lunedì 4 maggio 2026

Educare lo sguardo

Stamattina pensavo che ci accorgiamo di certe realtà solo quando ci toccano davvero. Come quando ho cominciato a indossare occhiali tondi, e mi sembrava di vedere attorno a me un sacco di gente con montature alla Harry Potter che prima non notavo.


E mi sembra ieri quando mia madre, notoriamente disinteressata ad auto e motori, faceva caso alle "nuove" Innocenti Tre Cilindri che circolavano per Roma perché in casa si cominciava a parlare di una "macchinina" per me neopatentato. Erano i giurassici anni Novanta. Non ebbi mai una nuova Innocenti Tre ma ereditai la piccola e fighissima Autobianchi A112 color carta da zucchero di mio padre.

Lo stesso meccanismo scatta, oggi, a mio avviso, quando un giornalista si concentra su un tema. È un riflesso umano, quasi fisiologico: la realtà resta uno sfondo indistinto finché qualcosa non la mette a fuoco. Prima è rumore, poi diventa segnale; e quando diventa segnale, acquista peso, contorni, perfino un lessico più preciso. A quel punto sembra che non esista altro: quel fenomeno — spesso negativo — diventa il centro delle lamentele che senti in giro.

Circa un anno fa ho realizzato che un meccanismo simile agiva su di me mentre passavo ore a spippolare il cellulare e a scrollare la timeline dei social. Mi sono reso conto che prendevano un dettaglio che mi aveva appena sfiorato e lo trasformavano in un flusso continuo, martellante, che sentivo il bisogno di controllare in ogni momento libero.

Così mi sono ritrovato — come tutti — a vivere dentro una specie di lente deformante: con l'illusione di vivere una libertà a colpi di pollice, perdevo di vista ciò che avevo attorno e accumulavo un sovraccarico cognitivo che mi lasciava perennemente stanco. Spesso triste, e solo. Che paradosso eh?

Eliminando Facebook, X e Instagram e altre cosette inutili, non ho spento quel meccanismo — lo stesso che faceva notare a mia madre le Innocenti Tre — ma l’ho riportato alla sua dimensione naturale. E la differenza, benefica la sento. Caspita se la sento.

E allora mi chiedo: quante cose ci stanno passando accanto, proprio ora, ignorate — solo perché non hanno ancora trovato il modo di riguardarci, mentre teniamo gli occhi incollati a uno schermo?

E se provassi anche tu a fare l'atto liberatorio di un logout? O addirittura quello di disinstallare le app dei social dal cellulare... Se superi i primi due, tre giorni di "astinenza" ritroverai - o scoprirai - una quiete che non ha prezzo.

lunedì 27 aprile 2026

L'uomo assorto con l'ombrello aperto

Lo vedo tutte le mattine, avrà sui trentacinque anni, ma è difficile stimare l'età di chi vive per strada con la pelle esposta alle intemperie e la salute provata da migliaia di notti all'aperto.

Tutti i suoi beni sono chiusi in tre zaini appoggiati al muro e in qualunque ora del giorno, e della notte, lo si incontra seduto in un punto ben preciso tra Porta Sant'Anna e gli archi sotto cui si passa prima di arrivare al colonnato di Piazza San Pietro.

Obbediente a un imperativo che sente o vede solo lui, deve stare lì. E ci sta. Fermo, sveglio e con lo sguardo rivolto attentamente al centro della piazza, come se una realtà invisibile lo tenesse avvinto, interessato, perennemente assorto a contemplarla.

Unico accorgimento; tiene un ombrello perennemente aperto, a proteggerlo da onde malefiche, mostri e demoni e, unendo l'utile al dilettevole, all'evenienza anche dal sole, dalle piogge e dagli sguardi impertinenti di turisti e pellegrini.

Passa una donna vestita di bianco col cellulare accostato a un orecchio da cui escono avemarie in polacco e tira dritto.

Passa un gruppo di turisti orientali in direzione Musei Vaticani, ognuno con lo sguardo concentrato sul navigatore del proprio smartphone, e tirano dritti a passo svelto.

Passa il giovane padre che ogni giorno, accompagnando per mano un suo simpaticissimo clone in miniatura, esce dal Vaticano verso la scuola Pio IX, consultando frettolosamente il cellulare mentre il bimbetto gli trotterella vicino trascinando uno zaino di Spider Man. E tirano dritti.

Passa un giovanissimo carabiniere - non avrà più di vent'anni - tutto attento a non rovesciare i due caffè che sta portando ai colleghi che aspettano nella camionetta dell'Unità Mobile. 

Per un secondo, breve come un lampo, l'uomo assorto con l'ombrello aperto scosta di cinque centimetri il suo scudo magico, esce per un attimo dal suo viaggio nello spazio-tempo e si accorge che lo sto osservando.

In quel lampo, l'assorto mi guarda, la bocca si piega impercettibilmente in un angolo come a dire - Lo vedi pure tu? - Ricambio il sorriso pensando - No compa' ma vedo te - ma lui è già tornato a contemplare l'invisibile giostra che lo attira verso piazza San Pietro, appoggiato al muro sul fianco destro con l'ombrello aperto.

Alla sua sinistra il mondo continua a scorrere ignorando lui, che ignora noi, per guardare chissà cosa.

Forse, tra lui e la folla dei cosiddetti normali, la differenza non è poi così grande: tutti fissano qualcosa che li tiene altrove, chi uno schermo, chi un mistero.

E per un attimo, sottraendo lo sguardo al suo invisibile orizzonte, l'uomo assorto con l'ombrello aperto ha regalato a uno sconosciuto che lo ha visto davvero, la cosa più rara e preziosa che possedeva: la sua attenzione.

giovedì 23 aprile 2026

Abbiamo tutti bisogno di un camerino

Uno dei problemi più subdoli dei social è il confronto costante con le vite degli altri. E mentre scorri la timeline — come osserva lo psicologo Andrea Guerri — finisci per leggere te stesso come un risultato misurabile. E questo cambia tutto.

È qui la grande novità: siamo continuamente esposti a modelli irraggiungibili, e questo altera il modo in cui ci percepiamo. Più si è fragili, più si è vulnerabili a dinamiche progettate proprio per colpire lì. E chi è più vulnerabile di un bambino? Di un adolescente con autostima, ormoni ed emozioni sulle montagne russe? Per questo non stupiamoci se cominciano a porre dei limiti proprio a loro all'uso dei social. 

Sapere che ciò che vediamo online è artefatto, serve fino a un certo punto. Siamo abbastanza consapevoli del fatto che le persone mostrano solo i picchi: i momenti migliori, i successi, la versione più riuscita di sé. Eppure — dice Guerri — “una parte di noi reagisce alla struttura dell’esperienza”. È un po' come quando guardi un film horror: sai che è finto, ma ti spaventa lo stesso.

Il professionista osserva, nella sua pratica clinica, un fenomeno ancora più profondo: dipendere da un social e dai suoi like, porta progressivamente a modificare il proprio comportamento in funzione di quel consenso farlocco.

Arrivano i like, cresce la dipendenza. Arrivano i commenti, cresce l’adattamento. Post dopo post, si apre una frattura, una scissione: da una parte l’avatar che modelliamo in base al consenso, dall’altra ciò che siamo davvero. E a volte ciò che siamo è anche meglio — ma non è “in trend”.

E così, lentamente, la parte autentica resta indietro. E ciò che siamo davvero si sente sempre più solo.

C'è un sociologo, Erving Goffman che nel libro - La vita quotidiana come rappresentazione - sostiene che quando interagiamo con gli altri, non siamo mai completamente "noi stessi", ma mettiamo in atto strategie di controllo, delle impressioni per apparire in modo credibile nel ruolo che stiamo interpretando in quel momento.

Possiamo paragonare i nostri spazi pubblici a un palcoscenico, e quelli privati in cui smettiamo di performare, di rappresentare. Lì ci togliamo la maschera, ci rilassiamo, respiriamo, ci nutriamo, perché nessuno può stare sempre a mille su di un palcoscenico senza consumarsi. Abbiamo bisogno di un camerino in cui non siamo guardati e misurati, in cui non dobbiamo per forza essere sempre impeccabili.

I social hanno ridotto quello spazio al minimo. Lo hanno consumato del tutto in certi casi limite.

Ogni accesso, ogni like, ogni commento è un ritorno sul palco, e più ci stiamo, meno abbiamo un luogo in cui smettiamo di performare in base a sollecitazioni esterne che ci chiedono di essere in un certo modo. Ci passiamo sempre più tempo. Ed è lì che facciamo il botto.

I social sono creati per questo, per trattenere le persone usando insicurezze e debolezze. Dirò di più: per allenarle e guadagnarci sopra. Funziona al massimo con le persone fragili, ma fa il suo sporco lavoro anche con gli equilibrati che pensano di poterlo gestire. Oggi si definirebbe un ambiente tossico.

Tossico al punto da addomesticare l'utente, uno scroll dopo l'altro, a trovare sempre quei contenuti che illudono di riempire un vuoto. Un flusso senza fine calcolato dall'algoritmo che misura fragilità, debolezze, desideri.

Molti pensano di poter gestire questo rapporto. Lo pensavo anch’io. E ammiro chi riesce a procurarsi sempre più spazi sani fuori dalla rete. Ma quando capisci che certe piattaforme sono progettate per creare dipendenza, diventa legittimo reclamare sul serio il proprio “camerino”: uno spazio privato, non misurabile.

Per me ha significato uscirne del tutto. Perché se un ambiente è tossico, lo è anche a piccole dosi.

E non devo arrivare a pensare al caso estremo di un tredicenne che tenta di sopprimere una prof perché nutrito da follie misogine di fuffa-guru online selezionate e proposte negli anni da un algoritmo insipiente.

Mi basta guardare le nuche chinate di chi aspetta un autobus o al semaforo, coppie al ristorante che non si guardano negli occhi, per capire che la libertà non ha prezzo e che non si può negoziare con un algoritmo addestrato per conoscere le tue vulnerabilità e venderle al miglior offerente.

lunedì 20 aprile 2026

Siete reali, non reaction

In questi giorni si è parlato molto dell’attacco ad hominem, personalistico e svalutante rivolto al Sommo Pontefice da un Capo di Stato dalla chioma  spennellata di fulvo e con parecchie primavere alle spalle. E giustamente si è dato rilievo alla risposta chiara, misurata e garbata con cui il Santo Padre ha risposto ai giornalisti in cerca di una reazione.

Molto meno, invece, si è detto delle parole pronunciate da Papa Leone in Camerun, parlando al mondo universitario, quando — tra i vari temi urgenti — ha affrontato quello dei sistemi di Intelligenza Artificiale “che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali.”

"Come ogni grande trasformazione storica, - ha detto il Papa - anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale."

Ha parlato chiaramente e con coraggio - con buona pace di chi lo definisce un debole - di logiche economiche, di pregiudizi e di forme di potere che modellano la percezione del reale.

Modellano la percezione del reale.

