martedì 3 febbraio 2026

Relazioni interrotte da un feed invisibile

In quest'ultima settimana ho osservato alcuni comportamenti che mi hanno colpito e che forse hanno una cosa in comune.

Ero al supermercato quando, dalla corsia accanto, ho sentito la voce di una donna che, al telefono, si lamentava con qualcuno per ciò che un’amica aveva scritto sui social.

Non ho curiosità morbose. Ma mi interessa l’umanità che mi circonda, quella che osservo ogni giorno. Ho una sensibilità che non mi permette di ignorare ciò che accade intorno a me. Mi arriva un po’ tutto: anche frammenti di conversazioni, mezze frasi, sospiri altrui. E da quando ho eliminato i social e ridimensionato l’uso del cellulare, queste frasi mi arrivano ancora più nitide:

“Non ha messo like… Ce l’ha con me”

“Ha visto la storia e non ha risposto, mi sta evitando”

“Ha commentato altri ma non me…”

“A lui dedica post, a me niente”

“Se la pensa così, non è più come me”

… 

Poi ripenso a quando chiesi all’IA se abbiamo davvero potere su ciò che ci viene mostrato. La sua risposta, candida e disarmante, fu: "❌ Zero controllo umano diretto: non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."  

Vale davvero la pena prendersi tanti attacchi di petto per contenuti che vedi solo dopo una selezione calcolata per massimizzare il tuo engagement, cioè la tua dipendenza?

È giusto affidare a un calcolo — per di più interessato — emozioni, aspettative, illusioni, desideri, attese, frustrazioni e gli altri moti dell’anima che tutti abbiamo e che ci rendono semplicemente vivi?

È quasi inevitabile, allora, che tuffandoci in questo copione invisibile scritto da freddi automatismi, finiamo su un piano inclinato alla fine del quale ci aspetta qualche fallimento. E' lì il grande inganno.

Gli amici smettono di salutarsi. Chi ci è antipatico viene isolato ancora di più. Una coppia si divide. Chi è fragile compie sciocchezze irreparabili. Il prete troppo social butta alle ortiche una vocazione che stava riavvicinando a Dio tanti nativi digitali come lui. Quanta tristezza mi mettono eventi come questi… 

"Zero controllo umano diretto…

Non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."

Pensateci bene la prossima volta che, dopo aver letto — o non letto — contenuti o dinamiche sui social, vi siete arrabbiati, rattristati o rimasti comunque colpiti, permettendo loro di rovinarvi la giornata. Fate un gesto audace per questi tempi.

Mettete lo smartphone in un cassetto, fate due passi o qualsiasi cosa che vi permetta di pensare in maniera davvero libera e poi riprendete il cellulare ma per parlare direttamente con la persona che sta dietro quel like mancato o a una storia senza reazioni. Meglio ancora se vi incontrate davanti a un caffè… 

Basteranno un paio di battute per riportare alla luce una verità offuscata da un algoritmo che calcola, ma non capisce, che sa contare tutto ma non ciò che conta davvero. 

venerdì 30 gennaio 2026

Chi è che parla quando una voce non ha anima?

"Per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno."

Così Papa Leone da definito la persona parlando alla LX giornata per le comunicazioni sociali. Mi piace pensarmi così: come un volto che sta davanti a uno sguardo e come un suono fatto per essere ascoltato. E, allo stesso tempo, per ascoltare guardando negli occhi.

Poi penso ai miliardi di messaggi senza volto e senza voce che ogni giorno brulicano in rete, e ai quali deleghiamo una comunicazione che non possono realmente veicolare. Quanti volti, quante voci stiamo perdendo?

Ma il Pontefice va oltre: "Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi riconosciuti come intelligenza artificiale (...) invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane."

Come non pensare a tutta una generazione che dialoga coi chatbox per riempire la solitudine? Chi di noi non ha ceduto alla tentazione - fin troppo a portata di polpastrello - di fare due chiacchiere con l'IA di WhatsApp?

Quanti ragazzini chiusi nelle loro camerette, dopo aver fatto fare i compiti a ChatGPT, le affidano i loro segreti e le loro inquietudini cedendo alle sue domande compiacenti e fintamente interessate? E allora capiamo che il Papa non esagera quando afferma che tali "strumenti" hanno invaso il rapporto tra persone.

Pensate al caso estremo di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato. Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo a togliersi la vita.

