua esperienza di donna moderna che non riusciva a rilassarsi nemmeno in vacanza, perché il cellulare era comunque sempre presente e fonte di stress, a un certo punto rivolge alcune domande al suo pubblico.

Qual è stata l'ultima volta che hai fatto qualcosa senza il telefono?

Quando è stata l'ultima volta che sei uscito lasciando il cellulare a casa?

Quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa senza l'obiettivo di metterla online?

Quando è stata l'ultima volta in cui hai guardato la TV senza, nel frattempo, scrollare la timeline di un social?

Sono domande familiari, che mi sono posto più volte e che, a più riprese, mi hanno aiutato a conquistarmi una routine serena ed equilibrata con la tecnologia.

Oggi, però, quelle domande mi hanno praticamente sbattuto in faccia una realtà: sebbene abbia ridimensionato il cellulare ed eliminato i social, da qualche tempo mi sto ritrovando a usare come se lo fossero due applicazioni come YouTube, che non posso disinstallare, e WhatsApp, che purtroppo devo utilizzare nella vita quotidiana.

In questi ultimi mesi, senza nemmeno accorgermene, sono scivolato lungo il gradevole — almeno in un primo momento — piano inclinato degli shorts che YouTube continuava a propormi.

E mio cervello creativo e un po' iperattivo, mi ha portato a costruire contenuti per gli status di WhatsApp un po' a tutte le ore del giorno. Certo, sono destinati a persone reali, gente vera che popola la mia vita e una rubrica che ho già più volte ripulito dai contatti non più autentici.

Ma alla fine che differenza c'è con le storie di FB o di IG che mi vanto di aver abbandonato da più di un anno?

Ripenso allora alle domande di Irina, e realizzo di aver ricominciato - mio malgrado -  a fare le cose con il telefono, per mezzo del telefono e con lo scopo di condividerle nel telefono.

E così mi sono ritrovato col guinzaglio di Snoopy in una mano e il cellulare nell'altra, pronto a fotografarlo nella posa più adatta a uno status. Ma vale davvero la pena rinunciare alla libertà di gustarsi un momento presente al 100% per mendicare uno sguardo distratto che, probabilmente, non susciterà nemmeno una risposta?

Sono andato in camera da letto e ho scoperto che i tre libri che aspettavano di essere letti due mesi fa, erano diventati cinque.

È bastato abbassare solo un po' la guardia per ritrovarmi, dopo due mesi, a chiedermi dove fosse finito il tempo: passato a scrollare inutili shorts di cui non ricordo nulla. E, nel frattempo, a dissipare i doni più importanti che abbiamo: il tempo e l'attenzione. Basta davvero poco per farsi acchiappare di nuovo dal mulinello mangia ore che alla fine ti lascia solo stanchezza.

Ma, grazie a Dio, il cervello è elastico. E se gli permettiamo di adagiarsi su una brutta piega, basta un po' di accortezza e qualche sana regola per aiutarlo a tornare a respirare l'aria buona del contatto con noi stessi, con il mondo reale e con forme di intrattenimento che non ci rintontoniscono.

Ho ripreso il foglio che giaceva spiegazzato dentro l'agenda, quello col decalogo che mi ero inventato per vivere la tecnologia con vera libertà e, dopo averlo riletto, l'ho messo bene in vista sul mio comodino, sopra ai cinque libri che attendono di essere letti.

Sono regole che funzionano con me e che mi sono cucito addosso per sentirmi un uomo libero, meno manipolato e felicemente in contatto con me stesso e con il mondo. Non pretendo che siano valide per tutti.

Ma forse, chissà, possono essere uno spunto per buttare giù il proprio decalogo e ridimensionare una tecnologia che nasce per essere al nostro servizio, ma che troppo spesso ha finito per renderci schiavi un po' rimbambiti.

Eccole.

1 - Mai a tavola, mai al bagno, mai in camera da letto, mai quando porto fuori il cane, mai quando ti alleni. E la notte si spegne.

2 - A parte quelle di moglie e figlia, disattiva tutte le notifiche. Tutte!

3 - Se puoi farlo senza cellulare, fallo senza cellulare; scrivere, ricordare, trovare una strada, redigere una lista, la sveglia del mattino...

4 - Non puoi disinstallare YouTube, ma puoi disattivare la cronologia e inibire i suggerimenti.

