Come sarebbe un Natale senza social? Ve lo dico io, che ne ho appena vissuto uno per la prima volta da quando ho cancellato tutti i miei account. E no, non mi sono mancati affatto.
Senza la pressione costante delle notifiche, mi sono goduto davvero la famiglia, le cene con gli amici, i momenti in solitudine, le funzioni religiose. Proprio queste ultime sono riuscite a toccare corde che, in passato, restavano quasi immobili, soffocate dall’impellenza di correre a scrollare già dieci minuti prima della fine.
Non ho mai avvertito la mancanza di ciò che un tempo monopolizzava la mia attenzione per ore. C’è stato però un giorno — uno in particolare — in cui mi sono completamente dimenticato di avere un cellulare, per quanto minimalista, e persino di WhatsApp che nel frattempo si riempiva in silenzio (ho disattivato tutte le notifiche a parte quelle dei familiari stretti) di messaggi di auguri sinceri, immagini inoltrate senza nome e inutili “buone feste” copia-incolla che intasavano le poche chat da cui non riesco ancora a uscire del tutto.
Mi riferisco alla serata di Santo Stefano: attorno a una tavola imbandita, tre generazioni — dai 17 agli 86 anni — hanno riso, scherzato e giocato insieme, passando da una tombolata allegra e scanzonata al gioco dell’impostore, dimostrando che, quando ci si guarda negli occhi, nessuno sente davvero il bisogno di guardare uno schermo.
L'impostore è un gioco sociale di osservazione e bluff: tramite un’unica app su un solo cellulare, che viene passato di mano in mano (ma si può fare anche con semplici foglietti), ogni giocatore guarda in segreto il proprio ruolo.
Tutti condividono la stessa informazione, tranne uno — l’impostore — che non sa di cosa si stia parlando e deve fingere di saperlo. Attraverso domande, risposte ambigue, intuizioni e sospetti, il gruppo cerca di capire chi sta mentendo, mentre l’impostore prova a mimetizzarsi senza farsi scoprire.
Tra gli sfondoni dello zio, i voli pindarici del nipote liceale, i doppi sensi involontari della zia pura di cuore e i non sensi garbati della nonna, finivamo sempre col perdere il conto di vincitori e vinti.
Persi tra polemiche familiari sulla validità di un ragionamento, risate a crepapelle che facevano tremare il tavolo tra un torrone e un dolcetto e, improvvise pause per riprendere fiato, ridere diventava quasi più protagonista del giocare.
Forse è stato proprio questo, alla fine, il regalo più grande di quel Santo Stefano senza social: accorgersi che il tempo, quando non è frammentato da notifiche e distrazioni, torna a essere tempo pieno. Tempo abitato.
Abitato da risate scomposte, ragionamenti assurdi, comici equivoci generazionali, che non sentono l'urgenza di essere postate perché bastano a se stesse.
E forse, il regalo più bello di questo Santo Stefano è stato l'aver capito e sentito che la vera connessione è quella che passa dagli sguardi e dalle parole reali. In quei momenti, il telefono diventa inutile e l’attenzione torna finalmente a essere un dono.
E nasce un sentimento profondo di gratitudine per quegli amici fraterni, scanzonati e veri — i “parenti scelti”, come li chiamo io — capaci di riempire la serata di risate e il tavolo di un caos caloroso e divertente.
Non postano, non mettono like, magari saltano qualche status, ma sai che loro ci saranno sempre, per una chiacchierata profonda come per una di quelle risate che aggiustano tutto per un po'.