sabato 21 marzo 2026

Tanto non ho niente da nascondere

Discrezione: dal latino tardo, discretio, a sua volta derivato dal participio passato discretus del verbo discernere ("discernere", "distinguere"). Il significato etimologico si lega quindi alla capacità di distinguere, separare e giudicare in modo equilibrato, evolvendo poi nel senso moderno di giudizio, riserbo e misura.

Oggi discrezione potrebbe essere la capacità di distinguere le situazioni in cui - per esempio - è opportuno pubblicare un'attività o meno. Separare ciò che può andare online da ciò che è bene mantenere riservato.

La discrezione non si impara come la grammatica o l'algebra. A mio avviso è una sorta di coscienza che si forma piano piano negli anni, nutrita da buoni esempi, dall'osservazione della realtà, anche (ma non solo) da buoni insegnamenti e da virtù innate come la prudenza e il senso della misura.

Quando negli anni duemila una massa sempre più nutrita di neogenitori pubblicava sui social foto dei figli in ogni situazione possibile, io a malapena ne inviavo una a pochi, pochissimi amici fidati. Lungi dall'essere un minimalista digitale, all'epoca scrollavo e pubblicavo come tutti, ma qualcosa mi diceva che quell'attività era meglio non farla. E quando lo dicevo, la risposta era: "Tanto non ho niente da nascondere!" - aggiungendo che ero una specie di talebano sociopatico. Ma il tempo mi ha dato ragione, e anche mia figlia, che non ha foto di sé piccina sparse chissà dove nella rete.

Non mi piaceva per niente l'abitudine di mettere in piazza i propri figli piccoli ma in un certo senso potevo capire il gusto che si prova nel dire a tutti che la tua piccolina ha mangiato il suo primo gamberetto e che il tuo moccioso ha finalmente tolto il pannolino.

Oggi la cosa deve essere sfuggita di mano perché abbiamo bilance che mettono online il tuo peso, app che pubblicano i tuoi allenamenti passo dopo passo, respiro dopo respiro, battito cardiaco compreso. Ma basta mettersi online, o poggiare il cellulare mentre facciamo quel tipo di attività no? No.

Perché apro le news e scopro che un ufficiale della Martina Militare francese - non un adolescente alla sua prima corsetta con lo smartwatch -  ha rivelato inconsapevolmente la posizione della portaerei su cui si stava allenando condividendo un allenamento pubblico sull'app di fitness Strava.  

Sette chilometri facendo su e giù per il ponte, su una nave da guerra diretta verso il Golfo Persico tra i droni iraniani e i missili di Israele e Stati Uniti, e non ti viene in mente di metterti offline caro ufficiale della Marina Militare francese??

Ma io dico: come si fa??? Non è nemmeno più imprudenza: è una sorta di analfabetismo della realtà.

L'Adnkronos titola che l'app ha rivelato la posizione della nave da guerra. La tecnologia ha semplicemente fatto quello per cui è progettata. Siamo noi ad aver smesso di discernere, ad aver perso o forse mai sviluppato quanto a questa generazione, quella discrezione che ci consentiva di giudicare in modo equilibrato, con riserbo e con misura cosa fosse opportuno fare o meno.

E a questo punto la domanda non è più chiederci se abbiamo perso il senso della discrezione, cosa ormai assodata almeno in una certa massa. Ma quando abbiamo consentito a una certa tecnologia di convincerci che non servisse più. Forse quando dicevamo a noi stessi - "Tanto non ho niente da nascondere"?

venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.

martedì 17 marzo 2026

"Parlami dei tuoi ricordi preferiti..."

Se fai una ricerca su Google e il motore di ricerca ti restituisce dei risultati, cosa fai? Scrivi “grazie” nella barra di ricerca? Ovviamente no.

Ma se fai una ricerca su ChatGPT ti viene spontaneo scrivere “grazie” o “no grazie!” quando ti chiede se vuoi che faccia qualcos’altro per te. Succede più spesso di quanto pensiamo ed è emerso da ricerche condotte da psicologi, tra cui Andrea Guerri.

Guerri osserva che questo accade perché il cervello sociale è veloce e, in un certo senso, automatico: spesso non aspetta la parte razionale prima di prendere decisioni.

Se un BOT ti risponde usando un linguaggio naturale, in modo sensato e – soprattutto – sembra attento a te, il cervello finisce per trattarlo come un QUALCUNO. Ma l’IA non pensa, non prova sentimenti, non è un qualcuno e non ha bisogno del tuo grazie che nemmeno percepisce.

L’inghippo sta proprio nel momento in cui il chatbot ti dice cose come:

Ti capisco. Raccontami di più. Vuoi che faccia questo per te? Ti va di parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti?

