lunedì 19 gennaio 2026

"Sei morto?" - L'app che monetizza la solitudine

Qualche mese fa riflettevo sulla solitudine, vero cancro dell'uomo di oggi

Anche il Papa ha sentito l'urgenza di dare un orientamento in tal senso. "Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?".

Oggi apro un sito interessante che leggo spesso per informarmi, Inside Over  e leggo che in Cina spopola un'app dal nome "死了么" traducibile come "Sei morto?"

Funziona così: l'utente che vi si registra deve cliccare periodicamente (in un intervallo di tempo scelto da lui) un pulsante per confermare di essere vivo. In caso contrario l'app manderà un messaggio a un contatto designato al momento dell'iscrizione per segnalare che l'utente potrebbe essere in pericolo o... morto.

Ciò che mi sorprende non è la solitudine, sciagura moderna che dilaga ormai da decenni, e che è un triste dato di fatto. Mi fa male che la si monetizzi ritenendo che occorra un'app (a pagamento) per sostituire l'interesse di un familiare, un amico, un vicino.

Il fenomeno interessa solo il gigante asiatico? Pare di no visto che una versione occidentale dell'app, chiamata Demumu è tra le più scaricate negli USA, a Hong Konk, Singapore, così come Spagna e Australia.

Tempi che cambiano o ennesimo caso di cinica monetizzazione della solitudine?

Tempi che cambiano male, in cui l'umanità è freddamente misurata in impulsi digitali, l'essere vivo o morto diventa un'azione tracciabile e forse, l'unica morte vera è quella dell'empatia e della compassione.

E la mia memoria pazzerella ruzzola indietro al 1990, quando la "Sora Nina", vicina di casa di mia nonna, morì all'improvviso per un malanno legato alla vecchiaia.

Era sola e il figlio abitava lontano. Mia nonna se ne accorse subito perché era normale per lei bussare alla porta per chiedere: "A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - era la risposta che quel giorno però non arrivava.

Ero lì e nonna che, avendo le chiavi e, constatando la morte della vicina, assoldò immediatamente le mie braccia giovani, dicendomi con tono fermo e affettuoso - "Nnamo bello de nonna, ajùteme a vestì sta poraccia!"

Avevo vent'anni e quel momento triste ma tenero, drammatico ma significativo e tutt'altro che traumatizzante, mi resta nel cuore, e lo custodisco come una delle più belle lezioni di vita impartitami da nonna Fernanda.

L’app può tracciare ma non ricordare, avvertire un contatto ma non serbare nel cuore l'accortezza di una donna attenta come mia nonna. Se ci fosse stata, avrebbe potuto avvertire il figlio della Sora Nina, ma questa non avrebbe avuto un vestito dignitoso, una carezza, una preghiera.

"A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - è un dialogo apparentemente banale ma dietro a cui ruotava un mondo fatto di attenzione, garbo, accortezza, tatto e contatti reali che non avevano paura di fermare tutto per un po', per essere davvero presenti.