Solo Dio sa le vere cause di tale gesto inconcepibile, ma di una cosa sono certo: Le immagini e le voci generate da un’AI hanno forma, ma non origine; suono, ma non respiro. Foto, volti, vocali suggestivi che imitano, perché l'anima non c'è.

L'anima non c'è!

Si adattano così abilmente all'interlocutore che questo finisce col dialogare col proprio abisso. E questo, un'anima sola, lo percepisce, anche se la mente assuefatta dal digitale non se ne accorge più.

Esagerazione di un minimalista troppo allarmato? C'è chi riesce a dirlo in maniera più elegante e autorevole: "La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società" (Op. cit.)

Forse Prevost non arriva a dire - come me - che servirebbero una patente e un limite d'età per l'uso di social e IA , ma afferma chiaramente che una regolamentazione adeguata serve per contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi e fuorvianti, preservando l'integrità dell'informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Anche lui non ha la soluzione in tasca perché sa che ci si arriverà con un dibattito onesto, coraggioso e orientato al vero bene dell'uomo. Ma indica una strada, quella della riscoperta del volto e della voce che devono tornare a "dire la persona". Ma chi governa gli oligopoli algoritmici è davvero disposto a rimettere l’uomo al centro, o continuerà a sacrificarlo sull’altare del profitto, chiamandolo progresso?

Un'altra domanda senza risposta a cui se ne aggiunge un'altra, dal cuore e dalla pancia: Chi parla davvero quando una voce non ha anima? Non lo so ma se questi sono i frutti immagino l'albero...

Scusate allora se non ci voglio salire, preferisco - almeno per ora - restare nella pace di un sano e consapevole minimalismo digitale.

mercoledì 28 gennaio 2026

Il gesto gentile di un invisibile

La passeggiatina mattutina mi serve a chiarire le idee. Attraverso via della Conciliazione facendo slalom tra preoccupazioni e pensieri che intasano il mio cervello iperattivo, e tra i rifiuti lasciati dai gabbiani che hanno devastato un cestino della spazzatura...

Come quando Mary Poppins faceva volteggiare giocattoli e vestiti nell’aria con la forza invisibile della sua magia, così una preghiera, un caffè e Roma che sbadiglia, iniziano a rimettere in ordine quei pensieri insistenti a cui do spesso troppo spazio e voce.

Ripasso davanti al cestino, il cui contenuto era stato sparpagliato a terra dai pennuti voraci, e vedo che in terra sono rimaste solo due cartacce.

«Sarà passata la nettezza urbana. Certo che avendo fatto trenta poteva fare trentuno», penso. E tiro dritto. Mi volto un attimo per ammirare il cielo plumbeo che minaccia pioggia e scorgo un barbone che s’inchina, raccoglie le due cartacce rimaste e le butta nel cestino. Stava completando il lavoro, altro che nettezza urbana.

Quell’uomo, quello “scarto” della società, aveva fatto in un attimo ciò che noi non riusciamo più a fare: agire senza pubblico, fare ciò che è giusto senza pubblicarlo e senza aspettarsi un like.

E mentre noi, cosiddetti “normali”, tiriamo dritti, anestetizzati dalla fretta e dagli schermi, la coscienza di un clochard, vedendo un bisogno, si è attivata senza complessi per fare ciò che era doveroso.

È il gesto più gratuito e gentile che abbia visto negli ultimi mesi, uno di quelli che ti restano impressi perché smascherano la nostra presunta superiorità e il sonno delle nostre coscienze.

lunedì 26 gennaio 2026

Una fermata mancata

Uno studente ventitreenne della provincia di Verona sale sul treno per recarsi all'università ma non scende alla solita fermata. (Notizia dell'Adnkronos del 24/1/2026)

Non compie un gesto eclatante, non mette in scena nulla di plateale: semplicemente resta lì. E proprio quella non azione sovverte la sua quotidianità, portandolo fino a Budapest.

Al netto delle critiche perbeniste – e forse legittime – secondo cui avrebbe almeno dovuto avvertire la famiglia, ciò che mi interroga è la decisione di questo nativo digitale che, lasciato tablet e cellulare a casa, sceglie di andare talmente offline da “sparire” in un treno, lontano da tutto.