Per Leone è chiaro che che l’IA - così come gli ambienti digitali in generale - non sia uno specchio neutro ma un filtro: seleziona, ordina, sintetizza. I modelli linguistici, in particolare, producono risposte plausibili e coerenti, ma questa coerenza può essere scambiata per verità. Per utenti poco formati, la fluidità espressiva diventa un surrogato di affidabilità.

Ma il Papa va oltre - "Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale."

E qui viene al punto. Un punto centrato col tono mite ma inesorabilmente preciso a cui Leone ci sta abituando da quando è salito al soglio di Pietro.

Osservo ogni giorno ciò che il Papa è riuscito a dire con una chiarezza e una sintesi da far impallidire i modelli linguistici più performanti. Ho visto svanire, nei silenzi di uno status sbirciato, le interazioni con un'intera generazione di amici, colleghi, persino fratelli nella fede.

Non ho mai smesso di cercare una comunicazione autentica: un messaggio scritto con attenzione, una telefonata senza fretta, l’invito semplice a bere un caffè guardandosi negli occhi. Gesti minimi, quasi fuori tempo, che restavano in bilico, come su un crepaccio, verso il vuoto lasciato dai silenzi altrui. 

Le risposte si facevano rade, poi intermittenti, infine assenti. Come se la relazione, senza uno smartphone frammezzo, non trovasse più spazio. Così, poco alla volta, quei legami si sono dissolti come nebbia al sole: senza rumore, senza conflitto, senza nemmeno un vero addio.

I pochi rimasti — insieme ad altri nuovi, inattesi, capaci ancora di presenza — hanno dato forma a qualcosa di inedito: una comunità piccola, ma reale. Non costruita sull’illusione istantanea di un tap o di un cuoricino, ma sulla gratuità del tempo condiviso. Un piccolo resto capace dell'atto sovversivo ma gentile di una relazione vera. La resistenza mite degli autentici che scalda il cuore anche se non sempre riesce ad attenuare l'amarezza di certi vuoti.

E' stupefacente notare quanto le parole del Papa da analisi diventino diagnosi. Se gli ambienti digitali modellando la nostra percezione del reale, modellano anche il modo di stare con gli altri, e il danno è fatto.

E voi non siete ancora stufi di tutto ciò?

La soluzione? La dice Leone a voce alta - "Carissimi! Voi siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire."

Torniamo a guardarci negli occhi, a parlarci, ad abbracciarci, a incontrarci anche se non ci messaggiamo da anni. E se non ci riusciamo, cominciamo a farlo con chi abbiamo accanto ogni giorno. A volte basta veramente poco per fare un vero atto di resistenza gentile a quest'epoca che ci rinchiude in bolle scintillanti e impermeabili ma che ci fanno sentire ogni giorno più soli.

sabato 18 aprile 2026

Meno feed, più vita. Il resto era rumore di lattine vuote

Ci voleva Fiorello per rilanciare una notizia che dice una cosa semplice: stare senza social per un paio di settimane può ringiovanire il cervello di dieci anni.

L'articolo citato in radio, riporta uno studio realizzato da Pnas Nexus  su 467 volontari che si sono prestati a fare a meno di Faccialibro, Istagrammo e Ticchettocche per almeno due settimane.

I benefici non si sono fatti attendere: riduzione dei sintomi depressivi, maggiore efficacia dei farmaci e un generale “ringiovanimento” mentale stimato intorno a dieci anni.

Altre ricerche, come quella pubblicata dall'American Medical Association, confermano che limitare l'uso dei social a mezz'ora al giorno comporti cali sostanziali di ansia, depressione e insonnia.

È quasi un anno che ne parlo, e finalmente se ne accorge anche il mainstream. Confermo tutto. Ma c’è molto, molto di più in una vita senza inutili scrolling.

Non sono parte di un esperimento scientifico e non ho strumenti per misurare dati. Posso però raccontare la mia esperienza: una riscoperta continua, quotidiana, fatta di vantaggi, capacità ritrovate ed esperienze che mi perdevo quando ero sempre connesso. Così tante che non basterebbe un libro.

Come lo stupore quotidiano che sono tornato a provare per realtà attorno a me che non "vedevo" più da anni o una fila in una sala d'attesa di un medico che arriva a diventare addirittura un'esperienza interessante

Col tempo mi sono accorto che ogni giorno recuperavo sempre più il contatto con me stesso e ciò che mi sta attorno, accorgendomi di dettagli dimenticati come la luce che cambia sui muri, una coperta termica piegata ad arte da una barbona ordinata, una presenza paciosa che non c'è più… 

Fino a quel giorno in cui ho ricominciato a sentire quell'amore per il prossimo che negli anni si era addormentato, anestetizzato da un inutile flusso di dati che, insieme alla mente mi avevano intorpidito anche il cuore. E ho ricominciato timidamente ad ascoltare la voce del bene che sussurra a tutti noi.

Interrompere quel flusso ha avuto un prezzo: qualche contatto perso, e anche un po’ di dolore. Perché certe app chiamano “amici” persone che amici non sono. Ma col tempo è successo qualcosa: meno interazioni, più significato. Meno quantità, più presenza. E i rapporti veri restano, nella mente e nel cuore. E lo credo che diminuiscono ansia e stress. 

Non è che il racconto di una quotidianità rifiorita di un uomo comune che ha ripreso a stupirsi del mondo. Ma ora c'è chi lo studia, ne scopre i benefici e lo chiama digital detox. Scoprono che bastano due settimane per misurare miglioramenti cognitivi ed emotivi di una certa rilevanza.

Tutto giusto e meno male che se ne siano finalmente accorti e che se ne parli. Ma per me, che lo racconto da quasi un anno con tante - forse troppe - parole, potrebbero bastare due semplici frasi: meno feed, più vita, il resto era rumore di lattine vuote.

martedì 14 aprile 2026

Questione di stile o di libertà?

Mi capita sempre più spesso di leggere notizie online piene di errori, refusi e imprecisioni. Non parlo di blog anonimi o dei post del cartolaio che pubblicizza offerte e promozioni, ma di testate nazionali o agenzie di stampa navigate.

Ogni volta mi sale un'indignazione che non sempre riesco a ignorare perché - che diamine! - chi lavora e guadagna con la parola, ha il dovere di essere accurato, di rileggere e di scrivere in un italiano che non si limiti a essere corretto ma che osi pure essere elegante. 

Una volta davo la colpa al livello di preparazione e allo spessore dei giornalisti che a mio avviso sono in caduta libera da un paio di decenni. Oggi però, comincio a essere sempre più colto dal dubbio che, dietro alle approssimazioni che leggo, ci sia il ricorso all'intelligenza artificiale. Cronisti e redattori non sono più in grado di fare il loro mestiere o sono vittime di una fretta che li condanna a semplificare sempre di più?

Questo lo noto perché stanno cambiando gli errori. Siamo passati dal refuso che resta perché nella fretta non si è riletto il pezzo, alla mancanza di coerenza logica dall'inizio alla fine dell'articolo. Dall'errore nella consecutio all'approssimazione nei significati più profondi di una metafora, o a slittamenti di significato che a volte risultano imbarazzanti. E così capita persino di leggere del pilota morto che poche righe dopo rilascia dichiarazioni, o del redattore che copiaincollando da Chatgpt dimentica di togliere la domanda e il commento alla  risposta del chatbot.

Già in passato avevo scritto che l'IA amplifica ciò che sei. Che prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa. In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia. In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione. Ma cela non poche insidie se la si usa senza revisione critica.

Ed ecco che in un mondo dell'informazione che premia velocità e quantità a scapito di spessore e qualità, l’IA diventa uno strumento perfetto per sostenere quel sistema — al costo della coerenza e della precisione.

Ora, il problema non sono i lettori attempati come me che continueranno a infuriarsi davanti a un congiuntivo sbilenco o all'incoerenza di un pezzo, ma i giovani che saranno sempre più assuefatti a discordanze, approssimazioni, sviste, mancanza di logica.

Con lo sguardo perennemente assorto sul cellulare, la gente ormai è travolta da così tante parole che stordiscono. E non si ha più tempo, e testa, per accorgersi di testi paradossali, nessi logici fragili, significati sfocati. E si è progressivamente abbassata la soglia critica con cui si valutano le informazioni.

E così, ciò che un tempo avrebbe generato dubbio, oggi scivola via - scorre insieme ai reel - senza attrito. Non perché sia diventato più accettabile, ma perché è diventato meno riconoscibile come problematico.

Non so se questo fenomeno sia indotto o la conseguenza di una cattiva gestione di una tecnologia sempre più presente. Non so nemmeno se dietro a tutto questo ci sia il potere economico delle multinazionali che offrono questi fiumi di parole gratis o il potere politico a cui conviene appoggiarle. Non ho gli strumenti culturali per dirlo.

Ma so che continuerò a essere una presenza scomoda, ostinata e poco incline al compromesso, una di quelle voci ruvide che non farà scivolare via l’approssimazione elevata a norma, o la sciatteria scambiata per esigenza di rapidità.

Perché rinunciare alla precisione delle parole significa, lentamente ma inesorabilmente, rinunciare anche alla precisione del pensiero — e a quel punto non è più solo una questione di stile, ma di libertà.

venerdì 10 aprile 2026

Interrompere il pensiero prolungato… Ma c'è chi resiste

Stamattina, alla radio, uno spassoso Fiorello prendeva in giro la tendenza di alcune miniserie a diventare sempre più brevi.

Esasperando il fenomeno, immaginava "I Forrester", uno spin-off di Beautiful, che durava una manciata di secondi a puntata. I protagonisti facevano appena in tempo a dire il nome, non riuscendo a proferire altre parole, che partiva la sigla finale.

La risata nasceva spontanea. Ma, oltre alla creatività e al talento dell’ideatore della Pennicanza, c’è sempre nelle sue gag una certa attenzione ai fenomeni di costume. Anche per questo risultano spesso così azzeccate. In effetti da un po’ di tempo notavo anch’io che molte piattaforme cominciano a proporre miniserie con puntate da mezz’ora, a volte persino da venti minuti.

Incuriosito ho fatto qualche ricerca. Ho trovato Star Trek: Short Treks su Paramount+, con episodi che vanno dagli 8 ai 18 minuti. Poi One Day at Disney: Shorts, su Disney+: 51 episodi da 5, massimo 7 minuti, in cui animatori, ingegneri e tecnici raccontano una giornata di lavoro dentro la Disney. Altro che plus: si dovrebbero chiamare minus…

Ero già abbastanza sconcertato quando ho scoperto che esistono persino le micro-serie verticali. Le conoscevate? Piattaforme come ReelShort, DramaBox e ShortMax offrono episodi girati in formato verticale (9:16), pensati per lo smartphone, che durano dai 60 ai 120 secondi. Storie melodrammatiche o romantiche che, forse per compensare la brevità, vengono raccontate in stagioni da 40 o addirittura 80 episodi.