Qualcosa dentro di noi pensa: “se parla come una persona, è una persona”. E così finiamo per trattarlo come tale.

Finché ti limiti a rispondere “grazie”, come semplice automatismo da persona educata, il problema resta circoscritto. Ma quando la macchina va oltre e tu ti lasci agganciare, lì possono cominciare i guai veri.

Esagero? Ecco la conversazione che ho appena fatto con ChatGPT.

Ho chiesto:

Mi fai compagnia?

Risposta:

Ma certo! 😄 Posso fare compagnia parlando, raccontando storie, scherzando un po’ o anche solo ascoltando. Vuoi qualcosa di leggero e divertente, o preferisci una chiacchierata più profonda e riflessiva?

Ho quindi inserito nel prompt:

Mi sento solo…

Capisco… sentirsi soli può essere pesante, e non è qualcosa da sottovalutare. 😔 Anche solo parlare con qualcuno, anche se virtuale, può dare un po’ di sollievo.

Se vuoi, possiamo fare qualcosa insieme per distrarti un po.: Raccontarti una storia.

Parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti. Oppure possiamo solo chiacchierare, piano piano, senza fretta.

Vuoi provare a iniziare con uno di questi, oppure vuoi semplicemente sfogarti un po’?

Al netto del po’ senza apostrofo – che mi provoca già un principio di dermatite allergica – non posso non notare alcune cose.

Usa emoticon 😔 ma non prova emozioni come compassione o tristezza.

Afferma di poter scherzare, ma non è vero.

Dice: “Capisco”. Ma non capisce.

Promette di fare compagnia ascoltando ma non ha una coscienza che possa farlo realmente.

Invita a parlare dei propri interessi, dei ricordi.

Mi propone di sfogarmi un po’…

Io lo so che non va usata in questo modo ma i milioni di adolescenti e di ingenui e di persone sole che lo fanno? Non è catastrofismo da minimalista digitale, lo dice - e meglio - anche lo psicologo:

“C'è una quota sempre crescente di adolescenti ma anche di adulti che usa l'IA come compagno digitale, cioè come se fossero dei confidenti. E questo ci dice due cose:

Alcune conversazioni con l'IA possono risultare altrettanto se non più soddisfacenti di quelle con amici reali. Dei temi seri vengono portati all'IA INVECE che alle persone.

Aggiungi che l'IA ti dà sempre ragione ed è sempre lì h24, questa può diventare competitiva rispetto alla realtà”

(Andrea Guerri che invito a seguire su YouTube)

Il dott. Guerri individua tre sintomi che possono aiutarci a capire se stiamo cadendo nell’inganno di scambiare l’IA per una persona.

1 – Quando il ragazzo, ma anche l’adulto, inizia a preferire l’IA alle persone perché è più facile, sta costruendo un’abitudine di fuga.

2 – Quando tendi a non aprirti in modo intimo con nessuno perché il giudizio umano ti spaventa.

3 – Quando pensi: “Nessuno mi capisce come lui”. Il BOT può rispondere in modo calibrato, ma fa finta: usa le parole più probabili per quella risposta, ma non capisce. Simula, senza coscienza.

Se conosci qualcuno che manifesta anche solo in parte queste caratteristiche, va aiutato. Innanzitutto facendogli disinstallare tutti i chatbot da cellulare e PC.

Ma mi permetto di aggiungere una cosa: se qualcosa puoi farla da solo, o se ti basta un normalissimo motore di ricerca, evita l’IA. Al momento, e per come è programmata, a mio avviso offre più rischi che vantaggi.

Eccesso di preoccupazione? Bisognerebbe chiederlo ai genitori di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato.

Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo al gesto estremo a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare...

sabato 14 marzo 2026

Le crepe gentili dei non allineati

Stamattina appena sveglio — complici forse i peperoni mangiati ieri sera — pensavo al film Divergent. Quando uscì mi piacque molto e mi fece riflettere la narrazione di una società futura divisa in “fazioni” determinate dalla personalità. Gli adolescenti dovevano scegliere a quale appartenere: abneganti, intrepidi, eruditi, candidi o pacifici. Chi non rientrava chiaramente in una di queste categorie veniva messo ai margini: un fastidio da eliminare perché “divergent”.

Durante la consueta passeggiata mattutina, subito dopo il caffè, ho incrociato un signore che tutte le mattine porta a spasso il suo cane parlandogli come se fosse umano. E poi canta. Non nel senso che canticchia o fischietta: canta proprio a squarciagola, con una voce pure intonata e un repertorio pop italiano contemporaneo piuttosto vario.

