Mi capita sempre più spesso di leggere notizie online piene di errori, refusi e imprecisioni. Non parlo di blog anonimi o dei post del cartolaio che pubblicizza offerte e promozioni, ma di testate nazionali o agenzie di stampa navigate.
Ogni volta mi sale un'indignazione che non sempre riesco a ignorare perché - che diamine! - chi lavora e guadagna con la parola, ha il dovere di essere accurato, di rileggere e di scrivere in un italiano che non si limiti a essere corretto ma che osi pure essere elegante.
Una volta davo la colpa al livello di preparazione e allo spessore dei giornalisti che a mio avviso sono in caduta libera da un paio di decenni. Oggi però, comincio a essere sempre più colto dal dubbio che, dietro alle approssimazioni che leggo, ci sia il ricorso all'intelligenza artificiale. Cronisti e redattori non sono più in grado di fare il loro mestiere o sono vittime di una fretta che li condanna a semplificare sempre di più?
Questo lo noto perché stanno cambiando gli errori. Siamo passati dal refuso che resta perché nella fretta non si è riletto il pezzo, alla mancanza di coerenza logica dall'inizio alla fine dell'articolo. Dall'errore nella consecutio all'approssimazione nei significati più profondi di una metafora, o a slittamenti di significato che a volte risultano imbarazzanti. E così capita persino di leggere del pilota morto che poche righe dopo rilascia dichiarazioni, o del redattore che copiaincollando da Chatgpt dimentica di togliere la domanda e il commento alla risposta del chatbot.
Già in passato avevo scritto che l'IA amplifica ciò che sei. Che prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa. In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia. In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione. Ma cela non poche insidie se la si usa senza revisione critica.
Ed ecco che in un mondo dell'informazione che premia velocità e quantità a scapito di spessore e qualità, l’IA diventa uno strumento perfetto per sostenere quel sistema — al costo della coerenza e della precisione.
Ora, il problema non sono i lettori attempati come me che continueranno a infuriarsi davanti a un congiuntivo sbilenco o all'incoerenza di un pezzo, ma i giovani che saranno sempre più assuefatti a discordanze, approssimazioni, sviste, mancanza di logica.
Con lo sguardo perennemente assorto sul cellulare, la gente ormai è travolta da così tante parole che stordiscono. E non si ha più tempo, e testa, per accorgersi di testi paradossali, nessi logici fragili, significati sfocati. E si è progressivamente abbassata la soglia critica con cui si valutano le informazioni.
E così, ciò che un tempo avrebbe generato dubbio, oggi scivola via - scorre insieme ai reel - senza attrito. Non perché sia diventato più accettabile, ma perché è diventato meno riconoscibile come problematico.
Non so se questo fenomeno sia indotto o la conseguenza di una cattiva gestione di una tecnologia sempre più presente. Non so nemmeno se dietro a tutto questo ci sia il potere economico delle multinazionali che offrono questi fiumi di parole gratis o il potere politico a cui conviene appoggiarle. Non ho gli strumenti culturali per dirlo.
Ma so che continuerò a essere una presenza scomoda, ostinata e poco incline al compromesso, una di quelle voci ruvide che non farà scivolare via l’approssimazione elevata a norma, o la sciatteria scambiata per esigenza di rapidità.
Perché rinunciare alla precisione delle parole significa, lentamente ma inesorabilmente, rinunciare anche alla precisione del pensiero — e a quel punto non è più solo una questione di stile, ma di libertà.