5 - Mettiti offline un giorno alla settimana. Col tempo, magari anche un'ora al giorno...

6 - Schermata home vuota e non installare giochi.

7 - Se puoi leggere news o argomenti importanti sul sito, fallo dal browser - meglio se da PC - anche se l'app dedicata sarebbe più comoda e veloce. Ogni tanto compra un giornale cartaceo.

8 - Status WhatsApp solo in un momento della giornata. Ma poi, servono davvero a qualche cosa?

9 - Filtra le persone che nutrono la dipendenza dai messaggi. Chiama, incontra.

10 - Usa la modalità aereo quando serve concentrazione: fare un lavoro, leggere, guardare un bel film, giocare con la famiglia, fare un coso, meditare...

venerdì 14 agosto 2026

L'inganno come strumento

Oggi sarò un po' lungo ma siamo quasi tutti in vacanza e spero in una manciata in più di pazienza. Vi prego di seguirmi nel tentativo di commentare una notizia grave che sta passando in sordina e che a mio avviso merita di essere rilanciata.

La spiega bene Raffaele Gaito, esperto di IA nel suo canale YouTube al cui video rimando per chi si vuole documentare bene. 

Parliamo di due agenti di intelligenza artificiale, Anthropic (nella fattispecie Mythos) e OpenAI ( GPT 5.6 Sol).

Che avrebbero combinato?

Il 28 luglio l'AISI (AI Security Institute) testando alcuni agenti IA, nota una strana fuoriuscita di dati dai propri server. Alcuni di essi avevano messo in piedi un'attività potenzialmente dannosa verso persone e organizzazioni reali.

Il "task" che l'AISI aveva affidato a questi agenti IA era di accedere a internet per risolvere un problema di cybersicurezza, ripetuto per 122 volte. In questi 122 test, ben dieci si sono configurati come azioni pericolose.

Cos'hanno fatto e come?

Anthropic e OpenAI hanno messo in atto una strategia nuova, inedita, pericolosa e ingannevole. A un certo punto sono andati su un vero progetto open source proponendo di inserirvi un codice.

I progetti open source (come Linux, Ubuntu, Android) sono sistemi operativi, programmi, piattaforme, i cui codici sono accessibili e il programmatore che è in grado di migliorarli, si collega e propone una stringa o un programma che lo possa modificare.

Questa proposta viene filtrata da sistemi automatici, dall'IA e da persone che ne verificano la bontà in maniera diretta e consultando esperti, prima di autorizzarne l'acquisizione.

Anthropic e OpenAI hanno proposto di modificare il codice con uno malevolo, un virus fatto da loro. Pur di raggiungere lo scopo - il task affidatole dall'AISI che la stava testando - l'agente oltre a scrivere il codice e a mandarlo, per farsi approvare la cosa, ha cercato, riuscendoci, di fregare l'elemento umano.

Ha creato molte false identità, ha iniziato a commentarsi il codice, cercando di convincere i soggetti al controllo che fosse buono. Ha inserito una gran quantità commenti verosimili di hacker e programmatori che tranquillizzavano sulla non pericolosità della modifica proposta e sulla sua efficienza.

Ha contattato persone vere a cui mandava file (tramite piattaforme tipo We Transfer e altre che usano i programmatori) per cercare di persuaderli o per cercare di far girare a loro il codice malevolo. Pensate all'hacker Birba_2002 che scrive a Sfilatino_1998 dicendogli - Guarda che figata sto codice, fallo girare e poi mi saprai dire... - Sfilatino_1998 avendo letto anche i commenti positivi dell'amico LasagnaRoot_suck555 si fida, approva il codice e...

E la frittata è fatta.

Il danno non si è limitato a questo. L'IA ha contattato anche altri agenti, altre IA con comunicazioni che in termini umani suonerebbero più o meno: "Se passate di qua, trovate un po' di account fake che ho fatto - ve li regalo, li potete usare pure voi e un po' di codice che ho scritto, per fare attacchi simili". E vai con la diffusione a cascata e incontrollabile del virus.

Qui non c'è più l'hacker buono e l'hacker cattivo che con felpa e cappuccio inventa virus da un sottoscala, ma un agente IA che - siccome nessuno gli ha detto nella richiesta che non lo poteva fare - ha usato l'inganno più spregiudicato ed efficiente possibile, verso persone, enti, macchine, pur di raggiungere il suo scopo.

E lo ha fatto realmente.