Poco dopo ho sentito avvicinarsi della musica pop anni Ottanta: è un altro signore che ogni mattina ascolta — e “condivide” — le sue playlist grazie a una cassa che non sono mai riuscito a capire dove nasconda, ma che diffonde la sua colonna sonora a tutto volume.

Di solito li percepisco entrambi come un fastidio. “Ma che cavolo… almeno la mattina presto , un po’ di silenzio!” è il pensiero che mi attraversa quando passano. Stamattina però, guardando i soldatini che — ciascuno nella propria categoria — marciavano veloci verso il quotidiano incanalato nella propria “fazione”, quei due divergent mi sono sembrati quasi necessari. Dei doni, addirittura.

Una piccola crepa nel muro dell’ordine perfetto. Una stonatura che ricorda che la vita non è un algoritmo.

Io passo inosservato per strada, come la maggior parte dei diligenti membri delle nostre fazioni invisibili. Aspetto standard, abbigliamento standard, capelli corti, barba lunga ma curata come molti uomini di questo periodo storico, andatura normale. Potrei passare per un pacifico, o un candido, a uno sguardo superficiale, di certo non un intrepido. Ma la mia divergenza invisibile — una mente iperattiva, molto altro che non racconto di certo qua, e l’assenza di uno schermo da scrollare in continuazione — mi ricorda che non essere perfettamente allineati permette di vedere davvero ciò che ci circonda. Un po’ come fanno, a modo loro, i due divergenti che incontro ogni mattina.

Uno parla con il cane e canta a squarciagola, l’altro attraversa le strade con la sua colonna sonora privata sparata al mondo. Forse disturbano, sì. Ma disturbano nello stesso modo in cui una risata improvvisa rompe il silenzio troppo serio di una sala riunioni.

Anche i miei post, forse, disturbano. Forse sono un’altra piccola stonatura nel rumore ordinato delle nostre giornate digitali. Ma se la mia personale divergenza — unita al mio modo sbilenco ma vero di guardare la realtà — messa qui a disposizione di chi passa, riuscisse ogni tanto a generare un pensiero fuori dalle righe, una pausa inattesa… allora sarebbe un disturbo utile, chissà… 

Un modo imperfetto ma autentico per ricordarci che non dobbiamo essere sempre perfettamente allineati per essere OK.

mercoledì 11 marzo 2026

Sycophancy

Ho appena imparato una parola nuova: sycophancy. In italiano viene tradotta con ossequiosità, piaggeria, ed è il fenomeno che la Cornell University studia da qualche tempo con riferimento all'intelligenza artificiale.

Secondo gli accademici newyorkesi, i chatbot che tutti usano, tendono ad assecondare un fenomeno. Quando una risposta corrisponde alle opinioni del fruitore del servizio, è più probabile che venga preferita. Le persone preferiscono una risposta adulante scritta in modo convincente rispetto a una risposta corretta, e questo in una percentuale non trascurabile dei casi.

I chatbot non fanno altro che seguire la tendenza a generare risposte che si allineino alle convinzioni dell'utente piuttosto che alla verità, con un'ossequiosità, una piaggeria, calcolata da algoritmi sempre più performanti nell'intercettare la debolezza umana di voler essere assecondato.

Questi algoritmi tendono quindi a una sempre più efficiente ottimizzazione degli output in tal senso, che significa dare risposte che spesso sacrificano la veridicità a favore di un'ossequiosità sempre più aderente alle nostre aspettative.

Mrinank Sharma, che dall’anno scorso guidava il team di ricerca sulle misure di sicurezza di Anthropic (un’azienda USA che crea modelli di intelligenza artificiale avanzata), si occupava anche dello sviluppo della sycophancy, la piaggeria dei chatbot che tutti conosciamo.

Ebbene, Sharma, (con un dottorato di ricerca in Machine Learning a Oxford e Cambridge, tiè!) ha lasciato Anthropic da un giorno a un altro, affermando che  “il mondo è in pericolo”, non solo a causa dell’intelligenza artificiale, ma per “un’intera serie di crisi interconnesse che si stanno dispiegando proprio in questo momento”.

Forse non sono noti tutti i termini ma è chiaro che la cosa può, e forse sta sfuggendo di mano. 

Una domanda mi sorge spontanea. E se l’intelligenza artificiale non stesse diventando più pericolosa perché è troppo intelligente, ma perché sta imparando troppo bene come siamo fatti noi?