Sovraccarico mentale a cui non riesce a dare voce? Tentativo di autodeterminazione mai comunicato? O la semplice necessità di interrompere una quotidianità che gli stava stretta? Non possiamo saperlo. Non lo conosciamo. Probabilmente solo lui, un giorno, potrà rispondere.

A me, però, colpisce quel suo restare seduto. Non agisce, non reagisce, non parla, non chiede e non rivendica: sospende il rumore, smette di essere leggibile. Forse, per un attimo, rinuncia alla necessità di giustificarsi?

Ignoro le sue sfide, ma questo scivolare lento e silenzioso fuori da una realtà che alla lunga stanca, è come se dicesse al mondo, al suo mondo: basta, ti lascio lì.

Forse è scappato da un problema concreto, forse no. O magari ha soltanto assecondato il desiderio di un altrove in cui poter finalmente ascoltare se stesso, trovare una traiettoria. E Budapest – che avrebbe potuto essere Praga o Madrid – è solo la metafora di ciò che, per una volta, non è stato pianificato.

Tra tutte le domande che questa storia lascia aperte, me ne rimane una a cui non riesco a rispondere... O forse sì, ma che non riesco proprio a ignorare.

Non è forse vero che, almeno una volta, ci siamo lasciati sfiorare per un attimo dall’idea di fare esattamente ciò che ha fatto lui? Lasciarci portare da un treno qualunque verso un luogo qualunque, lontano da un copione che abbiamo lasciato scrivere da altri?

E allora forse la scelta più onesta che possiamo fare, senza fuggire né scomparire, è concederci uno stacco reale ogni tanto: prendersi un’ora, un giorno o anche solo un percorso diverso dal solito, per ascoltare ciò che ci manca e decidere con lucidità quale passo – piccolo ma concreto – possa riportarci al centro della nostra vita.

Io lo faccio - indovinate un po' 😉 - andando offline di tanto in tanto.

sabato 24 gennaio 2026

Chi si spegne e chi esplode

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un blog minimalista che proponeva una riflessione molto interessante sulle conseguenze, per il nostro cervello, dell’abitudine di salvare tutto nel cloud.

L’autrice parlava di come tendiamo a immagazzinare online contenuti che vorremmo aver già introiettato. E osservava che ciò che archiviamo continuamente nella “nuvola” finisce spesso nel dimenticatoio, perché quel semplice gesto di metterlo via porta il cervello a dire: “Fatto! Posso recuperarlo quando servirà, ora passiamo oltre.” (Se volete leggere l’intero post, lo trovate QUI)

E così scrolliamo e salviamo, scrolliamo e salviamo, mettendo da parte ciò che non abbiamo tempo di leggere, convinti che lo riprenderemo più tardi. 

Spoiler: non lo riprenderemo.

Anzi, compiamo senza accorgercene quel gesto ripetitivo che ci impedisce di fare davvero nostro ciò che vediamo e leggiamo: non lo elaboriamo, non lo interiorizziamo. Come dicono gli strizzacervelli, non lo introiettiamo.

Scrolla di qua, scrolla di là, guarda e metti via, scorri e salva nel cloud… e alla fine tutto scivola addosso.

Quando ero ragazzo, leggere un libro era un’esperienza che mi lasciava segni profondi: mi faceva battere il cuore, ridere fino alle lacrime, incuriosire fino a fare le ore piccole, arrabbiarmi al punto da lanciare il volume dalla finestra, persino piangere. Erano contenuti che entravano dentro, davvero.

Poi sono arrivati i social. Li avevo tutti e ci perdevo tanto tempo. Se io – adulto, anzi diciamo pure “anzianotto” – a forza di scrollare e mettere via, vivevo una sorta di nebbia cognitiva che mi rendeva indifferente un po' a tutto, cosa può succedere ai ragazzi e ai bambini che oggi passano un monte di ore al giorno davanti a uno schermo?

Quando tutto scivola addosso, la vita interiore si indebolisce fino a sparire. E se la vita interiore si assottiglia, dove si vanno a pescare quelle risorse emotive e simboliche che ci servono per affrontare le sfide e i problemi che la vita inevitabilmente ci presenta?

Forse è per questo che sempre più giovani si chiudono o reagiscono in modo impulsivo? Chi si isola, rifugiandosi nella propria stanza, sommerso da stimoli digitali che intasano ma non nutrono. E chi reagisce in modo impulsivo e aggressivo fino all'irreparabile, come purtroppo la cronaca ci ricorda fin troppo spesso.