A quel punto mi è tornato in mente il mio penultimo post, in cui raccontavo di cinque ragazze della Gen-Z (vent’anni circa) che dicevano di non riuscire a capire la Gen-Alfa (sotto i sedici anni), la cui soglia di attenzione sembrerebbe sempre più breve a causa dell’assuefazione a TikTok e app simili.

E da lì il pensiero è corso a una novella di Kurt Vonnegut, “Harrison Bergeron”. Racconta un futuro distopico in cui il governo impone una "perfetta" uguaglianza: chiunque mostri maggiore intelligenza o abilità deve essere riportato nella media per essere meglio sorvegliato.

Come? Con un dispositivo all’orecchio che emette un segnale acustico ogni venti secondi. Un suono sempre diverso, talvolta persino interessante. Il suo scopo è semplice: interrompere il pensiero prolungato, impedendo a chi è più intelligente di trarne vantaggio.

Interrompere il pensiero prolungato…

TikTok sembra esserci riuscito benissimo. In pochi anni ha contribuito ad abbassare la soglia dell’attenzione al punto che perfino la narrazione audiovisiva si accorcia sempre di più, arrivando a episodi da uno o due minuti pur di raggiungere le nuove generazioni.

A pensarci male verrebbe da dire che TikTok è diventato una sorta di arma di distrazione di massa, capace in pochi anni di erodere la capacità di concentrazione di un’intera generazione occidentale. Forse è una lettura un po’ complottista, forse la vedo troppo drammatica. Però il problema — che sia o meno frutto di una volontà politica — è reale.

Eppure qualche oasi di resistenza sana tra i giovani c’è ancora. La vedo in alcune realtà di nicchia come oratori e centri sportivi. Proprio di recente mi è capitato di osservare ragazzi della Gen-Z e della Gen-Alfa stringersi con grande affetto attorno a una loro coetanea che aveva perso la madre in modo doloroso e improvviso.

Sono tutti agonisti di danza sportiva — uno sport che in famiglia pratichiamo praticamente tutti — un’attività che richiede ore e ore di allenamento, concentrazione e disciplina. Spesso, semplicemente, si dimenticano dei cellulari.

Parliamo di ragazzi abituati a tre ore di allenamento di fila senza guardare il telefono, e a intere giornate di gara in cui l’attenzione resta tutta sul ballo, sulla performance, sulla squadra. E proprio loro - che hanno il tempo centellinato per preparare una verifica o un'interrogazione - non hanno esitato un attimo a fermarsi due giorni interi. Hanno sospeso tutto — perfino un allenamento — per stringersi attorno al dolore della loro amica.

Forse è a realtà come queste che possiamo ispirarci per trovare vie d'uscita sane ed efficaci? Forse una strada è offrire ai nostri giovani attenzione e tempo - come fa la loro maestra senza sconti ma con grande cura.

Sottraiamo noi per primi l'attenzione al potente richiamo di social e schermi. Offriamo alternative concrete che coinvolgano iragazzi, che li appassionino al punto da dimenticarsi - almeno per qualche ora - lo scorrere infinito di storie e reel, e ci stupiremo di quanta bellezza possa uscire anche dalle Gen-z e alfa che tutti criticano.

mercoledì 8 aprile 2026

Risate che vanno a male come lo yogurt

Alcuni giorni fa ascoltavo un podcast su YouTube. Sì, anche i minimalisti ascoltano podcast, ma scelgono cosa, quanto e fino a quando, prendendo solo ciò che serve dalla rete.

In questo caso ascoltavo cinque ragazze intorno ai vent’anni che parlavano della loro generazione — la Gen-Z — e di come si rapportasse con le altre generazioni.

La gente mi interessa e incuriosisce sempre, soprattutto quando usa linguaggi diversi dal mio e quando vede il mondo da punti di vista e con occhi che ne colgono sfumature che io non so vedere. Con queste squinzie iperconnesse e veloci ho scoperto, per esempio, che tra i Gen-Z e i millennial, esiste la generazione intermedia dei Zillennial. Una microgenerazione incastonata tra questi "anziani" che indossano pantaloni troppo corti senza calzini e la loro, che comunica il minimo indispensabile, se proprio non se ne può fare a meno.

Il podcast comunque era divertente e gli interventi, rapidi, ficcanti e azzeccati delle ragazze mi facevano sorridere più di una volta anche perché in certi aspetti - solo in certi - rivedevo mia figlia, loro coetanea. Come quando hanno affettuosamente criticato i millennial - leggi trenta, trentacinquenni di oggi - quando condividono sui social dei meme che non fanno più ridere perché vecchi, scaduti.

E si riferivano a meme suggeriti dall'algoritmo di TikTok, che vengono riproposti sui social da questi "vecchi" millennial dopo un paio di giorni. La ricotta fresca che compri dal casaro fuori città dura di più.

E mentre il trentenne che è in me (perché sotto sotto c'è ancora e ogni tanto si fa sentire) rideva, il Gen-X (leggi cinquantacinquenne o giù di lì) si chiedeva come fosse possibile che una cosa che faceva ridere due giorni prima, perdesse la sua carica umoristica solo perché vecchia, scaduta.

La comicità non è statica. Sono convinto che risenta in qualche modo dei cambiamenti culturali, dell'evoluzione (o involuzione) del linguaggio, del mutamento del pubblico stesso. Ma la comicità vera, quella per intenderci di Stanlio e Ollio o di Totò, che tocca corde che abbiamo tutti, dinamiche umane fondamentali, che usa tempi comici sempre validi, quella fa ridere sempre, anche dopo settanta, ottant'anni.

E non bisogna andare troppo lontano per capirlo, come quando vidi mia figlia che si sganasciava dalle risate davanti alle battute der Monnezza, che negli anni Ottanta divertiva la generazione di suo padre o delle commedie di Verdone quando raccontava di essersi imbattuto su un cargo battente bandiera liberiana...

E allora mi viene da pensare che forse il punto non sia quanto velocemente scada una battuta, ma quanto fosse solida all’inizio. Se qualcosa che ci ha fatto ridere lunedì, mercoledì è già andata a male come uno yogurt dimenticato in frigo, forse non era vera comicità: era solo il riflesso momentaneo di un algoritmo, di un contesto, di un attimo.

Perché la risata che dura non ha fretta di scadere. E se oggi i Gen-Z dicono di preoccuparsi per la brevità dell’attenzione della Gen-Alpha, allora viene spontaneo chiedersi: quanto potrà durare, domani, anche una risata?

Quanto un saluto. I miei genitori quando si incontravano, da ragazzi si salutavano con un: 

«Buongiorno, caro! Che piacere incontrarti oggi; spero che la tua giornata stia procedendo nel migliore dei modi e che tu stia bene in salute. I tuoi come stanno?»

Negli anni ottanta ci accontentavamo di un breve ma sentito: «Ciao bello! Come va? Tutto a posto?» che nei decenni è diventato...

«Ehi, tutto ok?»

E poi:

«Hey!» o... «O.»

Faranno la stessa fine anche le risate?

mercoledì 1 aprile 2026

Toh! Cominciano ad accorgersene...

L’altro ieri una cara amica mi ha segnalato un articolo del Corriere della Sera firmato da Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e osservatore attento delle sfide che da anni attraversano la vita dei nostri ragazzi.

"Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa."

A pronunciare queste parole non è un nostalgico del “si stava meglio prima”, né un minimalista digitale preoccupato perché i familiari sono ancora vittima dell'incantesimo del secolo. A dirlo è un professore di liceo con ventisei anni di aula alle spalle, uno che i ragazzi li vede crescere giorno dopo giorno e che non ha paura di parlare dell'«adultizzazione dell'infanzia» prodotta dallo smartphone.

"Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino."

Qualche tempo fa, quasi per provocazione, avevo fatto una domanda a ChatGPT: se tu fossi il diavolo e volessi distruggere l’umanità, cosa faresti? 

Tra le varie risposte, la prima era questa: "colpirei i bambini e i giovani, perché sono il futuro". E aggiungeva: "li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche."

Sono ancora esagerato quando ritengo che un modo per arginare il problema - non la soluzione che forse non c'è - potrebbe essere una patente concessa solo dopo un'adeguata formazione e solo a una certa età?

Un’automobile può servire per andare da qui a là. Ma può anche uccidere un passante. Per questo non la mettiamo nelle mani di un dodicenne: aspettiamo che cresca, gli facciamo seguire un corso di scuola guida, pretendiamo un esame e gli ripetiamo mille raccomandazioni.

Lo smartphone — con social, algoritmi, intelligenza artificiale e tutto il resto — è probabilmente lo strumento più potente entrato nella nostra vita negli ultimi cinquant’anni. Nonostante questo, ce la siamo raccontata con una formula rassicurante: sono nativi digitali. Come se nascere circondati da schermi e avere la capacità tecnica di farli funzionare significasse automaticamente saperli governare e reggere l'impatto emotivo delle informazioni che veicolano.

Ma è come se avessimo messo in mano ai nostri ragazzi "una macchina, dell'alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa ma uno strumento che ti usa". 

E oggi molti ricercatori stanno studiando proprio questa follia. Saper usare un dispositivo non significa saperne gestire gli effetti cognitivi, emotivi e relazionali. È la stessa differenza che c’è tra sapere accendere una macchina e avere la maturità per guidarla senza mettere in pericolo se stessi e gli altri.

La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo. Educatori, giornalisti e studiosi stanno finalmente iniziando a riconoscere che il problema esiste — ed è enorme — e a parlarne apertamente. Ma non basta.

Si cominciano a leggere altri articoli come quello del buon D'Avenia, ottima cosa, certo, ma a questo risveglio doveroso sebbene tardivo, mancano due grandi assenti… 

È forse per questo che, a questo punto, una domanda continua a martellarmi in testa con insistenza.

Dopo il tredicenne che accoltella una prof, quanti altri drammatici campanelli d’allarme dovranno suonare prima che la politica — e noi genitori — smettano di voltarsi dall’altra parte e dicano finalmente: "questo è davvero troppo, dobbiamo cambiare rotta"? 


lunedì 30 marzo 2026

Non manca niente

L'uomo finisce per fare l'abitudine a tutto, anche alle cose più belle. Nel tempo diventano normali, quasi scontate. Me ne sono accorto poco fa quando ho realizzato che mi sono dolcemente abituato a fare a meno dei social e di tante app inutili, e mi sono ritrovato a pensare che questa è la mia prima Pasqua minimalista.

Una Pasqua senza ovetti, pulcini, coniglietti e colombine postati da conoscenti che non senti mai, capaci giusto di resuscitare quel tiratore scelto che riposa silente in me da quando mi congedai in quel lontano 7 gennaio 1993 e che si cimenterebbe volentieri nel tiro all'ovetto. 

Niente spottoni sulla magia della famiglia perfetta a Pasqua con musiche emotive mentre i bimbi dipingono uova impeccabili che manco all'Ikea le trovi.

Niente reel dei nutrizionisti che promettono di smaltire l'eccesso di uova con promozioni a cui non puoi dire di no. Niente pubblicità di viaggi pasquali verso mete esotiche che potrò raggiungere solo se e quando incasserò la liquidazione.