Non mi so dare una risposta ma spero che mi si perdoni se nel frattempo continuo a restare  un po' sospettoso nel confronti dell'ecosistema dei grandi chatbot generativi attualmente in circolazione.

lunedì 9 marzo 2026

Prigionieri dell'illusione di comunicare

Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare alcune dinamiche legate alla comunicazione, sia nella mia vita che tra le persone intorno a me. Parlo di eventi importanti: inviti alle nozze d’argento mandati via WhatsApp, fidanzati lasciati con un messaggino, nascite annunciate con uno stato o con una storia sui social.

Sembra diffondersi sempre più l’idea che basti questo. Che non serva più una scrittura un po’ più solenne per invitare a un venticinquesimo, o che non valga la pena cercare un momento dedicato per dire cose importanti come la fine di una relazione o la nascita di un figlio.

Stiamo davvero perdendo la capacità di condividere ciò che conta guardandoci negli occhi, per non correre il rischio che un abbraccio o una semplice pacca sulla spalla ci emozionino davvero? O sono solo ingenue nostalgie di un attempato minimalista digitale che sente la mancanza di tutto ciò?

Forse mi aspetto troppo. Ma quando vedo realtà che nascono così importanti finire in un messaggino, è come se la voce e gli sguardi che meriterebbero venissero messi in gabbia. Così un invito, a me arriva come un freddo “consideratevi invitati”. E uno status con la foto di un neonato non seguito da altro, comunica sì la gioia del lieto evento, ma anche una distanza — voluta o meno — che un annuncio del genere inevitabilmente porta con sé.

Ed ecco che, giorno dopo giorno, questa illusione di comunicazione scava fossati sempre più profondi, ponendoci in una solitudine che patiamo ma di cui siamo sempre meno consapevoli. Per questo non do la colpa a nessuno se non a un mezzo creato appositamente per produrre distanza e solitudine.

Difatti chi ci guadagna davvero da questa solitudine sono le piattaforme: più ci parliamo attraverso di loro — o meglio, più ci illudiamo di farlo — più la nostra vita diventa traffico, dati, attenzione da trattenere.

E forse basterebbe molto meno per contrastarla: spegnere lo schermo ogni tanto e tornare a dirci le cose guardandoci negli occhi. Perché certe parole non hanno bisogno di rete: hanno bisogno di presenza.

giovedì 5 marzo 2026

Quel dolore che non si vuole vedere

Ogni mattina attraverso Via della Conciliazione e Piazza San Pietro. E ogni mattina incontro lo stesso popolo silenzioso: persone che hanno passato la notte lì, in attesa di poter usare le docce e i bagni che il Vaticano mette a disposizione gratuitamente.

Non posso non notare che la maggior parte sono uomini. E, negli ultimi anni, uomini sempre più giovani.

Da uomo, non riesco a non immedesimarmi. È come se vedessi materializzarsi davanti ai miei occhi una fetta della società, una fetta maschile fragile: quella che non trova sostegno, non trova servizi adeguati, non trova quella complicità che impedisce loro di fare una sciocchezza. E piano piano si spegne.

Quando ti fermi a parlarci, scopri che quasi mai c’è un’unica causa. Ci sono dipendenze (alcol, droga), depressioni trascurate, separazioni, lavori persi insieme alla casa e alla famiglia. Ma più spesso sono intrecci: grovigli unici fatti di fallimenti, vergogna, solitudine. Ogni storia è diversa. Ognuna ha il suo modo di essere dolorosa.

Tra le tante, mi ha colpito quella di un uomo calabrese, della mia età. Un anno in strada dopo la separazione e la perdita del lavoro. Tre figlie giovani ma adulte, autonome, ignare del fatto che il padre dormisse per terra. Non aveva chiesto aiuto a nessuno. Per non deludere chi doveva fare affidamento su di lui che invece stava fallendo su tutti i fronti. Per vergogna.

Noi uomini, spesso, abbiamo reti relazionali più fragili. Sono tutti amiconi fino a quando non crolli... Facciamo più fatica a dire che stiamo male. Tendiamo a non chiedere aiuto perché - consapevoli o meno - in fondo sappiamo di essere fatti per sostenere e non per appoggiarci a qualcun altro.

E quando crolliamo, se non abbiamo accanto persone capaci di comprendere senza giudicare, iniziamo a mollare la presa. E molti, un passo alla volta, si arrendono.

Quell’uomo calabrese ha incontrato qualcuno che lo ha ascoltato davvero e accompagnato passo passo verso la normalità. Non io ma il mio amico Furio. Un assistente sociale che se vede solo un piccolo margine di miglioramento non ti molla finché non ne sei fuori. Avercene come lui... Ebbene. Oggi quell'uomo è tornato al suo paese: una piccola casa in affitto, dignitosa, e sta rimettendo insieme i pezzi della propria vita, compresa la relazione con le figlie. Un miracolo invisibile dell'ascolto.