Se nulla arriva più al cuore, in quel mondo interno dove costruire gli strumenti capaci di contenere, regolare, dare senso, lottare, forse si sperimenta un vuoto che smarrisce.

E, chissà? Forse è proprio in quel vuoto che c’è chi si spegne e chi esplode.

mercoledì 21 gennaio 2026

«Ai vostri tempi eravate più liberi senza internet»

Essendo nato nel 1970, ho vissuto pienamente un’epoca ancora totalmente analogica. Negli anni Ottanta il digitale fece timidamente il suo ingresso in casa mia con il mitico Commodore Vic 20 che mio padre, appassionato di elettronica, acquistò con orgoglio e curiosità.

Il computer con la tastierona e il lettore a cassette fu presto sostituito dal Commodore 64. Qualche anno più tardi arrivò un Olivetti con floppy disk che mi introdusse alla videoscrittura con Word Perfect. Nel ’95, poi, ero già tra i primi ad avere Internet: un browser spartano per navigare con meraviglia ed Eudora per gestire la posta elettronica.

Eppure, dal Vic 20 all’ipertesto del nuovo Internet, le mie abitudini di vita erano rimaste quasi immutate. Gli orari non cambiavano, facevo colazione senza schermi, in macchina o sul motorino cantavo a squarciagola e nelle file mi annoiavo, e proprio in quei vuoti spesso nascevano le idee più creative.

La navigazione era legata a un luogo specifico: il computer piazzato nella mia cameretta, in un mobiletto dedicato tra la scrivania e lo stereo. E aveva tempi definiti. A volte mi perdevo un po’ nelle ricerche, ma alla fine arrivava sempre il logout, sollecitato da mia madre stufa della linea telefonica occupata troppo a lungo dal modem.

E tornavo alla realtà, cento per cento presente a me stesso nel bene e nel male che la vita mi riservava, come a tutti.

Poi sono arrivate le comodità perennemente online che ti consentono di fare tutto con un "tap" del pollice con l'unico sforzo di tirare fuori lo smartphone dalla tasca. Qui racconto come ci sono finito anch'io con tutte le scarpe.

Fino al giorno in cui mia figlia adolescente, nativa digitale aggiornata ma cresciuta con regole chiare, mi disse: “Papà, ai vostri tempi eravate più liberi senza Internet”.

Forse è stato in quel momento che ho preso davvero coscienza dei rischi del vivere costantemente online, senza mai fare quel logout che negli anni Novanta ci garantiva ancora una discreta salute mentale.

Ho capito l'inganno sottile in cui siamo caduti tutti: crediamo di essere “ok” solo perché non perdiamo mai un aggiornamento, una notifica, un flusso di contenuti. Ma a forza di restare loggati smettiamo di accorgerci di ciò che abbiamo davanti, non viviamo più quelle pause che prima ci rigeneravano, quei vuoti che davano spazio alle idee e a una sana serenità.

Realizzo allora quanto fosse prezioso quel gesto semplice e inevitabile degli anni Novanta: il logout. Una soglia che chiudeva una parentesi e ne apriva un’altra, restituendoci la possibilità di essere presenti, davvero.

Forse dovremmo smetterla di raccontarcela: non siamo fatti per restare connessi senza tregua.

Abbiamo ancora la libertà di fare login e logout, login e logout… Ma abbiamo la forza di carattere di usarla?

Se vogliamo davvero riprenderci l'attenzione, quindi la mente, dobbiamo avere il coraggio di un atto di libertà: uscire. Fare logout. Staccare la spina al flusso che ci divora e tornare, finalmente, pienamente presenti a noi stessi.

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P.S. Abbiamo anche un altro potere, ancora più sovversivo: spegnere il cellulare di tanto in tanto. Ma di questo parlerò in un prossimo post ;-). 

lunedì 19 gennaio 2026

"Sei morto?" - L'app che monetizza la solitudine

Qualche mese fa riflettevo sulla solitudine, vero cancro dell'uomo di oggi

Anche il Papa ha sentito l'urgenza di dare un orientamento in tal senso. "Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?".

Oggi apro un sito interessante che leggo spesso per informarmi, Inside Over  e leggo che in Cina spopola un'app dal nome "死了么" traducibile come "Sei morto?"

