Stamattina, mentre entravo nell’ascensore che ogni giorno mi porta al lavoro, mi sono ritrovato con il cellulare già in mano mentre le porte si chiudevano alle mie spalle.
In quel momento, il riflesso pavloviano che ci spinge a controllare compulsivamente il telefono — anche quando è configurato in modo minimalista come il mio — stava inducendo anche me a sottrarmi a quel piccolo, inevitabile momento di noia quotidiana.
Accortomi dell’inganno della mente, ho rimesso il cellulare in tasca. Quasi subito ho avvertito quella lieve ansietta che, forse, sarebbe rimasta sotto controllo - o sotto la cenere - grazie a una rapida occhiata agli status di Uazzappe o alle ultime notizie del giorno.
Quell’ansietta, però, mi ha ricordato che dovevo chiamare il meccanico e il fabbro e che, da tre giorni, era pronto il regalo ordinato per una coppia di amici carissimi che tra una settimana festeggeranno le nozze d’argento e che stavo dimenticando di ritirare.
Mentre la mente si dedicava a questi piccoli pensieri della vita quotidiana, ho salutato un collega, scherzato con un altro e mi sono voltato di scatto non appena ho sentito gridare il mio soprannome, che non rivelerò mai su questo blog. ;-)
Se non avessi messo il telefono in tasca, avrei trascurato la mia vita per guardare cose inutili di gente estranea. Non avrei incrociato davvero lo sguardo dei colleghi, né colto al volo quel richiamo al mio soprannome che mi ha fatto voltare e sorridere. E stiamo parlando di appena qualche minuto, il tempo di una salita in ascensore.
Se poi avessi ancora i social sul telefono, con ogni probabilità sarei stato trascinato ancora più lontano: una foto, un commento, un inutile like, l'ennesimo scroll a cui ubbidiamo per calmare quell'ansietta che, forse ci serve. Per muoverci, per interagire con chi ci sta attorno, per decidere, progettare, vivere.
Quando ubbidiamo all'impulso di scrollare, non smettiamo soltanto di osservare ciò che ci circonda. Smettiamo, per qualche istante, di abitare la nostra stessa esistenza. Il mondo continua a scorrere, le persone ci passano accanto, i pensieri emergono e chiedono ascolto, ma noi siamo altrove: fisicamente qua, mentalmente chissà dove.
La chiamano libertà. Ma appena compare una pausa, una fila, un ascensore, un semaforo, sentiamo il bisogno di riempire un vuoto. Come se qualche secondo di silenzio fosse diventato intollerabile. Non sappiamo più stare con noi stessi. Non vediamo più chi ci sta accanto. Stiamo disimparando a leggere, a scrivere, a riflettere.
Abituati stare dentro un mondo a due dimensioni, quando torniamo nella realtà, con bellezze e sfide a tre dimensioni, non abbiamo più la muscolarità per vivercele, nel bene e nel male.
Non è un prezzo troppo caro da pagare?
Ma c'è una cosa che possiamo fare. Un gesto semplice ma sovversivo, banale ma liberatorio: rimettere il cellulare in tasca, in borsa, o lasciarlo in un cassetto. O quello ancor più rivoluzionario di spegnerlo o di dimenticarlo a casa per qualche ora…
Ci avete mai pensato?

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