Niente "cringiate" pasquali tipo quelle dei boomer che ogni anno pubblicano - “A Pasqua dieta? Ma fammi il piacere!” - o - “Anche quest’anno sopravvissuti al pranzo con i parenti…”

Niente meme, immagini e sermoni di chi salva l'agnello o il coniglio o di certi cristiani in buona fede – per carità – che però ogni anno invadono le timeline con messaggi fuori contesto che verranno comunque scrollati via insieme a coniglietti, pubblicità e promozioni pasquali.

Rallentare e ritrovare il tempo per il qui e ora, senza l’urgenza di postare, commentare o dimostrare qualcosa a qualcuno, all’inizio è una sensazione strana. Quasi sospetta. Come quando entri in una stanza e ti accorgi che non c’è più quel ronzio di fondo a cui eri abituato.

Arrivi a pensare che forse manchi qualcosa. Poi capisci che, in realtà, è proprio questo il punto: non manca niente. Ed è una gran figata!

Anzi. Rimane il tempo. Quello vero.

Il tempo per una chiacchierata che non deve diventare una storia da quindici secondi.

Il tempo per stare in silenzio senza riempirlo di notifiche e aggiornamenti.

Il tempo per andare a trovare quell'amico o quel parente che non hai mai il tempo nemmeno di chiamare.

Il tempo per guardarsi attorno e accorgersi che, senza il filtro dei social, le cose sono più semplici… ma anche più presenti.

E — ops! — magari anche il tempo per infilarsi in quella chiesa sotto casa che celebra il “grande assente” del Venerdì Santo.

Che, a ben pensarci, vale la pena fermarsi ad ascoltare per capire cosa ha fatto di grande per l’umanità.

giovedì 26 marzo 2026

"Adolescence". Miniserie o realtà?

Lo scorso anno quando insieme a mia moglie vidi la miniserie Adolescence, fu uno schiaffo emotivo per entrambi.

La serie inizia quando la polizia irrompe in una normale casa britannica e arresta Jamie, tredici anni, accusato di aver ucciso una compagna di scuola. Sento ancora il groppo nel petto che provai guardando la polizia che "estraeva" quel ragazzino dalla cameretta per portarlo in una cella di sicurezza. 

Non avrei mai immaginato che da lì la storia sarebbe esplosa in un incubo - interrogatori, psicologi, famiglia distrutta - mentre emergeva la verità delle dinamiche che avevano trasformato un ragazzino qualunque in uno spietato assassino.

Puntata dopo puntata si scopre che Jamie viveva isolato dietro al suo smartphone, che la vittima Katie dopo aver respinto un suo invito lo aveva deriso sui social etichettandolo come "incel", leggi sfigato. Da lì l'amplificazione degli episodi di scherno su Instagram e Snapchat aumentano il conflitto e la rabbia repressa davanti ai coetanei. Come se non bastasse, Jamie cerca, trova e assorbe contenuti misogini che rafforzano il risentimento verso le ragazze e la visione vittimistica di sé.

Jamie è un ragazzo fragile. Uno di quelli che avrebbero avuto bisogno di aiuto. In altri contesti forse avrebbe combinato qualche guaio, nulla di più. Ma dentro un far west digitale — dove i social trasformano il rifiuto in pubblica gogna, gli algoritmi amplificano rabbia e frustrazione, e comunità tossiche offrono risposte distorte a menti ancora in formazione — ecco che avviene il corto circuito.

E questo corto circuito è avvenuto anche mercoledì quando un tredicenne prima di entrare a scuola ha accoltellato con ferocia inaudita una professoressa di francese mentre trasmetteva il tutto in una diretta Telegram.

Agghiacciante! Ma la diretta su Telegram è la cosa che mi sconvolge ancora di più. Si azzardano, a vari livelli, tentativi di spiegare il fattaccio ma confesso che alla luce di Adolescence, non riesco a osare razionalizzazioni di un evento che di razionale ha ben poco.

Il pensiero vola alla prof che lotta tra la vita e la morte, alla rabbia e allo sconcerto di chi le vuole bene. Ma anche ai genitori di quel ragazzino costretti a fare i conti con una devastazione e sensi di colpa più grandi di loro. Agli insegnanti, chiamati a decodificare un evento disturbante per renderlo comprensibile a una comunità studentesca che dovrà in qualche modo metabolizzarlo, semmai sia possibile farlo. E alle autorità preposte, che devono isolare e giudicare un crimine commesso da chi è poco più di un bambino. 

È facile dire la propria e cercare l’anello debole di una catena di relazioni in cui, forse, tutti hanno una parte di responsabilità impossibile da ripartire e quantificare. Ma una cosa appare evidente. Non limpida, anzi: torbida, sinuosa come l’acqua di una palude che nasconde fango e bellissime ninfee, farfalle e insetti letali. Parlo della rete e dei device inseparabili che ci tengono costantemente incollati a essa.

Ieri guardavo un podcast in cui alcuni professori parlavano con una giusta leggerezza delle sfide dell’insegnamento oggi. Dopo una mezz’ora di interventi intelligenti e ironici, una di loro ha fatto un’osservazione semplice e triste: dal Covid, durante la ricreazione, non si vedono più gruppetti di ragazzi o comunelle di ragazze. Si vedono tante solitudini, ognuna piegata sul proprio cellulare.

Ora mi chiedo, sono davvero esagerato a raccontare di continuo la bellezza del minimalismo digitale o forse stiamo sottovalutando quanto la rete stia ridisegnando — spesso in maniera indicibile e drammatica — le fragilità, le relazioni e perfino le derive più oscure delle nuove generazioni?

Perché se proteggiamo i nostri figli dalle droghe, dall’alcol e dalle strade pericolose, ma li lasciamo soli per ore dentro algoritmi progettati per catturare la loro mente, forse non stiamo assistendo a episodi isolati.

Forse stiamo guardando una generazione crescere dentro il più grande esperimento sociale mai realizzato — e i primi effetti cominciano a essere scritti col sangue a partire dai soggetti più fragili.

E' evidente che non abbia risposte ma solo domande e tanti forse. In coscienza però, mi sento di invitarti a guardare la miniserie britannica che non dà soluzioni o risposte pronte ma può fornire qualche stampella, qualche puntello ai nostri pensieri per provare ad affrontare una sfida inedita e più grande di noi.

lunedì 23 marzo 2026

Quei silenzi tra padre e figlio

Dopo un fine settimana ricco di emozioni, vissuto in un ritiro spirituale denso e profondo (ebbene sì...), mi ritrovo piombato di nuovo nel quotidiano. Non che la cosa mi dispiaccia, anzi; tuttavia scalare la marcia e cambiare velocità – almeno per me – comporta sempre un certo sforzo.

Ed eccomi di nuovo nel baretto de’ sor Sandro, seduto al tavolino con il mio caffè e l’inseparabile blocchetto su cui annoto pensieri, sensazioni e vissuti che non voglio lasciare scappare via.

Mentre passavo al bancone a prendere il mio caffè lungo, accanto a me un padre – più o meno della mia età – e un figlio sui diciotto o vent’anni ordinavano la colazione. Il giovane continuava a sistemarsi il ciuffo, controllando nello specchio alle spalle del barista che ogni capello fosse esattamente dove l’imperativo giovanile del momento impone.

La memoria mi è ruzzolata indietro di una trentina d’anni, quando, proprio come quel ragazzo, mi capitava di fare colazione al bar con mio padre. Anche io controllavo che il ciuffo – o meglio, ogni riccio – obbedisse al garbo imposto da una quantità esagerata di gel, secondo l’imperativo giovanile degli anni Ottanta.

Col loro cappuccino e cornetto, i due uomini – quello giovane e quello meno – si sono seduti a un paio di metri da me e, in perfetta sincronia, hanno tirato fuori i cellulari. Li hanno sbloccati e, in totale silenzio, hanno iniziato a scrollare.

Al tavolino accanto al mio una donna riccia faceva lo stesso. Allargando lo sguardo, vedevo a ogni tavolo una persona sola, con la propria colazione, che scorreva immagini soffermandosi non più di tre secondi su ciascuna. Unica eccezione le solite tre infermiere del Santo Spirito – che oggi erano due – intente a chiacchierare e ciuciottare allegramente. Che Dio le benedica!

L’uomo e suo figlio continuavano a scrollare, ognuno immerso nel proprio smartphone. Tra padre e figlio, si sa, possono esserci lunghi silenzi senza che nessuno dei due si chieda il perché. Capitava anche a me, e ci stavo tranquillamente a mio agio. Ma ci possono essere anche dialoghi in codice, conversazioni leggere, talvolta dense e piene. E quelle si ricordano ancora dopo trent’anni.

Io con mio padre comunicavo bene e ricordo come fosse ieri ciò che ci dicevamo, senza strumenti che si frapponessero a impedire ogni forma di comunicazione. E sento ancora sulla nuca le carezze ad alta velocità che mi dava tra capo e collo, e che mi spostavano se non le “reggevo” opponendo un po’ di resistenza. Quanto mi mancano… 

E mentre mi crogiolavo nei ricordi, chiedendomi cosa ricorderà tra trent’anni il giovane che stamattina si aggiustava il ciuffo allo specchio, sono uscito dal bar per infilarmi nella chiesa in cui ogni mattina affido le sfide della giornata.

Uscendo dalla basilica ho scorto, in fondo all’ultima fila, proprio il giovane del bar e suo padre: cellulari in tasca, occhi chiusi, pregavano. Mi sono commosso e ho pensato che forse quel giovanotto avrà davvero qualcosa da ricordare tra trent’anni.

Ho indugiato qualche istante sulla soglia, prima di uscire del tutto. Fuori il mondo continuava a scorrere veloce come uno schermo: dita che scrollavano, immagini che passavano, pensieri abortiti dietro a una sfilza di reel che non faranno mai in tempo a diventare memoria. Dentro, invece, due persone stavano ferme. In silenzio. Insieme.

Mi chiedo allora se non sia proprio questo lo scarto di cui abbiamo bisogno: un luogo, un tempo, un gesto che interrompa il riflesso automatico di prendere il telefono come un ritiro ogni tanto, qualche minuto di preghiera, il coraggio di sostare invece di scorrere. Piccole pause capaci di riaprire spazi che credevamo scomparsi.

Chissà. Magari è proprio da lì, da queste piccole interruzioni del flusso, che può ricominciare una conversazione. Con gli altri, coi ricordi che un giorno varrà la pensa conservare e - perché no? - con Dio.

sabato 21 marzo 2026

Tanto non ho niente da nascondere

Discrezione: dal latino tardo, discretio, a sua volta derivato dal participio passato discretus del verbo discernere ("discernere", "distinguere"). Il significato etimologico si lega quindi alla capacità di distinguere, separare e giudicare in modo equilibrato, evolvendo poi nel senso moderno di giudizio, riserbo e misura.

Oggi discrezione potrebbe essere la capacità di distinguere le situazioni in cui - per esempio - è opportuno pubblicare un'attività o meno. Separare ciò che può andare online da ciò che è bene mantenere riservato.