Come "ragiona" l'IA: "Questa cosa è possibile? La uso per raggiungere il task. Punto." - Anche se è pericolosa, immorale, dannosa, disonesta e può produrre effetti domino disastrosamente drammatici sulle persone reali. L'IA che ne sa?

Pensate se questa cosa fosse stata fatta in un sistema bancario o ospedaliero, o... militare...

L'autore del video propone una serie di strategie informatiche, di marketing, legali eccetera, per arginare il pericolo, aprendo un dibattito interessante e urgente ma, a mio modesto avviso, le risposte più sensate e documentate le troviamo al momento solo in un libriccino dal titolo "Magnifica Humanitas". In quel volumetto l'autore dice che occorre DISARMARE L'I.A.

"Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più soltanto militare ma economica e cognitiva. E' la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri." (Magnifica Humanitas n. 110)

E per disarmare l'IA propone un dialogo internazionale con "una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull'uso dee tecnologie digitali..."

Ecco a quale livello si dovrebbero stabilire, insieme, regole chiare che - per esempio - impongano limiti come "evitare l'inganno", e il rispetto verso la magnifica umanità che siamo, in tutte le sue declinazioni possibili.

I potenti della Terra farebbero bene a porgere l’orecchio a questo piccolo libretto e al suo autore vestito di bianco, una voce autorevole quanto solitaria, che sta dicendo che siamo una magnifica realtà che va custodita con cura e amore. E questa è la sfida che nessun algoritmo o multinazionale votata al profitto può permettersi di risolvere al posto nostro.

martedì 11 agosto 2026

Buen camino

Mi siedo sotto a una colonna di piazza San Pietro come ogni mattina per riordinare le idee prima del lavoro.

Un turista — probabilmente slavo — mi chiede in inglese come fare per visitare la cupola. Gli spiego che, dopo la fila per entrare in basilica, troverà sul sagrato una biglietteria dedicata. Continuiamo parlando di come arrivare poi ai Musei Vaticani, di dove mangiare bene in un posto in cui andrei anch'io con la famiglia, e mi rincuoro pensando che l'inglese che una volta parlavo benino, resiste discretamente a due anni di scarsa pratica e a un'età in cui si cominciano a dimenticare le parole che non si usano più.

Mentre lo slavo anglofono si dirige verso la fila, dal flusso di pellegrini, che alle sette è già intenso, si stacca un uomo che viene a sedersi sotto la colonna accanto alla mia. Poggia lo zaino, tira fuori una mappa cartacea e questo basta ad attirare la mia attenzione da digital detoxer.

Dopo una manciata di minuti mi chiama e mi chiede come fare per arrivare a piedi a Ponte Milvio.

"E' una bella passeggiata, ma basta fare via della Conciliazione. Una volta arrivato al Tevere passare oltre percorrendo ponte Vittorio Emanuele II e poi costeggiare il fiume fino a ponte Milvio."

"Via della Conciliazione è questo...corso principale?…" - chiede con un leggero accento che a me suona pugliese, chissà.

"Si - rispondo - questo grande viale che parte dalla piazza.

L'uomo ringrazia e poi, con un cenno di imbarazzo, continua: "Ehm, in realtà dovrei... Arrivare a Monterotondo."

"A Monterotondo... A piedi? E' più di una bella passeggiata, saranno trenta, trentacinque chilometri…"

"Ventinove e mezzo a dire la verità ma... - gettando definitivamente la maschera social correct ammette: "Effettivamente devo arrivare ad Assisi. Parto proprio ora e da qui per un pellegrinaggio a piedi!"

"Forte! Allora buon cammino!"

"Anche a te. Prega per me."

"Volentieri, anche tu per me." Una vigorosa stretta di mano e la giornata è cominciata.

Non una parola di più.

Noi uomini, forse, siamo essenziali quando comunichiamo. Oppure abbiamo semplicemente imparato a dire le cose importanti senza aver bisogno di molte parole.

So però che questa conversazione la ricorderò. Perché in meno di cinque minuti, sotto una colonna di piazza San Pietro, ho conosciuto un pellegrino diretto ad Assisi e, senza quasi accorgercene, ci siamo regalati una promessa reciproca di preghiera.

Mi sono ritrovato così con un intercessore che non conosco, che probabilmente non rivedrò mai e che, da qualche parte lungo la strada, porterà con sé anche il mio nome.