Funziona così: l'utente che vi si registra deve cliccare periodicamente (in un intervallo di tempo scelto da lui) un pulsante per confermare di essere vivo. In caso contrario l'app manderà un messaggio a un contatto designato al momento dell'iscrizione per segnalare che l'utente potrebbe essere in pericolo o... morto.

Ciò che mi sorprende non è la solitudine, sciagura moderna che dilaga ormai da decenni, e che è un triste dato di fatto. Mi fa male che la si monetizzi ritenendo che occorra un'app (a pagamento) per sostituire l'interesse di un familiare, un amico, un vicino.

Il fenomeno interessa solo il gigante asiatico? Pare di no visto che una versione occidentale dell'app, chiamata Demumu è tra le più scaricate negli USA, a Hong Konk, Singapore, così come Spagna e Australia.

Tempi che cambiano o ennesimo caso di cinica monetizzazione della solitudine?

Tempi che cambiano male, in cui l'umanità è freddamente misurata in impulsi digitali, l'essere vivo o morto diventa un'azione tracciabile e forse, l'unica morte vera è quella dell'empatia e della compassione.

E la mia memoria pazzerella ruzzola indietro al 1990, quando la "Sora Nina", vicina di casa di mia nonna, morì all'improvviso per un malanno legato alla vecchiaia.

Era sola e il figlio abitava lontano. Mia nonna se ne accorse subito perché era normale per lei bussare alla porta per chiedere: "A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - era la risposta che quel giorno però non arrivava.

Ero lì e nonna che, avendo le chiavi e, constatando la morte della vicina, assoldò immediatamente le mie braccia giovani, dicendomi con tono fermo e affettuoso - "Nnamo bello de nonna, ajùteme a vestì sta poraccia!"

Avevo vent'anni e quel momento triste ma tenero, drammatico ma significativo e tutt'altro che traumatizzante, mi resta nel cuore, e lo custodisco come una delle più belle lezioni di vita impartitami da nonna Fernanda.

L’app può tracciare ma non ricordare, avvertire un contatto ma non serbare nel cuore l'accortezza di una donna attenta come mia nonna. Se ci fosse stata, avrebbe potuto avvertire il figlio della Sora Nina, ma questa non avrebbe avuto un vestito dignitoso, una carezza, una preghiera.

"A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - è un dialogo apparentemente banale ma dietro a cui ruotava un mondo fatto di attenzione, garbo, accortezza, tatto e contatti reali che non avevano paura di fermare tutto per un po', per essere davvero presenti.

sabato 17 gennaio 2026

"A Elì! Che vòi che vojo?"

Mi sembra ieri quando una professoressa – credo delle superiori – durante un dibattito in classe mi rivolse un rimprovero tanto gentile quanto fermo.

A distanza di quarant’anni non ricordo neppure l’argomento. So solo che un mio compagno stava esprimendo il suo pensiero e io, a un certo punto, piombai a gamba tesa nella sua frase, finendola al posto suo.

"Fuorifase! (Felicemente me lo sono guadagnato poi negli anni) Non si finiscono le frasi degli altri! E' una mancanza di rispetto al pensiero di chi parla e anche a lui!"

Quel richiamo della Prof. Sarrocco era talmente giusto che, una volta smaltito l’orgoglio da sedicenne infervorato, lo feci mio. Al punto che oggi non sopporto più chi interrompe o completa discorsi o frasi altrui.

Forse è per questo che mi infastidisce persino quando Google prova a finire al posto mio la stringa che sto digitando nella barra di ricerca. Ma che ne sai, tu, se sto cercando informazioni sul "Pettirosso metafisico polimorfo onirico dalbeante dalla zampa sbilenca"?

Per carità, Google completa per agevolare l’utente. Io, invece, finivo le frasi un po’ per insicurezza, un po’ per imporre il mio pensiero.

Ops. Imporre il pensiero… Influenzare

Mi chiedo, anzi, chiedo per un amico minimal-complottaro-pressappochista: se alla lunga la gente, assuefatta a una funzione che completa per te ciò che scrivi, si disabituasse a porsi domande originali?

Perché funzioni progettate per agevolare, se interiorizzate senza consapevolezza, possono spostare lentamente il baricentro del pensiero. Si passa dal formulare una domanda al lasciarsi suggerire quale domanda porre. Non è manipolazione, ma una deriva culturale sottile e lenta; non è imposizione, ma un effetto collaterale drammatico, impercettibile e cumulativo di un automatismo comodo.