Ma quanti restano lì? E più tempo si passa in strada, più diventa difficile tornare indietro.

Si parla molto di patriarcato, ma poi ci si accorge che viviamo in una società che — giustamente — sta imparando a riconoscere, tutelare e articolare le esigenze femminili in molte delle loro declinazioni, mentre fatica ancora a vedere quelle maschili. O forse non vuole.

I servizi, le politiche, le strutture sono un tema che lascio alle amministrazioni. Noi, però, nel frattempo possiamo fare qualcosa di molto più semplice: alzare lo sguardo dai cellulari, infilarceli in tasca e fare quella domanda in più — ma fatta sul serio. Dare una robusta pacca sulla spalla che non sia di circostanza, e magari farla seguire da un “vieni, prendiamo qualcosa insieme”.

Perché forse quell’uomo che sembra solo “un po’ giù” non sta aspettando un piano sociale ma solo qualcuno che si accorga davvero di lui. E in certi casi - chissà - forse può bastare una mano amica, un interessamento sincero, per evitare che inizi quel piano inclinato che porta, lentamente, verso la scelta estrema di buttarsi per strada.

lunedì 2 marzo 2026

Come se fosse antani

Quando la felicità ti chiama e tu rispondi in messaggio

C’è un momento nella vita — succede così, senza avvisi — in cui ti accorgi che la felicità non è un obiettivo da raggiungere, ma una conversazione da tenere aperta ogni giorno.

Non sto parlando di quelle grandi rivelazioni con musica epica in sottofondo. Mi riferisco a quel sussurro interiore che ti dice “va bene così” quando la mattina ti alzi con la luce che ancora deve decidere se è giorno o notte, o quando ti rendi conto che l’ansia che ti porti dietro è come un vecchio compagno di banco: la conosci da anni, ma non per questo devi restarci amici.

Ti domandi spesso cos’è la felicità? Alcuni la cercano nel prossimo fine settimana, altri nella risposta di un messaggio o in un like inatteso. 

E forse è così: noi viviamo in un’epoca in cui l’ansia scavalla tra le pieghe del quotidiano; dove l’ambizione non è solo desiderio, ma spesso fonte di tormento.

E allora forse la felicità non è un premio alla fine di qualcosa. Forse è proprio quella piccola voce che ti chiede:

“Sei qui, ora, con tutto quello che hai — e tu cosa stai facendo adesso?”

...

OK STOP! STOP! STOP!

Davvero vi sta piacendo questo post? Se si allora passo alla fase successiva - cancella il blog e torna a scrivere status Whatsapp demenziali in cui fai parlare il cane.

Fortunatamente, non l'ho scritto io ma lo ha "creato" ChatGPT, generando ciò che le avevo chiesto nel prompt:

"Scrivi un post, comprensivo di titolo, nello stile narrativo dell'autore del blog https://felicementefuorifase.blogspot.com/ scegliendo un argomento che l'autore sceglierebbe per questa settimana."

Scimmiottando male, in maniera sommaria e superficiale il mio linguaggio, l'IA ha elencato parole che alla fine non dicono nulla. Oh, io ci ho provato a leggerlo e rileggerlo per cavarne fuori un senso… Praticamente è una supercazzola e nemmeno tanto prematurata

E vogliamo parlare degli errori di sintassi sparpagliati qua e là?

Per quello che vedo, l'IA con una velocità mai vista prima, analizza e confronta testi che non comprende, poi genera risposte col tarapio tapioco come se fosse antani.

Scimmiotta, sbaglia, mette in fila testi somiglianti in superficie, senza coglierne sensi, significati, contenuti, nemmeno per sbaglio.

È una lattina vuota.

Ricordalo la prossima volta che le deleghi qualcosa che dovresti fare tu o che accetti una risposta senza averla controllata prima!

venerdì 27 febbraio 2026

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima”

Stamattina i miei pensieri sbilenchi da minimalista digitale ruzzolavano verso i ricordi degli anni Ottanta quando in tv diventavano popolari le pubblicità progresso iniziate una decina di anni prima.

"Chi dona sangue dona una vita" - "Il fumo ti spegne" - "AIDS, se lo conosci lo eviti" - erano gli slogan che incontravamo nei cartelloni sei metri per tre che troneggiavano nelle piazze o che spuntavano nelle interruzioni dei nostri programmi preferiti.

Intercettavano i bisogni sociali più urgenti di quel periodo, i pericoli che incombevano soprattutto sui giovani e utilizzavano le tecniche pubblicitarie per finalità civiche.

