Da qualche anno guardo il mio terrazzo con occhi diversi.
Un tempo era popolato soprattutto da piante europee, mediterranee, abituate alle estati calde ma anche a una certa alternanza tra caldo e pioggia, tra periodi asciutti e periodi più miti.
Poi le estati hanno cominciato a cambiare.
Sempre più calde, sempre più lunghe. E le ondate di calore sempre più frequenti e persistenti. Quest'ultima estate, con sei ondate di afa che sembrano non finire mai, è stata forse quella in cui me ne sono accorto più chiaramente.
Ma è da una quindicina d'anni che mi sono accorto che le piante nostrane - anno dopo anno - entravano progressivamente in sofferenza. Foglie bruciate dal sole, terriccio che si asciugava in pochissimo tempo, piante che non riuscivano più a recuperare tra un'ondata di calore e l'altra.
E così, quasi senza accorgermene, man mano che morivano ho cominciato a sostituirle.
E mi sono ritrovato a trapiantare una talea di schefflera nel vaso lasciato vuoto dal defunto geranio. Poi un ficus al posto di un ciclamino. Una strelizia nei vasi delle ortensie. Una bouganville. Un avocado. Cactus, aloe… Piante che con questo nuovo clima mostravano di trovarsi benissimo.
Assecondando le condizioni ambientali mi sono accorto, negli anni, che nel mio terrazzo si stava consumando una piccola selezione naturale in vaso che ha prodotto una settantina di piante subtropicali floride e toniche e una trentina di piante europee sofferenti che tendono a morire nonostante le cure e i consigli del vivaista di fiducia.
Ho capito che - sebbene necessari ad alti livelli - non servono più statistiche, grafici e rapporti scientifici per capire cosa sta accadendo al clima. Basta guardarci attorno. E non rimuovere il senso di oppressione dell'afa persistente, non appena a settembre la temperatura torna a essere un po' più sopportabile.
Forse anche noi dovremmo imparare ad adattarci, come fanno le piante. Non dico certo a morire come le mie povere piante europee ormai defunte, per carità.
Ma, se applichiamo la metafora ai nostri comportamenti, forse dovremmo trovare il coraggio di lasciare andare alcune vecchie abitudini dannose e trapiantarne con cura altre più virtuose.
Non più per moda, per spirito da boy scout o per seguire l'ultima tendenza dell'eco-youtuber di turno, ma perché è diventato necessario. Sappiamo benissimo quali comportamenti dovremmo cambiare, non serve elencarli qua.
Il surriscaldamento non è più qualcosa che possiamo osservare da lontano o che riguarda soltanto il futuro: è già dentro le nostre vite, nei nostri terrazzi, nell'afa persistente, negli eventi climatici sempre più estremi e nelle morti che cominciano a colpire le categorie più fragili.
Non basta per spingerci a rinunciare a qualche comodità oggi anche se probabilmente non saremo noi a vedere fino in fondo gli effetti delle nostre scelte?
Non ho risposte chiare e non mi azzardo a proporne, ma ritengo che se ci poniamo periodicamente una domanda, forse vivremo col sollievo di riuscire, un giorno, a lasciare ai nostri figli una Terra ancora vivibile.
E la domanda è questa: quali delle nostre abitudini siamo disposti a lasciar morire, perché qualcosa di più sano per il futuro dei nostri figli possa prendere il suo posto?