"Cari amici, purtroppo la compassione e l’empatia oggi rischiano di scomparire. I progressi tecnologici ci hanno resi più connessi che mai, ma possono portare anche all’indifferenza.
Il flusso costante di immagini e video delle difficoltà degli altri può rendere i nostri cuori insensibili piuttosto che commuoverli."
Con queste parole, Papa Leone, parlando ai partecipanti all’udienza in Sala Clementina l’11 maggio, ha indicato con lucidità il legame sempre più evidente tra il flusso incessante di immagini che attraversa le nostre giornate e il progressivo impoverimento della compassione e dell’empatia.
E ha aggiunto che non si tratta semplicemente di uno dei tanti problemi sociali del nostro tempo, ma di una vera emergenza, affermando che «Questo genere di apatia sta diventando una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo.»
Esagera?
Massa, 2026. Giacomo Bongiorni viene ucciso da alcuni giovanissimi dopo aver difeso un negozio dal lancio di bottiglie, davanti all’indifferenza degli astanti.
Taranto, 2025. Una donna si sente male su un autobus. Le urla disperate del figlio piccolo restano a lungo senza risposta, mentre i passeggeri continuano a ignorarle prima che qualcuno decida finalmente di intervenire.
Durante il periodo delle Olimpiadi invernali, sette senzatetto muoiono a Milano, per cause diverse e non collegate tra loro, nel silenzio quasi assoluto della città.
Persino l’eccezione virtuosa del tredicenne che ha fermato con coraggio il coetaneo di Trescore Balneario mentre accoltellava una professoressa in diretta online è stata oscurata da decine di spettatori collegati alla diretta Telegram dell’aggressione, rimasti a guardare senza avvisare immediatamente le autorità.
Il Papa mette a fuoco con precisione ciò che molti percepiscono ma faticano a nominare: non siamo davanti soltanto a una crisi della convivenza civile, ma a un indebolimento della nostra capacità di essere presenti al reale, qui e ora, davanti alla gioia come davanti al dolore.
Per questo parla di una sfida spirituale. Non è semplicemente la gentilezza che viene meno, ma la capacità stessa di lasciarsi scalfire, interrogare, toccare dall’esistenza dell’altro.
Nello spazio bidimensionale dello schermo, dove tutto scorre veloce e ogni cosa vale quanto il suo contrario, anche la sofferenza rischia di essere consumata come contenuto, anziché incontrata come presenza viva.
Molti oggi crescono più allenati a reagire a una notifica che a una persona reale. Più abituati a osservare che a intervenire. Si sbircia, si commenta d’istinto, si scorre oltre. E così non ci lasciamo più colpire da una donna che sviene davanti al figlio, da un uomo massacrato di botte, da un senzatetto che muore a pochi passi da noi, da immagini che non ci imbarazzano più e allora finiamo con l'alzare l'asticella del tollerabile.Ma c'è ancora qualcuno col coraggio di parlare chiaro chiamando le cose col loro nome. Sarà forse per questo che ogni mercoledì è sempre più lunga la fila per riempire piazza San Pietro?

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