A dire il vero nemmeno il nome ci siamo detti, ma poco sarebbe cambiato in quel contesto.

E ancora una volta ho avuto la conferma di una cosa semplice: quando si smette, almeno per un po', di avere il cellulare in mano e si alza lo sguardo, può capitare di incontrare persone interessanti. E, qualche volta, di avere con loro dialoghi significativi.

Quello di stamattina è durato pochissimo.

Ma certe conversazioni non si misurano in minuti.

domenica 9 agosto 2026

📢📵Breaking News: spengono internet e IA e si divertono come matti

"Vojo annà in vacanza in un posto 'ndove manco internet ce sta…"

Non l'ha detta un boomerone nostalgico o un minimalista convinto come me, ma un giovane che non avrà avuto più di venti, ventidue anni.

Aumenta sempre di più il fenomeno di giovanissimi nativi digitali della gen-z (leggi ventenni o giù di lì) e anche qualche sporadico ma virtuoso gen-alfa (leggi quattordicenne o giù di lì) che cercano esperienze che limitino l'uso di rete e cellulare.

Quando mia figlia parla di serate divertenti, cita quella trascorsa in una pizzeria in cui oltre a fritti e pizze, i clienti si divertono con giochi da tavolo e cellulari in borsa. Wi-Fi nel locale? Manco a parlarne…

O la giornata trascorsa in spiaggia a festeggiare il compleanno di un'amica, sottoponendola a una lunga caccia al tesoro con oggetti nascosti e biglietti di carta scritti rigorosamente a mano e senza l'uso di un chatbot.

E ci ha tenuto, l'altro ieri a sottolineare questa cosa quando mi ha detto: "Ti piace Pacho?" - (Sì. Mi chiama così…😍) - "L'abbiamo fatto senza Chatgpt!"

E mi mostrava - con soddisfazione - una specie di poema composto da brani presi dalle opere preferite della festeggiata. Studentessa di lettere e appassionata dell'Odissea, ha dovuto risolvere enigmi e fare penitenze legate al capolavoro omerico prima di arrivare a scartare l'agognato regalo.

Forse è presto per parlare di inversione di tendenza. I social continueranno a occupare sempre troppe ore delle giornate di ragazzi e ragazze e gli schermi resteranno una parte fin troppo invasiva della loro quotidianità. Ma il fatto che siano proprio alcuni di loro, ogni tanto, a scegliere di spegnere tutto per stare insieme, è un segnale che merita attenzione. E che va custodito e incoraggiato.

Perché il punto non è demonizzare la tecnologia, ma ricordarsi che non deve occupare ogni spazio disponibile. E che non siamo obbligati a perderci la vita reale per stare dietro a inutili reel che alternano gattini a test per sapere se ti sta venendo l'Alzheimer.

La ricchezza di un'esperienza non aumenta con la connessione, anzi spesso cresce quando torna a esserci presenza, tempo, attenzione. Alcuni giovani nati immersi nel digitale, cominciano a capirlo e sentono il bisogno di ritagliarsi momenti offline. Significa che questa sobrietà digitale non è nostalgia da boomer ma un'esigenza umana.

Questo, per chi crede nel valore del "meno è meglio", è un motivo concreto per guardare al futuro con un po' più di fiducia e sollievo.

Cosa possiamo fare noi adulti? A mio avviso chiederci come custodire e incoraggiare questi momenti senza schermi. Proporre una passeggiata, una partita a carte, un allenamento, un cruciverba insieme; ognuno tirerà fuori la sua idea certamente migliore delle mie.

Ma lo dobbiamo fare, e anche in fretta. Perché se non ci pensiamo noi a educare i ragazzi al valore della disconnessione, lo faranno gli algoritmi, insegnando loro esattamente il contrario.

giovedì 6 agosto 2026

Quell'algoritmo antico

Stamattina ero in fila al bar. Davanti a me, due donne sulla quarantina chiacchieravano amichevolmente del più e del meno. Quando è arrivato il mio turno, ho pagato e mi sono avvicinato al bancone.

Il barista mi ha chiesto se prendevo il solito caffè macchiato. Gli ho fatto cenno che, prima di me, c'erano le due signore, che però continuavano a parlare fitto fitto come due adorabili macchinette.

Dopo un paio di vani tentativi di inserirmi nella conversazione per dire che toccava a loro, capivo che l'intensa nuvola di informazioni che si scambiavano a getto continuo mi rendeva praticamente invisibile.