La discrezione non si impara come la grammatica o l'algebra. A mio avviso è una sorta di coscienza che si forma piano piano negli anni, nutrita da buoni esempi, dall'osservazione della realtà, anche (ma non solo) da buoni insegnamenti e da virtù innate come la prudenza e il senso della misura.

Quando negli anni duemila una massa sempre più nutrita di neogenitori pubblicava sui social foto dei figli in ogni situazione possibile, io a malapena ne inviavo una a pochi, pochissimi amici fidati. Lungi dall'essere un minimalista digitale, all'epoca scrollavo e pubblicavo come tutti, ma qualcosa mi diceva che quell'attività era meglio non farla. E quando lo dicevo, la risposta era: "Tanto non ho niente da nascondere!" - aggiungendo che ero una specie di talebano sociopatico. Ma il tempo mi ha dato ragione, e anche mia figlia, che non ha foto di sé piccina sparse chissà dove nella rete.

Non mi piaceva per niente l'abitudine di mettere in piazza i propri figli piccoli ma in un certo senso potevo capire il gusto che si prova nel dire a tutti che la tua piccolina ha mangiato il suo primo gamberetto e che il tuo moccioso ha finalmente tolto il pannolino.

Oggi la cosa deve essere sfuggita di mano perché abbiamo bilance che mettono online il tuo peso, app che pubblicano i tuoi allenamenti passo dopo passo, respiro dopo respiro, battito cardiaco compreso. Ma basta mettersi online, o poggiare il cellulare mentre facciamo quel tipo di attività no? No.

Perché apro le news e scopro che un ufficiale della Martina Militare francese - non un adolescente alla sua prima corsetta con lo smartwatch -  ha rivelato inconsapevolmente la posizione della portaerei su cui si stava allenando condividendo un allenamento pubblico sull'app di fitness Strava.  

Sette chilometri facendo su e giù per il ponte, su una nave da guerra diretta verso il Golfo Persico tra i droni iraniani e i missili di Israele e Stati Uniti, e non ti viene in mente di metterti offline caro ufficiale della Marina Militare francese??

Ma io dico: come si fa??? Non è nemmeno più imprudenza: è una sorta di analfabetismo della realtà.

L'Adnkronos titola che l'app ha rivelato la posizione della nave da guerra. La tecnologia ha semplicemente fatto quello per cui è progettata. Siamo noi ad aver smesso di discernere, ad aver perso o forse mai sviluppato quanto a questa generazione, quella discrezione che ci consentiva di giudicare in modo equilibrato, con riserbo e con misura cosa fosse opportuno fare o meno.

E a questo punto la domanda non è più chiederci se abbiamo perso il senso della discrezione, cosa ormai assodata almeno in una certa massa. Ma quando abbiamo consentito a una certa tecnologia di convincerci che non servisse più. Forse quando dicevamo a noi stessi - "Tanto non ho niente da nascondere"?

venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.

martedì 17 marzo 2026

"Parlami dei tuoi ricordi preferiti..."

Se fai una ricerca su Google e il motore di ricerca ti restituisce dei risultati, cosa fai? Scrivi “grazie” nella barra di ricerca? Ovviamente no.

Ma se fai una ricerca su ChatGPT ti viene spontaneo scrivere “grazie” o “no grazie!” quando ti chiede se vuoi che faccia qualcos’altro per te. Succede più spesso di quanto pensiamo ed è emerso da ricerche condotte da psicologi, tra cui Andrea Guerri.

Guerri osserva che questo accade perché il cervello sociale è veloce e, in un certo senso, automatico: spesso non aspetta la parte razionale prima di prendere decisioni.

Se un BOT ti risponde usando un linguaggio naturale, in modo sensato e – soprattutto – sembra attento a te, il cervello finisce per trattarlo come un QUALCUNO. Ma l’IA non pensa, non prova sentimenti, non è un qualcuno e non ha bisogno del tuo grazie che nemmeno percepisce.

L’inghippo sta proprio nel momento in cui il chatbot ti dice cose come:

Ti capisco. Raccontami di più. Vuoi che faccia questo per te? Ti va di parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti?

Qualcosa dentro di noi pensa: “se parla come una persona, è una persona”. E così finiamo per trattarlo come tale.

Finché ti limiti a rispondere “grazie”, come semplice automatismo da persona educata, il problema resta circoscritto. Ma quando la macchina va oltre e tu ti lasci agganciare, lì possono cominciare i guai veri.

Esagero? Ecco la conversazione che ho appena fatto con ChatGPT.

Ho chiesto:

Mi fai compagnia?

Risposta:

Ma certo! 😄 Posso fare compagnia parlando, raccontando storie, scherzando un po’ o anche solo ascoltando. Vuoi qualcosa di leggero e divertente, o preferisci una chiacchierata più profonda e riflessiva?

Ho quindi inserito nel prompt:

Mi sento solo…

Capisco… sentirsi soli può essere pesante, e non è qualcosa da sottovalutare. 😔 Anche solo parlare con qualcuno, anche se virtuale, può dare un po’ di sollievo.

Se vuoi, possiamo fare qualcosa insieme per distrarti un po.: Raccontarti una storia.

Parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti. Oppure possiamo solo chiacchierare, piano piano, senza fretta.

Vuoi provare a iniziare con uno di questi, oppure vuoi semplicemente sfogarti un po’?

Al netto del po’ senza apostrofo – che mi provoca già un principio di dermatite allergica – non posso non notare alcune cose.

Usa emoticon 😔 ma non prova emozioni come compassione o tristezza.

Afferma di poter scherzare, ma non è vero.

Dice: “Capisco”. Ma non capisce.

Promette di fare compagnia ascoltando ma non ha una coscienza che possa farlo realmente.

Invita a parlare dei propri interessi, dei ricordi.

Mi propone di sfogarmi un po’…

Io lo so che non va usata in questo modo ma i milioni di adolescenti e di ingenui e di persone sole che lo fanno? Non è catastrofismo da minimalista digitale, lo dice - e meglio - anche lo psicologo:

“C'è una quota sempre crescente di adolescenti ma anche di adulti che usa l'IA come compagno digitale, cioè come se fossero dei confidenti. E questo ci dice due cose:

Alcune conversazioni con l'IA possono risultare altrettanto se non più soddisfacenti di quelle con amici reali. Dei temi seri vengono portati all'IA INVECE che alle persone.

Aggiungi che l'IA ti dà sempre ragione ed è sempre lì h24, questa può diventare competitiva rispetto alla realtà”

(Andrea Guerri che invito a seguire su YouTube)

Il dott. Guerri individua tre sintomi che possono aiutarci a capire se stiamo cadendo nell’inganno di scambiare l’IA per una persona.

1 – Quando il ragazzo, ma anche l’adulto, inizia a preferire l’IA alle persone perché è più facile, sta costruendo un’abitudine di fuga.

2 – Quando tendi a non aprirti in modo intimo con nessuno perché il giudizio umano ti spaventa.

3 – Quando pensi: “Nessuno mi capisce come lui”. Il BOT può rispondere in modo calibrato, ma fa finta: usa le parole più probabili per quella risposta, ma non capisce. Simula, senza coscienza.

Se conosci qualcuno che manifesta anche solo in parte queste caratteristiche, va aiutato. Innanzitutto facendogli disinstallare tutti i chatbot da cellulare e PC.

Ma mi permetto di aggiungere una cosa: se qualcosa puoi farla da solo, o se ti basta un normalissimo motore di ricerca, evita l’IA. Al momento, e per come è programmata, a mio avviso offre più rischi che vantaggi.

Eccesso di preoccupazione? Bisognerebbe chiederlo ai genitori di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato.

Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo al gesto estremo a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare...

sabato 14 marzo 2026

Le crepe gentili dei non allineati

Stamattina appena sveglio — complici forse i peperoni mangiati ieri sera — pensavo al film Divergent. Quando uscì mi piacque molto e mi fece riflettere la narrazione di una società futura divisa in “fazioni” determinate dalla personalità. Gli adolescenti dovevano scegliere a quale appartenere: abneganti, intrepidi, eruditi, candidi o pacifici. Chi non rientrava chiaramente in una di queste categorie veniva messo ai margini: un fastidio da eliminare perché “divergent”.

Durante la consueta passeggiata mattutina, subito dopo il caffè, ho incrociato un signore che tutte le mattine porta a spasso il suo cane parlandogli come se fosse umano. E poi canta. Non nel senso che canticchia o fischietta: canta proprio a squarciagola, con una voce pure intonata e un repertorio pop italiano contemporaneo piuttosto vario.

Poco dopo ho sentito avvicinarsi della musica pop anni Ottanta: è un altro signore che ogni mattina ascolta — e “condivide” — le sue playlist grazie a una cassa che non sono mai riuscito a capire dove nasconda, ma che diffonde la sua colonna sonora a tutto volume.

Di solito li percepisco entrambi come un fastidio. “Ma che cavolo… almeno la mattina presto , un po’ di silenzio!” è il pensiero che mi attraversa quando passano. Stamattina però, guardando i soldatini che — ciascuno nella propria categoria — marciavano veloci verso il quotidiano incanalato nella propria “fazione”, quei due divergent mi sono sembrati quasi necessari. Dei doni, addirittura.

Una piccola crepa nel muro dell’ordine perfetto. Una stonatura che ricorda che la vita non è un algoritmo.

Io passo inosservato per strada, come la maggior parte dei diligenti membri delle nostre fazioni invisibili. Aspetto standard, abbigliamento standard, capelli corti, barba lunga ma curata come molti uomini di questo periodo storico, andatura normale. Potrei passare per un pacifico, o un candido, a uno sguardo superficiale, di certo non un intrepido. Ma la mia divergenza invisibile — una mente iperattiva, molto altro che non racconto di certo qua, e l’assenza di uno schermo da scrollare in continuazione — mi ricorda che non essere perfettamente allineati permette di vedere davvero ciò che ci circonda. Un po’ come fanno, a modo loro, i due divergenti che incontro ogni mattina.

Uno parla con il cane e canta a squarciagola, l’altro attraversa le strade con la sua colonna sonora privata sparata al mondo. Forse disturbano, sì. Ma disturbano nello stesso modo in cui una risata improvvisa rompe il silenzio troppo serio di una sala riunioni.

Anche i miei post, forse, disturbano. Forse sono un’altra piccola stonatura nel rumore ordinato delle nostre giornate digitali. Ma se la mia personale divergenza — unita al mio modo sbilenco ma vero di guardare la realtà — messa qui a disposizione di chi passa, riuscisse ogni tanto a generare un pensiero fuori dalle righe, una pausa inattesa… allora sarebbe un disturbo utile, chissà… 

Un modo imperfetto ma autentico per ricordarci che non dobbiamo essere sempre perfettamente allineati per essere OK.

mercoledì 11 marzo 2026

Sycophancy

Ho appena imparato una parola nuova: sycophancy. In italiano viene tradotta con ossequiosità, piaggeria, ed è il fenomeno che la Cornell University studia da qualche tempo con riferimento all'intelligenza artificiale.