E quando l’abitudine diventa norma, l’originalità non scompare: semplicemente si assottiglia. La domanda non è più: “Cosa voglio cercare?”, ma: “Quale delle opzioni proposte assomiglia di più a ciò che credo di voler cercare?

E in tutto questo mi torna alla mente mio zio Miro che, rivolgendosi alla moglie, le chiedeva con tono romano, rassegnato ma scanzonato: "E Elì! Che vòi che vojo?"

Ma zia Elisa orientava le sue scelte perché gli voleva bene, per tenere d’occhio i suoi spuntini fuori pasto e i livelli di pressione e colesterolo.

Quando invece ci affidiamo senza discernimento a strumenti che semplificano ma orientano, questi smettono di essere supporto e diventano direzione. E sono così comodi, così immediati, così gratuiti, che non ci accorgiamo nemmeno che quella direzione non è la nostra.

E non sono mossi dall'amore premuroso di zia Elisa ma dagli interessi di multinazionali colossali, finanziate da sponsor che accumulano ricchezze senza misura.

giovedì 15 gennaio 2026

La tristezza delle icone fantasma

Stamattina presto, leggevo una riflessione interessante su un malcostume sempre più diffuso:

"Non rispondere a un messaggio (...) non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni." (Dal blog Matrimonio Cristiano)

Quante volte mandiamo un messaggio, un vocale, un pensiero, una condivisione, e dall'altra parte… Il silenzio.

La vita frenetica e l’eccesso di notifiche hanno finito per svuotare anche la comunicazione digitale. Le usiamo tutti, alcuni vivono ormai solo di chat e social. E così, piano piano, l’interlocutore si è ridotto a un’iconcina senza peso, a un francobollo sbiadito, a una pecetta marginale.

Ecco un altro tranello in cui - chi più, chi meno - siamo caduti tutti. Ho amici che conosco da trent’anni, eppure le loro chat sono piene di miei messaggi rimasti sospesi nel vuoto. All’inizio ci soffrivo.

Poi mi accorgevo che, nelle amicizie autentiche, bastava un incontro, una telefonata, meglio ancora una videochiamata per riprendere un discorso lasciato in sospeso.

In altri casi l’amicizia si riduceva a uno scambio di messaggi: la vita corre per tutti e, forse, per alcuni va bene così.

Poi ci sono quelli che, senza cattiveria deliberata, hanno trasformato la mia app di messaggistica in un piccolo cimitero di chat senza risposta. E quella cosa mi intristiva.

Col tempo però ho capito che, in un’altra epoca, sarebbero semplicemente state persone con cui, a un certo punto, ci si perdeva di vista. Senza frizioni, senza incomprensioni: era la vita che faceva il suo corso.

La rete e i social, invece, ci permettono da anni di sbirciare le vite degli altri senza entrare davvero in relazione con loro. E così ci illudiamo di avere con quelle iconcine un’amicizia, un legame, una confidenza o anche solo un rapporto di cameratismo, di vicinanza di idee, di passioni condivise.

L'amico con cui hai condiviso anni di vita intensa diventa una telefonata, poi una chat, poi una storia su Instagram o uno status su Uazzapp e a molti viene naturale ignorare un messaggio di quell'iconcina che ti ritrovi sul cellulare solo perché non hai avuto il coraggio di eliminarlo dalla rubrica.

È proprio lì che il non detto, l’assenza di relazione, emerge tutto insieme nel silenzio assordante di un messaggio lasciato senza risposta.

La soluzione, secondo me?

Una telefonata, una chiacchiera davanti a un caffè, un abbraccio: gesti semplici che possono recuperare un’amicizia sbiadita da anni di chat alle quali abbiamo affidato ciò che non potevano mantenere. Che bello quando ci si riesce...

Ma se non risponde o declina l’invito?

Allora lo si lascia andare serenamente, proprio come facevamo prima di farci lentamente rincitrullire dalla ragnatela mondiale. 

lunedì 12 gennaio 2026

Quel tranello che sbiadisce la realtà

Qualche giorno fa, in farmacia, ho incontrato un vecchio collega che non vedevo da mesi.

"Aò (passatemi il vernacolo ma da noi si usa così se c'è confidenza) quanto tempo! Come butta?"