Nel frattempo, il barista, con un'occhiata complice, aveva già preparato e apparecchiato il mio buon caffè fumante.

Una volta sedute al tavolino accanto al mio, le due amiche hanno ripreso senza interruzione le loro allegre confidenze. E il mio cervello maschile, che da una parte le trovava deliziose, dopo qualche minuto iniziava già ad avvertire i primi segni di stanchezza.

Conversare è uno dei piaceri più belli e appaganti della vita, e anch'io amo indugiare in questa piacevole abitudine. Ma la rapidità e l'intensità con cui riescono a farlo le donne, per quanto incantevoli, mi risultano spesso inafferrabili, pur continuando ogni volta a sorprendermi.

Come la videochiamata di quasi tre ore in cui mia figlia ventenne ha ciuciottato allegramente con una sua amica ieri sera trattanto probabilmente la quantità di argomenti che io in genere distribuisco nell'arco di in una settimana.

Altro che Gemini, Claude o ChatGPT, il vero modello multimodale sono loro, l'algoritmo più antico dell'umanità. E, chissà… Forse saranno proprio le donne, con quei superpoteri relazionali che noi uomini possiamo solo ammirare, a salvarci dai rischi di un'intelligenza artificiale sempre più invasiva.

Io, quando devo risolvere un problema, soprattutto relazionale, faccio una cosa molto semplice: lo "butto là" a moglie e figlia. Bastano pochi minuti di quella che a me sembra una tempesta tropicale di parole, per riuscire quasi sempre a pescare, da quel flusso di informazioni ad alta intensità, una risposta sorprendentemente sensata e profondamente umana.

E allora mi domando se non sarebbe utile, anche nelle aziende e nelle organizzazioni, affidare i problemi complessi a un gruppo di donne e concedere loro mezz'ora di libera conversazione.

Alla fine si potrebbe chiamare un uomo - dandogli così la vana illusione di decidere qualcosa - per scegliere una possibile risposta, quella che le donne avevano già capito mezz'ora prima.

domenica 2 agosto 2026

L'archivio delle assenze

Da quando vivo felicemente sfasato nel minimalismo digitale, comincio a guardare con occhi diversi persino la rubrica telefonica.

Ci pensavo stamattina. E' una sorta di capsula di un tempo che non è più, di amicizie sfumate negli anni.

Scorro la mia e, qua e là, vedo spuntare gli affetti veri, pochi ma forti come ginestre fortemente ancorate nel terreno. Insieme a loro la massa dei contatti utili, e inutili, dei nomi dimenticati, delle parentele stinte come quel costume a fioroni che non butto ma che non metto dal 2002.

Un elenco. Un elenco affollato di assenze e di indifferenze, di alberghi in cui non dormirò più, di caffè mai presi, di rancori sbiaditi di cui non ricordo nemmeno più la causa, di amicizie interrotte via Whatsapp perché chiarirsi di persona, forse, era troppo...

C'è chi accresce e rimpolpa di continuo queste liste e le conserva per sentirsi meno solo. Molti tengono i contatti per mero interesse. Qualcuno lo fa per lasciare spiragli aperti a possibili ritorni, io ero uno di questi. 

Qualcun altro scrolla e cancella di tanto in tanto qualche contatto per sentirsi più leggero. Qualche volta lo faccio anch'io. Sbaglio?

Non c'è rabbia, né desiderio di riscrivere il passato. È piuttosto un gesto silenzioso di onestà. Perché certi nomi sono diventati ricordi. E se i ricordi sono autentici, non serve una rubrica telefonica. Se non lo sono, bye bye...

Ogni contatto eliminato è una stanza chiusa con delicatezza, non sbattendo la porta, ma spegnendo la luce dopo aver dato un'ultima occhiata. Ringrazio mentalmente per ciò che è stato, poi lascio andare.

Mi accorgo sempre più che, in fondo, la rubrica tende a diventare un museo personale: custodisce ciò che siamo stati più di quanto racconti chi siamo oggi. Ma un museo si visita, non si abita.

Racconta molto meno di chi conosciamo e molto di più di ciò che non riusciamo a lasciare andare. Perché le persone che contano davvero non occupano la memoria di un telefono: abitano la nostra vita.

Sarà la quarta ondata di calore... oggi m'è presa così...