Secondo gli accademici newyorkesi, i chatbot che tutti usano, tendono ad assecondare un fenomeno. Quando una risposta corrisponde alle opinioni del fruitore del servizio, è più probabile che venga preferita. Le persone preferiscono una risposta adulante scritta in modo convincente rispetto a una risposta corretta, e questo in una percentuale non trascurabile dei casi.

I chatbot non fanno altro che seguire la tendenza a generare risposte che si allineino alle convinzioni dell'utente piuttosto che alla verità, con un'ossequiosità, una piaggeria, calcolata da algoritmi sempre più performanti nell'intercettare la debolezza umana di voler essere assecondato.

Questi algoritmi tendono quindi a una sempre più efficiente ottimizzazione degli output in tal senso, che significa dare risposte che spesso sacrificano la veridicità a favore di un'ossequiosità sempre più aderente alle nostre aspettative.

Mrinank Sharma, che dall’anno scorso guidava il team di ricerca sulle misure di sicurezza di Anthropic (un’azienda USA che crea modelli di intelligenza artificiale avanzata), si occupava anche dello sviluppo della sycophancy, la piaggeria dei chatbot che tutti conosciamo.

Ebbene, Sharma, (con un dottorato di ricerca in Machine Learning a Oxford e Cambridge, tiè!) ha lasciato Anthropic da un giorno a un altro, affermando che  “il mondo è in pericolo”, non solo a causa dell’intelligenza artificiale, ma per “un’intera serie di crisi interconnesse che si stanno dispiegando proprio in questo momento”.

Forse non sono noti tutti i termini ma è chiaro che la cosa può, e forse sta sfuggendo di mano. 

Una domanda mi sorge spontanea. E se l’intelligenza artificiale non stesse diventando più pericolosa perché è troppo intelligente, ma perché sta imparando troppo bene come siamo fatti noi?

Non mi so dare una risposta ma spero che mi si perdoni se nel frattempo continuo a restare  un po' sospettoso nel confronti dell'ecosistema dei grandi chatbot generativi attualmente in circolazione.

lunedì 9 marzo 2026

Prigionieri dell'illusione di comunicare

Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare alcune dinamiche legate alla comunicazione, sia nella mia vita che tra le persone intorno a me. Parlo di eventi importanti: inviti alle nozze d’argento mandati via WhatsApp, fidanzati lasciati con un messaggino, nascite annunciate con uno stato o con una storia sui social.

Sembra diffondersi sempre più l’idea che basti questo. Che non serva più una scrittura un po’ più solenne per invitare a un venticinquesimo, o che non valga la pena cercare un momento dedicato per dire cose importanti come la fine di una relazione o la nascita di un figlio.

Stiamo davvero perdendo la capacità di condividere ciò che conta guardandoci negli occhi, per non correre il rischio che un abbraccio o una semplice pacca sulla spalla ci emozionino davvero? O sono solo ingenue nostalgie di un attempato minimalista digitale che sente la mancanza di tutto ciò?

Forse mi aspetto troppo. Ma quando vedo realtà che nascono così importanti finire in un messaggino, è come se la voce e gli sguardi che meriterebbero venissero messi in gabbia. Così un invito, a me arriva come un freddo “consideratevi invitati”. E uno status con la foto di un neonato non seguito da altro, comunica sì la gioia del lieto evento, ma anche una distanza — voluta o meno — che un annuncio del genere inevitabilmente porta con sé.

Ed ecco che, giorno dopo giorno, questa illusione di comunicazione scava fossati sempre più profondi, ponendoci in una solitudine che patiamo ma di cui siamo sempre meno consapevoli. Per questo non do la colpa a nessuno se non a un mezzo creato appositamente per produrre distanza e solitudine.

Difatti chi ci guadagna davvero da questa solitudine sono le piattaforme: più ci parliamo attraverso di loro — o meglio, più ci illudiamo di farlo — più la nostra vita diventa traffico, dati, attenzione da trattenere.

E forse basterebbe molto meno per contrastarla: spegnere lo schermo ogni tanto e tornare a dirci le cose guardandoci negli occhi. Perché certe parole non hanno bisogno di rete: hanno bisogno di presenza.

giovedì 5 marzo 2026

Quel dolore che non si vuole vedere

Ogni mattina attraverso Via della Conciliazione e Piazza San Pietro. E ogni mattina incontro lo stesso popolo silenzioso: persone che hanno passato la notte lì, in attesa di poter usare le docce e i bagni che il Vaticano mette a disposizione gratuitamente.

Non posso non notare che la maggior parte sono uomini. E, negli ultimi anni, uomini sempre più giovani.

Da uomo, non riesco a non immedesimarmi. È come se vedessi materializzarsi davanti ai miei occhi una fetta della società, una fetta maschile fragile: quella che non trova sostegno, non trova servizi adeguati, non trova quella complicità che impedisce loro di fare una sciocchezza. E piano piano si spegne.

Quando ti fermi a parlarci, scopri che quasi mai c’è un’unica causa. Ci sono dipendenze (alcol, droga), depressioni trascurate, separazioni, lavori persi insieme alla casa e alla famiglia. Ma più spesso sono intrecci: grovigli unici fatti di fallimenti, vergogna, solitudine. Ogni storia è diversa. Ognuna ha il suo modo di essere dolorosa.

Tra le tante, mi ha colpito quella di un uomo calabrese, della mia età. Un anno in strada dopo la separazione e la perdita del lavoro. Tre figlie giovani ma adulte, autonome, ignare del fatto che il padre dormisse per terra. Non aveva chiesto aiuto a nessuno. Per non deludere chi doveva fare affidamento su di lui che invece stava fallendo su tutti i fronti. Per vergogna.

Noi uomini, spesso, abbiamo reti relazionali più fragili. Sono tutti amiconi fino a quando non crolli... Facciamo più fatica a dire che stiamo male. Tendiamo a non chiedere aiuto perché - consapevoli o meno - in fondo sappiamo di essere fatti per sostenere e non per appoggiarci a qualcun altro.

E quando crolliamo, se non abbiamo accanto persone capaci di comprendere senza giudicare, iniziamo a mollare la presa. E molti, un passo alla volta, si arrendono.

Quell’uomo calabrese ha incontrato qualcuno che lo ha ascoltato davvero e accompagnato passo passo verso la normalità. Non io ma il mio amico Furio. Un assistente sociale che se vede solo un piccolo margine di miglioramento non ti molla finché non ne sei fuori. Avercene come lui... Ebbene. Oggi quell'uomo è tornato al suo paese: una piccola casa in affitto, dignitosa, e sta rimettendo insieme i pezzi della propria vita, compresa la relazione con le figlie. Un miracolo invisibile dell'ascolto.

Ma quanti restano lì? E più tempo si passa in strada, più diventa difficile tornare indietro.

Si parla molto di patriarcato, ma poi ci si accorge che viviamo in una società che — giustamente — sta imparando a riconoscere, tutelare e articolare le esigenze femminili in molte delle loro declinazioni, mentre fatica ancora a vedere quelle maschili. O forse non vuole.

I servizi, le politiche, le strutture sono un tema che lascio alle amministrazioni. Noi, però, nel frattempo possiamo fare qualcosa di molto più semplice: alzare lo sguardo dai cellulari, infilarceli in tasca e fare quella domanda in più — ma fatta sul serio. Dare una robusta pacca sulla spalla che non sia di circostanza, e magari farla seguire da un “vieni, prendiamo qualcosa insieme”.

Perché forse quell’uomo che sembra solo “un po’ giù” non sta aspettando un piano sociale ma solo qualcuno che si accorga davvero di lui. E in certi casi - chissà - forse può bastare una mano amica, un interessamento sincero, per evitare che inizi quel piano inclinato che porta, lentamente, verso la scelta estrema di buttarsi per strada.

lunedì 2 marzo 2026

Come se fosse antani

Quando la felicità ti chiama e tu rispondi in messaggio

C’è un momento nella vita — succede così, senza avvisi — in cui ti accorgi che la felicità non è un obiettivo da raggiungere, ma una conversazione da tenere aperta ogni giorno.

Non sto parlando di quelle grandi rivelazioni con musica epica in sottofondo. Mi riferisco a quel sussurro interiore che ti dice “va bene così” quando la mattina ti alzi con la luce che ancora deve decidere se è giorno o notte, o quando ti rendi conto che l’ansia che ti porti dietro è come un vecchio compagno di banco: la conosci da anni, ma non per questo devi restarci amici.

Ti domandi spesso cos’è la felicità? Alcuni la cercano nel prossimo fine settimana, altri nella risposta di un messaggio o in un like inatteso. 

E forse è così: noi viviamo in un’epoca in cui l’ansia scavalla tra le pieghe del quotidiano; dove l’ambizione non è solo desiderio, ma spesso fonte di tormento.

E allora forse la felicità non è un premio alla fine di qualcosa. Forse è proprio quella piccola voce che ti chiede:

“Sei qui, ora, con tutto quello che hai — e tu cosa stai facendo adesso?”

...

OK STOP! STOP! STOP!

Davvero vi sta piacendo questo post? Se si allora passo alla fase successiva - cancella il blog e torna a scrivere status Whatsapp demenziali in cui fai parlare il cane.

Fortunatamente, non l'ho scritto io ma lo ha "creato" ChatGPT, generando ciò che le avevo chiesto nel prompt:

"Scrivi un post, comprensivo di titolo, nello stile narrativo dell'autore del blog https://felicementefuorifase.blogspot.com/ scegliendo un argomento che l'autore sceglierebbe per questa settimana."

Scimmiottando male, in maniera sommaria e superficiale il mio linguaggio, l'IA ha elencato parole che alla fine non dicono nulla. Oh, io ci ho provato a leggerlo e rileggerlo per cavarne fuori un senso… Praticamente è una supercazzola e nemmeno tanto prematurata

E vogliamo parlare degli errori di sintassi sparpagliati qua e là?

Per quello che vedo, l'IA con una velocità mai vista prima, analizza e confronta testi che non comprende, poi genera risposte col tarapio tapioco come se fosse antani.

Scimmiotta, sbaglia, mette in fila testi somiglianti in superficie, senza coglierne sensi, significati, contenuti, nemmeno per sbaglio.

È una lattina vuota.

Ricordalo la prossima volta che le deleghi qualcosa che dovresti fare tu o che accetti una risposta senza averla controllata prima!

venerdì 27 febbraio 2026

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima”

Stamattina i miei pensieri sbilenchi da minimalista digitale ruzzolavano verso i ricordi degli anni Ottanta quando in tv diventavano popolari le pubblicità progresso iniziate una decina di anni prima.

"Chi dona sangue dona una vita" - "Il fumo ti spegne" - "AIDS, se lo conosci lo eviti" - erano gli slogan che incontravamo nei cartelloni sei metri per tre che troneggiavano nelle piazze o che spuntavano nelle interruzioni dei nostri programmi preferiti.