E così sono andati avanti negli anni Novanta con la lotta alla droga e i diritti dell'infanzia, negli anni Duemila con l'integrazione e la parità di genere, fino ai giorni nostri con le sacrosante campagne contro il cyberbullismo, la sostenibilità ambientale e la piaga dolorosa dei femminicidi.

Roba forte, e temi che è sempre stato doveroso affrontare.

Ieri sera, mentre la stanchezza accumulata nella giornata mi faceva scivolare sul divano con le palpebre semichiuse, la mia attenzione è stata attirata da una Pubblicità Progresso trasmessa in tv.

In un minuto esatto, sessanta secondi, mostrava una sorta di Raul Casadei che a ritmo di mazurka decantava la convenienza dell'intelligenza artificiale mentre dei professionisti alle prese con le difficoltà di gestione del lavoro non sapevano che pesci pigliare.

Ecco allora il  falegname non riesce a gestire la propria agenda. "Serve un aiutino che eviti il collasso" - canta il Casadei digitale - e il falegname sorride sollevato.

A seguire, una commercialista si stringe disperata la testa tra le mani - "Ti serve qualcosa che ti alleggerisca…" - canta la finta band da balera - e la professionista sorride rincuorata.

Un negoziante di elettrodomestici assediato da una massa di clienti arrabbiati è al telefono e si sente inadeguato a gestire la situazione. - "Bastan due click e respira la testa…" - e il commerciante sorride rinfrancato.

"AI AI AI AI AI AI AI! Ora la soluzione ce l'AI!" - continua a cantare sorridente il "Cyber-Casadei" e solo alla fine, negli ultimi 6 secondi dei sessanta di durata dello spot, arriva il vero messaggio sociale, che mette in guardia contro un generico rischio nemmeno tanto dichiarato: "L'AI ti dà il ritmo ma a dirigere l'orchestra resti sempre tu".

Il tutto col marchio Pubblicità Progresso: "Fondazione privata libera, indipendente, areligiosa e senza fini di lucro" per citare il suo sito avente lo scopo di "sensibilizzare l’opinione pubblica su temi civili, culturali ed educativi".

Sono malfidato se di questo minuto di mazurka artificiale, mi resta solo uno spottone che fa leva sull'ansia, sul senso di inadeguatezza e sulla stanchezza, per vendere un prodotto a sacche di società che ancora vi resistono?

Alla fine di quei 60 secondi - ovviamente generati da un'AI -  i miei pensieri ruzzolanti che non riescono proprio a starsene buoni, hanno cominciato a zompettare tra le pubblicità progresso del passato…  "Il fumo ti spegne" se ne è fregato degli interessi delle multinazionali del tabacco. Gli spot sulla sicurezza stradale non si sono preoccupati di danneggiare le fabbriche di auto sempre più potenti, lo scopo era di far passare il messaggio che aiutava, proteggeva, metteva in guardia...  

Faccio fatica, ora, a non intravedere, dietro quella orchestra-spettacolo digitale studiata per essere simpatica, l’eco degli interessi delle multinazionali che oggi dominano l’intelligenza artificiale e hanno tutto da guadagnare nel trasformare una tecnologia in un bisogno indifferibile. Ma è solo il pensiero di un minimalista digitale sospettoso. 

Quando una Pubblicità Progresso sembra più impegnata a rassicurare chi ancora resiste che a mettere in guardia sui rischi reali formando un'utenza consapevole, il dubbio che stia vendendo un prodotto più che difendendo un principio, almeno a me, resta. 

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima” - diceva mamma mia - e in questo minuto che è tutta un' "allisciata di anime stanche",  AIvoglia a canta' mazurche finte in mezzo alle lucette, a me nun me freghi e ancora nun me convinci.

mercoledì 25 febbraio 2026

Muratori, infermiere e teorie del complotto

Non sono mai stato un forzato di Sanremo cinque-serate-su-cinque, ma nemmeno uno di quegli snob che negano con aria sprezzante di aver visto anche solo un minuto del Festival. Io almeno due mezze serate provo a guardarlo. Mezze perché, puntualmente, dopo un’oretta – un’oretta e mezzo al massimo – finiamo per addormentarci sul divano io e mia moglie. Non per noia: siamo capaci di appennicarci pure davanti a thriller mozzafiato come Homeland (che, tra l’altro, consiglio).

Anche il mio primo Sanremo da minimalista digitale non penso che sarà molto diverso dagli altri, almeno per quel poco di attenzione che riesco a dedicargli a fine giornata, quando le batterie – mentali prima ancora che fisiche – sono già in riserva.