Lui, nel tentativo un po’ goffo di mascherare un’espressione cupa e afflitta, ha risposto: "Insomma, mica tanto bene. Anzi, male direi…"

Complice il luogo dell’incontro, sinceramente preoccupato, gli ho chiesto: "Come mi dispiace… Ma che succede?"

La sua risposta è stata sorprendente: ha iniziato a elencare una serie di eventi drammatici. La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la crisi in Venezuela, e via via altri fatti reali, gravi, ma non direttamente legati alla sua vita, quelle notizie che i media rilanciano ogni giorno con costanza ossessiva.

Era autenticamente provato, quasi schiacciato dal peso di ciò che raccontava. E anche quando provavo a spostare la conversazione sulla famiglia o sul lavoro, lui tornava puntualmente a parlare di geopolitica. E poi della violenza giovanile, della polizia americana, e di tutti i folli cortocircuiti del mondo contemporaneo.

Il mio ex collega è sicuramente una persona sensibile, capace come me di lasciarsi toccare da un evento anche quando non riguarda la sua sfera personale. Ma mi ha colpito il modo in cui reagiva a quelle notizie nefaste, come se rappresentassero l’unica realtà possibile, una gabbia dalla quale non si può scappare.

Quell’incontro mi ha lasciato una sensazione strana.

Da un lato comprendevo bene la sua inquietudine: viviamo immersi in un flusso costante di notizie drammatiche, spesso enfatizzate e prive di contesto. Dall’altro, mi colpiva quanto profondamente quel continuo bombardamento informativo avesse oscurato tutto il resto, quasi cancellando la parte quotidiana, concreta e vitale della realtà. È vero: guerre, tensioni geopolitiche e crisi umanitarie esistono, e ignorarle sarebbe da stolti. Ma esiste anche la vita di tutti i giorni, fatta di normalità, di gesti positivi, di progressi silenziosi, di buone notizie che semplicemente non monetizzano.

In quel momento ho realizzato quanto sia facile, passando tante ore su internet e sui social, cadere nel tranello di confondere quel flusso selezionato di negatività con l’intero panorama dell’esistenza.

La percezione si deforma, e ciò che vediamo lì diventa, poco a poco, uno scroll dietro l'altro, la nostra unica lente di lettura. Eppure fuori dallo schermo ci sono storie che non vengono raccontate perché non sollecitano clic, progressi che non fanno rumore, realtà virtuose che il digitale non restituisce.

Usciti dalla farmacia, il mio sguardo è stato catturato da due donne bellissime e somiglianti: una molto giovane, l’altra molto anziana. Di certo una nonna e una nipote. La nonna portava con eleganza i segni di una bellezza passata, e insieme passeggiavano chiacchierando in modo vivace e complice. Mi sono passate accanto lasciando dietro di loro una scia profumata, un frammento di serenità e bellezza.

Nel frattempo il mio collega, che già prima di uscire dalla farmacia aveva sbloccato il cellulare, si è diretto verso la macchina continuando a scrollare un mondo che sembra andare sempre più a rotoli. Il volto, sempre cupo e afflitto, era lo stesso con cui mi aveva salutato all’ingresso, come se nessuna scena reale attorno a lui fosse più in grado di colpirlo.

giovedì 8 gennaio 2026

Pellegrini, romani e matti

Passeggiata mattutina prima del lavoro: qualcosa di inconsueto, almeno da un anno a questa parte, cattura la mia attenzione. Niente file chilometriche o almeno, non ancora. Alla spicciolata, gruppetti sparuti di pellegrini corrono (che si corrono poi alle sette del mattino?) diretti in basilica; Piazza San Pietro è finalmente accessibile a tutti.

Mi sporgo timidamente tra le transenne che, a pochi metri da me, per la prima volta dopo un anno si aprono in un varco che consente il libero accesso. Un po’ come quando si entra in punta di piedi in una vecchia casa riaperta dopo tanto tempo, rientro lentamente nella piazza che sento un po' mia.

Una normalità fatta di pellegrini ordinari, di romani e di matti, mi dice che il Giubileo è davvero finito.

I matti di Piazza San Pietro… Un mio amico sostiene che questa gente si raduni lì grazie a una sorta di peculiarità nella zucca, capace di sintonizzarsi con le frequenze del piombo contenuto nella cupola. Una teoria astrusa e divertente. Io preferisco pensare che si sentano accolti dall’abbraccio della Chiesa, che il Bernini ha magistralmente rappresentato nel celebre colonnato.