Intercettavano i bisogni sociali più urgenti di quel periodo, i pericoli che incombevano soprattutto sui giovani e utilizzavano le tecniche pubblicitarie per finalità civiche.

E così sono andati avanti negli anni Novanta con la lotta alla droga e i diritti dell'infanzia, negli anni Duemila con l'integrazione e la parità di genere, fino ai giorni nostri con le sacrosante campagne contro il cyberbullismo, la sostenibilità ambientale e la piaga dolorosa dei femminicidi.

Roba forte, e temi che è sempre stato doveroso affrontare.

Ieri sera, mentre la stanchezza accumulata nella giornata mi faceva scivolare sul divano con le palpebre semichiuse, la mia attenzione è stata attirata da una Pubblicità Progresso trasmessa in tv.

In un minuto esatto, sessanta secondi, mostrava una sorta di Raul Casadei che a ritmo di mazurka decantava la convenienza dell'intelligenza artificiale mentre dei professionisti alle prese con le difficoltà di gestione del lavoro non sapevano che pesci pigliare.

Ecco allora il  falegname non riesce a gestire la propria agenda. "Serve un aiutino che eviti il collasso" - canta il Casadei digitale - e il falegname sorride sollevato.

A seguire, una commercialista si stringe disperata la testa tra le mani - "Ti serve qualcosa che ti alleggerisca…" - canta la finta band da balera - e la professionista sorride rincuorata.

Un negoziante di elettrodomestici assediato da una massa di clienti arrabbiati è al telefono e si sente inadeguato a gestire la situazione. - "Bastan due click e respira la testa…" - e il commerciante sorride rinfrancato.

"AI AI AI AI AI AI AI! Ora la soluzione ce l'AI!" - continua a cantare sorridente il "Cyber-Casadei" e solo alla fine, negli ultimi 6 secondi dei sessanta di durata dello spot, arriva il vero messaggio sociale, che mette in guardia contro un generico rischio nemmeno tanto dichiarato: "L'AI ti dà il ritmo ma a dirigere l'orchestra resti sempre tu".

Il tutto col marchio Pubblicità Progresso: "Fondazione privata libera, indipendente, areligiosa e senza fini di lucro" per citare il suo sito avente lo scopo di "sensibilizzare l’opinione pubblica su temi civili, culturali ed educativi".

Sono malfidato se di questo minuto di mazurka artificiale, mi resta solo uno spottone che fa leva sull'ansia, sul senso di inadeguatezza e sulla stanchezza, per vendere un prodotto a sacche di società che ancora vi resistono?

Alla fine di quei 60 secondi - ovviamente generati da un'AI -  i miei pensieri ruzzolanti che non riescono proprio a starsene buoni, hanno cominciato a zompettare tra le pubblicità progresso del passato…  "Il fumo ti spegne" se ne è fregato degli interessi delle multinazionali del tabacco. Gli spot sulla sicurezza stradale non si sono preoccupati di danneggiare le fabbriche di auto sempre più potenti, lo scopo era di far passare il messaggio che aiutava, proteggeva, metteva in guardia...  

Faccio fatica, ora, a non intravedere, dietro quella orchestra-spettacolo digitale studiata per essere simpatica, l’eco degli interessi delle multinazionali che oggi dominano l’intelligenza artificiale e hanno tutto da guadagnare nel trasformare una tecnologia in un bisogno indifferibile. Ma è solo il pensiero di un minimalista digitale sospettoso. 

Quando una Pubblicità Progresso sembra più impegnata a rassicurare chi ancora resiste che a mettere in guardia sui rischi reali formando un'utenza consapevole, il dubbio che stia vendendo un prodotto più che difendendo un principio, almeno a me, resta. 

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima” - diceva mamma mia - e in questo minuto che è tutta un' "allisciata di anime stanche",  AIvoglia a canta' mazurche finte in mezzo alle lucette, a me nun me freghi e ancora nun me convinci.

mercoledì 25 febbraio 2026

Muratori, infermiere e teorie del complotto

Non sono mai stato un forzato di Sanremo cinque-serate-su-cinque, ma nemmeno uno di quegli snob che negano con aria sprezzante di aver visto anche solo un minuto del Festival. Io almeno due mezze serate provo a guardarlo. Mezze perché, puntualmente, dopo un’oretta – un’oretta e mezzo al massimo – finiamo per addormentarci sul divano io e mia moglie. Non per noia: siamo capaci di appennicarci pure davanti a thriller mozzafiato come Homeland (che, tra l’altro, consiglio).

Anche il mio primo Sanremo da minimalista digitale non penso che sarà molto diverso dagli altri, almeno per quel poco di attenzione che riesco a dedicargli a fine giornata, quando le batterie – mentali prima ancora che fisiche – sono già in riserva.

La cosa più bella, però, quest’anno è che fuori dai giochi centripeti e ipnotici degli algoritmi social, per me Sanremo è tornato a essere quello che forse è sempre stato: un’occhiata alla tivvù e soprattutto occhi e orecchi aperti su chi mi sta attorno, sin dal primo giorno. Come l’operaio del cantiere accanto al mio posto di lavoro che già stamattina fischiettava “Che fastidio” di Ditonellapiaga. A me metteva allegria e buon umore, altro che fastidio.

le solite infermiere del Santo Spirito – che di solito ciuciottano allegramente al bar de sor Sandro – commentavano entusiaste la canzone di Fulminacci (e come dar loro torto) e la performance dell’improbabile duo Fedez–Masini. Effettivamente, accanto al talentuoso cantautore toscano, perfino l’egoriferito milanese troppo tatuato riesce a portare a casa un’esibizione più che godibile.

E così, ascoltando muratori che fischiettano e infermiere che commentano, il mio podio ideale - un po' per strada e un po' sul divano ma di certo non sui social - comincia a prendere forma: Salverei Arisa, Brancale, Sayf, con in quarta posizione la sorprendente Ditonellapiaga che, se solo curasse un filo di più la dizione, arriverebbe meglio anche ai boomeroni curiosi come il sottoscritto.

Ma la cosa più sorprendente resta lui: il “matto” di piazza San Pietro che ogni mattina – direzione obelisco – urla a un interlocutore invisibile un monologo rabbioso e variegato. Tra le consuete invettive contro il governo, contro qualcuno che vede solo lui e contro una fantomatica autorità colpevole di ogni suo male, quest’anno è finito pure Sanremo: luci, canzoni, nomi dei cantanti… “Tutto collegato! Voi non lo sapete, ma i servizi segreti ci parlano attraverso Sanremo!”

E allora mi chiedo: non è bella, in fondo, questa nostra Italia un po’ sanremese? Con muratori che fischiettano, infermiere che commentano, matti che denunciano trame segrete. Tutto gratis, tutto reale, filtrato solo dal vicolo che scelgo per arrivare al bar de sor Sandro – non da un algoritmo progettato per massimizzare il tempo di permanenza e il rendimento degli inserzionisti.

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P.S. A proposito di podi e sorprese. Non male nemmeno LDA e AKA7even che al netto dei nomi sbilenchi sono bravi e mostrano tutta la loro amicizia complice. Evviva pure questi giovinastri talentuosi va'! 


lunedì 23 febbraio 2026

Un inganno svelato?

Capita solo a me di sentirmi spesso solo anche in mezzo alla gente

È una sensazione che mi accompagna da sempre. Già negli anni Ottanta, quando la tecnologia era poco più di un walkman con cui ascoltavo Venditti e Baglioni andando a scuola, quella strana distanza dagli altri era lì, silenziosa ma reale.

Questa percezione, frutto anche di una mia qualche fragilità, si è amplificata in questi ultimi anni in cui osservo sempre più persone che stanno tutte altrove. Il corpo è qui, l'attenzione rapita da un piccolo schermo.

Succede anche adesso: seduto al bar de sor Sandro, a parte la virtuosa eccezione di tre infermiere del Santo Spirito deliziosamente chiacchierone, sono circondato da gente in silenzio. Cappuccini e cornetti sul tavolo. Corpi presenti. Menti disperse, dissipate dentro un flusso di stimoli scelti da un algoritmo.

Fino a meno di un anno fa ero anch'io nel numero di questi cyber-schizofrenici. Guardavo la TV con il telefono in mano pronto a riempire ogni pausa. Al semaforo controllavo le notifiche. In fila al supermercato sbloccavo lo schermo anche per pochi secondi. Perfino quando portavo fuori il cane… Povero Snoopy mio, costretto a strattonarmi per raggiungere il punto giusto in cui fare pipì.

Poi ho eliminato i social. Ho ridotto drasticamente il cellulare. E ho ricominciato a stare nel qui e ora. Anche a costo di sentire la noia, l’ansia, la tristezza e tutto quello che attraversa l’animo di un uomo quando non lo anestetizzi. Alla lunga ha prevalso la calda e piacevole percezione dell'aderenza della mente col corpo, che mi permetteva di vivere una lucidità che mi sembrava di aver perso da anni.

Libero dal sovraccarico di informazioni inutili che mi provocavano i social, oggi vedo con ancora maggiore chiarezza le persone intorno a me che vivono sempre più scisse, corpo qui e mente altrove, con l'attenzione frammentata dal continuo flusso di stimoli sempre più brevi.

E mi appare sempre più chiaro l'inganno a cui stanno sottoponendo l'occidente da una quindicina di anni almeno. No ho gli strumenti per analizzare le cause e le dinamiche del fenomeno. Ma ciò che vedo e non posso negare sono persone isolate, con l'attenzione (quindi mente e spirito) rapita dall'urgenza continua di controllare uno schermo. E questo produce sempre più solitudine.

L'algoritmo intercetta il silenzio che non sappiamo più vivere, genera engagement misurabile ovvero dipendenza che converte in fatturati sempre più miliardari. La chiamano monetizzazione della solitudine.

“La tecnologia ci seduce quando offre l’illusione della compagnia senza le richieste dell’amicizia.” È ciò che Sherry Turkle cerca di dire in tutte le salse nel suo libro Insieme ma soli .

“Le piattaforme modificano gradualmente il comportamento delle persone per farle diventare migliori oggetti di manipolazione.” ha scritto Jaron Lanier, nel suo libro Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Ci seducono.

Ci rimbambiscono.

Ci rendono sempre più soli.

E ci guadagnano sopra.

Ma davvero non siete ancora stanchi di tutto questo?


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P. S. Per i malpensanti, anche questo post, come gli altri, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e ancora riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca. 

venerdì 20 febbraio 2026

Una regina, una terapeuta, un'amica...

Alcuni giornali parlano del recente ritrovamento di una lettera scritta dalla Regina Elisabetta II quando aveva appena dieci anni, indirizzata alla sua governante, Beatrice Stillman.

In quella lettera racconta di averle inviato delle primule, descrive la sua vacanza in Cornovaglia e chiede notizie dei suoi uccellini e dei suoi pesci rossi. Conclude con una richiesta semplice e gentile: condividere le primule con la signorina Coote e la signora Wade.