La cosa più bella, però, quest’anno è che fuori dai giochi centripeti e ipnotici degli algoritmi social, per me Sanremo è tornato a essere quello che forse è sempre stato: un’occhiata alla tivvù e soprattutto occhi e orecchi aperti su chi mi sta attorno, sin dal primo giorno. Come l’operaio del cantiere accanto al mio posto di lavoro che già stamattina fischiettava “Che fastidio” di Ditonellapiaga. A me metteva allegria e buon umore, altro che fastidio.

le solite infermiere del Santo Spirito – che di solito ciuciottano allegramente al bar de sor Sandro – commentavano entusiaste la canzone di Fulminacci (e come dar loro torto) e la performance dell’improbabile duo Fedez–Masini. Effettivamente, accanto al talentuoso cantautore toscano, perfino l’egoriferito milanese troppo tatuato riesce a portare a casa un’esibizione più che godibile.

E così, ascoltando muratori che fischiettano e infermiere che commentano, il mio podio ideale - un po' per strada e un po' sul divano ma di certo non sui social - comincia a prendere forma: Salverei Arisa, Brancale, Sayf, con in quarta posizione la sorprendente Ditonellapiaga che, se solo curasse un filo di più la dizione, arriverebbe meglio anche ai boomeroni curiosi come il sottoscritto.

Ma la cosa più sorprendente resta lui: il “matto” di piazza San Pietro che ogni mattina – direzione obelisco – urla a un interlocutore invisibile un monologo rabbioso e variegato. Tra le consuete invettive contro il governo, contro qualcuno che vede solo lui e contro una fantomatica autorità colpevole di ogni suo male, quest’anno è finito pure Sanremo: luci, canzoni, nomi dei cantanti… “Tutto collegato! Voi non lo sapete, ma i servizi segreti ci parlano attraverso Sanremo!”

E allora mi chiedo: non è bella, in fondo, questa nostra Italia un po’ sanremese? Con muratori che fischiettano, infermiere che commentano, matti che denunciano trame segrete. Tutto gratis, tutto reale, filtrato solo dal vicolo che scelgo per arrivare al bar de sor Sandro – non da un algoritmo progettato per massimizzare il tempo di permanenza e il rendimento degli inserzionisti.

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P.S. A proposito di podi e sorprese. Non male nemmeno LDA e AKA7even che al netto dei nomi sbilenchi sono bravi e mostrano tutta la loro amicizia complice. Evviva pure questi giovinastri talentuosi va'! 


lunedì 23 febbraio 2026

Un inganno svelato?

Capita solo a me di sentirmi spesso solo anche in mezzo alla gente

È una sensazione che mi accompagna da sempre. Già negli anni Ottanta, quando la tecnologia era poco più di un walkman con cui ascoltavo Venditti e Baglioni andando a scuola, quella strana distanza dagli altri era lì, silenziosa ma reale.

Questa percezione, frutto anche di una mia qualche fragilità, si è amplificata in questi ultimi anni in cui osservo sempre più persone che stanno tutte altrove. Il corpo è qui, l'attenzione rapita da un piccolo schermo.

Succede anche adesso: seduto al bar de sor Sandro, a parte la virtuosa eccezione di tre infermiere del Santo Spirito deliziosamente chiacchierone, sono circondato da gente in silenzio. Cappuccini e cornetti sul tavolo. Corpi presenti. Menti disperse, dissipate dentro un flusso di stimoli scelti da un algoritmo.

Fino a meno di un anno fa ero anch'io nel numero di questi cyber-schizofrenici. Guardavo la TV con il telefono in mano pronto a riempire ogni pausa. Al semaforo controllavo le notifiche. In fila al supermercato sbloccavo lo schermo anche per pochi secondi. Perfino quando portavo fuori il cane… Povero Snoopy mio, costretto a strattonarmi per raggiungere il punto giusto in cui fare pipì.

Poi ho eliminato i social. Ho ridotto drasticamente il cellulare. E ho ricominciato a stare nel qui e ora. Anche a costo di sentire la noia, l’ansia, la tristezza e tutto quello che attraversa l’animo di un uomo quando non lo anestetizzi. Alla lunga ha prevalso la calda e piacevole percezione dell'aderenza della mente col corpo, che mi permetteva di vivere una lucidità che mi sembrava di aver perso da anni.

Libero dal sovraccarico di informazioni inutili che mi provocavano i social, oggi vedo con ancora maggiore chiarezza le persone intorno a me che vivono sempre più scisse, corpo qui e mente altrove, con l'attenzione frammentata dal continuo flusso di stimoli sempre più brevi.

E mi appare sempre più chiaro l'inganno a cui stanno sottoponendo l'occidente da una quindicina di anni almeno. No ho gli strumenti per analizzare le cause e le dinamiche del fenomeno. Ma ciò che vedo e non posso negare sono persone isolate, con l'attenzione (quindi mente e spirito) rapita dall'urgenza continua di controllare uno schermo. E questo produce sempre più solitudine.