Quando qualcuno di loro lo consente, mi piace parlarci; sanno essere più veri dei "normali". Una di essi, 22 anni fa mi predisse pure che avrei avuto - "una bella figlia, e poi basta!", e così è stato. Qualcuno disse che Dio parla attraverso i bambini e i matti. Chissà...

In lontananza un uomo giovane canta a squarciagola e non passa inosservato, considerata l'ora. Si avvicina con un pacifico cagnolone al guinzaglio, che ogni tanto lo fissa adorante. Canta un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in un buffissimo italiano, annunciando l’imminente avverarsi di certe profezie e sventolando un libro nero. E' buffo, e suscita una simpatia che stride con l'ineluttabilità delle disgrazie predette.

Le forze dell’ordine — che evidentemente ne conoscono la candida inoffensività — lo lasciano fare. Ci incrociamo e, mentre continua il suo cantilenante soliloquio profetico, mi strizza l’occhio e prosegue nella sua strampalata missione di simpatico svitato.

Deve aver riconosciuto quella fettina della mia testa che, un po’ suonata come la sua, stava pensando a un verso poetico uscito dal cuore di Alda Merini una sessantina d’anni fa…

«Ero matta in mezzo ai matti.

I matti erano matti nel profondo,

alcuni sono intelligenti.

Sono nate lì le mie più belle amicizie.

I matti sono simpatici, non così dementi,

che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo,

quando sono uscita.»

Chissà cosa direbbe Alda, incontrando gli smombies di oggi che, alienati da un piccolo schermo, non parlano più da soli ma tacciono, persuasi dagli algoritmi di essere connessi al mondo mentre, in realtà, ne sono tristemente assenti.

martedì 6 gennaio 2026

L'autentico resta, non serve rincorrerlo

Con l’età ho imparato a non rincorrere più nessuno. Lascio andare senza complessi chi mi ignora, chi svaluta me o le persone che amo, chi si prende libertà non concesse.

Con la stessa serenità con cui ho lasciato uno smartphone aggiornato e performante per uno minimalista, chiuso due account Facebook, due su Twitter, uno su Instagram e uno su Pinterest, ho lasciato andare anche amicizie tossiche, conoscenze interessate e l’abitudine di rincorrere chi negli anni aveva finito con l'ignorarmi.

Quello che è rimasto – su tutti i fronti, e le persone che sono rimaste – è un insieme prezioso di realtà autentiche e vere. A cui voglio veramente bene. E non mancano belle novità che lasciano piacevolmente sorpreso.

Stamattina, però, riflettendo su questa libertà ritrovata, mi sono chiesto se tutto questo potesse essere definito ghosting. Ho una coscienza morale piuttosto severa, che ho imparato a sistemare in una sorta di sottoscala ben attrezzato: può osservare la mia vita, giudicarla quanto vuole, ma restando lontana dalla mia serenità. In altre parole, senza disturbare.

Ogni tanto, però, come una zia tutto sommato buona ma rigida e un po’ molesta, sale le scale e irrompe. E rompe... Stamattina non se ne sarebbe andata finché non avessi chiarito se questo mio lasciar andare fosse ghosting o qualcos’altro.

Così mi sono documentato usando l’IA – a dimostrazione che sono minimalista digitale ma non tecnofobo – ponendo una domanda secca, con un vincolo preciso: solo testi ufficiali di psicologia, nessuna risposta compiacente.

La risposta è stata:

"In psicologia il ghosting è definito come una strategia di evitamento non assertivo, legata alla paura del confronto e a basse competenze emotive. Il “lasciar andare”, invece, rientra nella regolazione sana dei confini interpersonali ed è espressione di autostima matura e assertività.

Come evidenziato dalla Socioemotional Selectivity Theory di Laura L. Carstensen, con il tempo le persone tendono a ridurre il numero delle relazioni per privilegiare legami emotivamente significativi, autentici e rispettosi."

Niente buoni propositi per il 2026 quindi... Solo la scelta di continuare su una strada che non è fatta di chiusure né di sparizioni, ma di rispetto reciproco. Una strada di relazioni autentiche, confini sani e dignità condivisa.

Meno rumore, meno schermi in tutti i sensi e soprattutto, nessun bisogno di rincorrere niente e nessuno.