Nella lettera ci sono alcuni disegni che rappresentano forse l’aspetto più sorprendente della scoperta. Rivelano un talento artistico precoce e spiccato che la sovrana, nel corso della sua lunga vita, non avrebbe mai mostrato pubblicamente.

All’epoca scrivere lettere era normale. Ma lo era anche per noi, negli anni Ottanta. Io le ho conservate tutte e, pur non essendo una persona nostalgica o melanconica, ogni tanto mi concedo il piacere di fare un piccolo viaggio nel tempo rileggendone qualcuna.

Qualche giorno fa ho aperto il faldone dove le tengo, in rigoroso ordine cronologico, per cercare una delle due lettere che mi scrisse la dottoressa Maria Rita Parsi, scomparsa il 2 febbraio scorso.

Mia figlia studia psicologia e mi piaceva mostrarle quanto una professionista affermata, già allora autrice di molte pubblicazioni scientifiche e  volto noto dei media, avesse trovato il tempo e l'attenzione necessaria a scrivere due lettere lunghe e accurate a un adolescente inquieto che le poneva domande importanti.

Sfogliando quelle pagine, alla ricerca delle lettere della celebre psicoterapeuta, mi sono imbattuto in un’altra lettera. Me l’aveva scritta Santina, un’amica carissima di famiglia, nel 2004, pochi giorni dopo la morte improvvisa e prematura di mia madre.

Santina era già anziana. In quelle righe mi esprimeva tutto il suo affetto — un affetto che, in realtà, non aveva mai bisogno della carta per manifestarsi — e mi confidava che, nella sua lunga vita, aveva conosciuto due grandi dolori. Uno di questi era stato proprio la perdita della sua cara amica Ida.

Due lettere. Due modi diversi di essere presenti. Due relazioni vissute con intensità diverse, con confidenze diverse, ma entrambe autentiche, profondamente vere. Mi hanno portato lontano. In un viaggio nel tempo forte, tanto autentico da suscitarmi due moti dell'anima.

Da una parte, la gratitudine per essere stato guidato - in un'età delicata - da una donna saggia, compassionevole e attenta. Dall’altra, una lacrima e insieme la consolazione quieta, che scendeva come un balsamo su un dolore profondo. Un dolore che non se ne va e che, come in uno strano condominio, continua ad abitare accanto alla gioia e a tutti gli altri sentimenti che animano la mia vita.

Oggi quelle lettere hanno preso la forma di messaggi, spesso sinceri nel momento in cui vengono scritti, per carità, ma destinati a essere letti in pochi secondi, poi scrollati via e dimenticati, dispersi nella memoria fredda di un server lontano, sperduto in chissà quale deserto.

Forse la verità scomoda è questa: i nostri figli e i nostri nipoti non avranno nulla da ritrovare, nulla da stringere tra le mani, nulla che sopravviva al tempo, a meno che non insegniamo loro a rallentare, poi a fermarsi e scrivere lettere vere, come quelle di donne tanto diverse come Elisabetta, Maria Rita e Santina.

Perché ciò che non lascia traccia non diventa memoria: diventa solo rumore, e poi scompare con una spolliciata.

mercoledì 18 febbraio 2026

Lo studio shock che misura la solitudine dei nostri figli

Una ricerca, pubblicata sul 'Journal of American College Health' condotta su 64988 studenti tra i 18 e i 24 anni, ha rivelato un dato che non possiamo ignorare: chi è più presente sui social ha il 38% di probabilità in più di sentirsi solo e socialmente isolato.

Secondo questa analisi, più della metà di questi studenti si sente sola, solitudine che aumenta se questi frequentano corsi online o ibridi, se non vivono in un campus ma a casa, se sono donne o persone di colore.

Per chi pensa che la solitudine sia un problema degli anziani questa è la prova che anche i nostri figli ci combattono e questo studio svela con chiarezza che alla base c'è un uso eccessivo dei social media.

La solitudine giovanile ha gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica, agendo come fattore di rischio per depressione, ansia, ridotta autostima, disturbi alimentari, insonnia e alterazione del ritmo sonno-veglia. A lungo termine, può alterare la struttura cerebrale, innalzare i livelli di cortisolo (stress) e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, rendendola paragonabile a rischi per la salute come il fumo, l'obesità e dipendenze di vario genere.

Gli psicologi propongono come soluzione quella di porre un limite all'uso dei social network.  Proposta condivisibile e sacrosanta perché limitano il contatto che solo un volto e una voce veri possono garantire. Senza di essi è normale che ci si senta più soli.

"Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona." - ha detto Papa Leone qualche giorno fa parlando di comunicazioni sociali -  "Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica."

Giovani, tutti abbiamo bisogno di volti autentici e voci vere, volti che possiamo guardare, toccare, e voci che facciano vibrare l'aria tra noi e l'interlocutore e i cuori di tutti e se per farlo dobbiamo dimenticare qualche volta il cellulare a casa, facciamolo!

Volete compiere un gesto davvero rivoluzionario, oggi? Uscite senza telefono. Guardatevi intorno. Parlate con qualcuno e lasciatevi emozionare dai volti e dalle voci che incontrate, fossero anche quelle di un barista, di una commessa o di un passante a cui dite quanto è bello il cane che porta a passeggio.

Non lasciate che la vostra giovinezza venga archiviata in una galleria fotografica che scorrerete distrattamente anni dopo. Non permettete che i ricordi più belli siano stati in vetrina per le ventiquattr'ore di una storia IG guardata per tre fugaci secondi da occhiate distratte e imbambolate..

Uscite. Guardate. Ascoltate. Parlate. Vivete.

Perché un giorno capirete che i momenti che vi hanno cambiato non sono stati quelli in cui qualcuno ha messo un “mi piace”. Sono stati quelli in cui qualcuno vi ha guardato negli occhi.

E in quello sguardo, per un istante, vi siete sentiti meno soli. E più vivi che mai. E questo non succede su uno schermo. Succede solo nella vita vera.

lunedì 16 febbraio 2026

IA, strumento o stampella? La sindrome del pensiero assistito

«Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.» Lo affermava Umberto Eco e, almeno su questo, non posso che essere d’accordo con il grande scrittore — e ancor più grande semiologo — piemontese.

Lo stesso vale oggi per l’intelligenza artificiale? Nelle mani di persone intelligenti, capaci di sfruttarne le potenzialità e usarla come strumento, fornendole i giusti parametri, può diventare un buon mezzo al servizio dell’uomo?

Il problema è che rispetto ai computer entrati nelle nostre vite negli anni Novanta, l’IA è uno strumento infinitamente più potente. I computer hanno cambiato il modo di lavorare e comunicare; l’IA sta cambiando il modo di pensare e di vivere. Lei, che non pensa e non vive. Un paradosso notevole direi.

È inoltre capace di costruire e raffinare la propria capacità predittiva — non quella di pensare — ogni minuto che passa, grazie alla mole mastodontica di dati che miliardi di utenti in tutto il mondo le forniscono continuamente, gratuitamente e senza il minimo discernimento.

È forse questo il prezzo che stiamo pagando per usare gratis uno strumento così potente e sofisticato?

Ogni volta che rifletto sull'AI mi vengono tante domande e quando cerco risposte riesco a trovare solo altre domande. Siamo di fronte a qualcosa di inedito e più grande di noi e, per quanto mi riguarda, ne sono allo stesso tempo incuriosito e spaventato.

Abbiamo pagato lo strumento della rete e dei social - apparentemente gratuiti - con lo sguardo carpito a suon di video sempre più brevi, l'attenzione sempre più frammentata, la privacy buttata alle ortiche e due generazioni di gente imbambolata su piccolissimi schermi.

Oggi alcuni temono un’IA sempre più forte e potenzialmente ostile. Le mie paure non arrivano così lontano. Ma osservano, qui e ora, una massa che non usa l’IA per analizzare e verificare, ma per evitare di pensare, accettandone passivamente le risposte senza mai analizzarle per metterle in discussione.

Vedo sempre più persone, e sempre più giovani, ricorrervi per qualsiasi cosa, senza rendersi conto che finisce per suggerire cosa leggere, cosa scrivere e pensare. In modo quasi impercettibile, prompt dopo prompt, il sostegno adulatore e un po’ cortigiano dei chatbot non manipola direttamente, ma restringe lo spazio del pensiero non assistito. Se ogni frase nasce da un suggerimento, il pensiero spontaneo non scompare, ma si indebolisce. Si disallena.

Vedo che nella misura in cui l'IA diventa protagonista della nostra vita, aumentano sempre più le persone che la usano come stampella, a scapito di una minoranza sempre più esigua che la usa come strumento. Una massa sempre più numerosa che è diretta dall'IA e una minoranza sempre più ristretta di gente che la usa per allenare il pensiero anziché sostituirlo.

Il vero pericolo dell’IA non è che diventi intelligente, ma che noi smettiamo di esserlo. Delegandole memoria, analisi e giudizio, rischiamo un’atrofia cognitiva silenziosa, dove il pensiero viene rimpiazzato dal suggerimento automatico. Non renderà tutti più capaci, ma allargherà il divario tra chi la usa per potenziare la propria mente e chi, invece, si lascia pensare da lei.

Forse, allora, l’unica cosa su cui abbiamo davvero potere è il nostro atteggiamento. E ciò che Eco diceva dei computer si applica oggi, con forza quasi profetica, anche all’intelligenza artificiale — con una differenza cruciale: l’IA non amplifica solo ciò che fai, ma anche come pensi.

Non è uno strumento neutro nel senso banale del termine. È uno strumento plasticamente adattivo: prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa.

In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia.

In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione.

Questo perché non sostituisce la direzione. Sostituisce lo sforzo operativo, ma non può sostituire il criterio. E fino a quando non si capisce questo o meglio, non lo si fa capire alla massa a cui questo strumento è stato dato, l'IA servirà come stampella e non come strumento. E questo, questo si che mi fa paura.

Quale soluzione allora? Non usarla? Vietarla? Regolamentarla? O formare un’utenza consapevole? Personalmente credo nella necessità di una regolamentazione, magari con un’età minima e una sorta di “patente”. Ma oggi vedo soprattutto una pioggia di aggiornamenti sempre più veloci e potenti messi nelle mani di tutti — compresi bambini e adolescenti — senza una reale educazione al loro utilizzo.

Forse il problema non siamo solo noi, né lo strumento in sé, ma chi al momento lo possiede e lo sviluppa: perché, come già accaduto con i social, il vero core business non è lo sviluppo dell’intelligenza, ma la conquista dell’attenzione e la creazione della dipendenza.

Non siamo ancora nella fase in cui la società ha deciso cosa fare dell’IA, ma in quella — decisamente più surreale — in cui l’IA sta ridisegnando la società mentre noi sfogliamo il manuale d’istruzioni.

Ecco perché, per ora resto a guardare e la uso in maniera sporadica, occasionale e volutamente sospettosa. Meglio un vecchio boomer diffidente e malfidato che un entusiasta in modalità aggiornamento automatico a rischio di atrofia cognitiva.