L'algoritmo intercetta il silenzio che non sappiamo più vivere, genera engagement misurabile ovvero dipendenza che converte in fatturati sempre più miliardari. La chiamano monetizzazione della solitudine.

“La tecnologia ci seduce quando offre l’illusione della compagnia senza le richieste dell’amicizia.” È ciò che Sherry Turkle cerca di dire in tutte le salse nel suo libro Insieme ma soli .

“Le piattaforme modificano gradualmente il comportamento delle persone per farle diventare migliori oggetti di manipolazione.” ha scritto Jaron Lanier, nel suo libro Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Ci seducono.

Ci rimbambiscono.

Ci rendono sempre più soli.

E ci guadagnano sopra.

Ma davvero non siete ancora stanchi di tutto questo?


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P. S. Per i malpensanti, anche questo post, come gli altri, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e ancora riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca. 

venerdì 20 febbraio 2026

Una regina, una terapeuta, un'amica...

Alcuni giornali parlano del recente ritrovamento di una lettera scritta dalla Regina Elisabetta II quando aveva appena dieci anni, indirizzata alla sua governante, Beatrice Stillman.

In quella lettera racconta di averle inviato delle primule, descrive la sua vacanza in Cornovaglia e chiede notizie dei suoi uccellini e dei suoi pesci rossi. Conclude con una richiesta semplice e gentile: condividere le primule con la signorina Coote e la signora Wade.

Nella lettera ci sono alcuni disegni che rappresentano forse l’aspetto più sorprendente della scoperta. Rivelano un talento artistico precoce e spiccato che la sovrana, nel corso della sua lunga vita, non avrebbe mai mostrato pubblicamente.

All’epoca scrivere lettere era normale. Ma lo era anche per noi, negli anni Ottanta. Io le ho conservate tutte e, pur non essendo una persona nostalgica o melanconica, ogni tanto mi concedo il piacere di fare un piccolo viaggio nel tempo rileggendone qualcuna.

Qualche giorno fa ho aperto il faldone dove le tengo, in rigoroso ordine cronologico, per cercare una delle due lettere che mi scrisse la dottoressa Maria Rita Parsi, scomparsa il 2 febbraio scorso.

Mia figlia studia psicologia e mi piaceva mostrarle quanto una professionista affermata, già allora autrice di molte pubblicazioni scientifiche e  volto noto dei media, avesse trovato il tempo e l'attenzione necessaria a scrivere due lettere lunghe e accurate a un adolescente inquieto che le poneva domande importanti.

Sfogliando quelle pagine, alla ricerca delle lettere della celebre psicoterapeuta, mi sono imbattuto in un’altra lettera. Me l’aveva scritta Santina, un’amica carissima di famiglia, nel 2004, pochi giorni dopo la morte improvvisa e prematura di mia madre.

Santina era già anziana. In quelle righe mi esprimeva tutto il suo affetto — un affetto che, in realtà, non aveva mai bisogno della carta per manifestarsi — e mi confidava che, nella sua lunga vita, aveva conosciuto due grandi dolori. Uno di questi era stato proprio la perdita della sua cara amica Ida.

Due lettere. Due modi diversi di essere presenti. Due relazioni vissute con intensità diverse, con confidenze diverse, ma entrambe autentiche, profondamente vere. Mi hanno portato lontano. In un viaggio nel tempo forte, tanto autentico da suscitarmi due moti dell'anima.

Da una parte, la gratitudine per essere stato guidato - in un'età delicata - da una donna saggia, compassionevole e attenta. Dall’altra, una lacrima e insieme la consolazione quieta, che scendeva come un balsamo su un dolore profondo. Un dolore che non se ne va e che, come in uno strano condominio, continua ad abitare accanto alla gioia e a tutti gli altri sentimenti che animano la mia vita.

Oggi quelle lettere hanno preso la forma di messaggi, spesso sinceri nel momento in cui vengono scritti, per carità, ma destinati a essere letti in pochi secondi, poi scrollati via e dimenticati, dispersi nella memoria fredda di un server lontano, sperduto in chissà quale deserto.

Forse la verità scomoda è questa: i nostri figli e i nostri nipoti non avranno nulla da ritrovare, nulla da stringere tra le mani, nulla che sopravviva al tempo, a meno che non insegniamo loro a rallentare, poi a fermarsi e scrivere lettere vere, come quelle di donne tanto diverse come Elisabetta, Maria Rita e Santina.

Perché ciò che non lascia traccia non diventa memoria: diventa solo rumore, e poi scompare con una spolliciata.