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lunedì 23 febbraio 2026

Un inganno svelato?

Capita solo a me di sentirmi spesso solo anche in mezzo alla gente? 

È una sensazione che mi accompagna da sempre. Già negli anni Ottanta, quando la tecnologia era poco più di un walkman con cui ascoltavo Venditti e Baglioni andando a scuola, quella strana distanza dagli altri era lì, silenziosa ma reale.

Questa percezione, frutto anche di una mia qualche fragilità, si è amplificata in questi ultimi anni in cui osservo sempre più persone che stanno tutte altrove. Il corpo è qui, l'attenzione rapita da un piccolo schermo.

Succede anche adesso: seduto al bar de sor Sandro, a parte la virtuosa eccezione di tre infermiere del Santo Spirito deliziosamente chiacchierone, sono circondato da gente in silenzio. Cappuccini e cornetti sul tavolo. Corpi presenti. Menti disperse, dissipate dentro un flusso di stimoli scelti da un algoritmo.

Fino a meno di un anno fa ero anch'io nel numero di questi cyber-schizofrenici. Guardavo la TV con il telefono in mano pronto a riempire ogni pausa. Al semaforo controllavo le notifiche. In fila al supermercato sbloccavo lo schermo anche per pochi secondi. Perfino quando portavo fuori il cane… Povero Snoopy mio, costretto a strattonarmi per raggiungere il punto giusto in cui fare pipì.

Poi ho eliminato i social. Ho ridotto drasticamente il cellulare. E ho ricominciato a stare nel qui e ora. Anche a costo di sentire la noia, l’ansia, la tristezza e tutto quello che attraversa l’animo di un uomo quando non lo anestetizzi. Alla lunga ha prevalso la calda e piacevole percezione dell'aderenza della mente col corpo, che mi permetteva di vivere una lucidità che mi sembrava di aver perso da anni.

Libero dal sovraccarico di informazioni inutili che mi provocavano i social, oggi vedo con ancora maggiore chiarezza le persone intorno a me che vivono sempre più scisse, corpo qui e mente altrove, con l'attenzione frammentata dal continuo flusso di stimoli sempre più brevi.

E mi appare sempre più chiaro l'inganno a cui stanno sottoponendo l'occidente da una quindicina di anni almeno. No ho gli strumenti per analizzare le cause e le dinamiche del fenomeno. Ma ciò che vedo e non posso negare sono persone isolate, con l'attenzione (quindi mente e spirito) rapita dall'urgenza continua di controllare uno schermo. E questo produce sempre più solitudine.

L'algoritmo intercetta il silenzio che non sappiamo più vivere, genera engagement misurabile ovvero dipendenza che converte in fatturati sempre più miliardari. La chiamano monetizzazione della solitudine.

“La tecnologia ci seduce quando offre l’illusione della compagnia senza le richieste dell’amicizia.” È ciò che Sherry Turkle cerca di dire in tutte le salse nel suo libro Insieme ma soli .

“Le piattaforme modificano gradualmente il comportamento delle persone per farle diventare migliori oggetti di manipolazione.” ha scritto Jaron Lanier, nel suo libro Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Ci seducono.

Ci rimbambiscono.

Ci rendono sempre più soli.

E ci guadagnano sopra.

Ma davvero non siete ancora stanchi di tutto questo?


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P. S. Per i malpensanti, anche questo post, come gli altri, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e ancora riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca. 

lunedì 24 novembre 2025

Il prezzo nascosto dell'infanzia digitale: la verità che non vogliamo guardare in faccia

La Società Italiana di Pediatria, dopo ricerche approfondite sulle dipendenze digitali, ha presentato il 19 novembre un quadro allarmante sulla salute dei nostri figli.

I rischi individuati dal team della S.I.P. — composto da pediatri, psicologi, esperti dei media e rappresentanti istituzionali — sono stati condensati in una lista che dovrebbe farci sobbalzare:

I rischi più gravi evidenziati:

  • Solo due ore di schermo al giorno aumentano del 67% il rischio di obesità: un dato devastante a mio avviso.
  • Gli smartphone alterano aree cerebrali in pieno sviluppo, frenando le capacità cognitive e compromettendo l’apprendimento.
  • Insonnia, sonno disturbato, ritmi stravolti, recupero compromesso.
  • Ansia, depressione e perdita di autostima in aumento esponenziale: una fragilità diffusa che sta diventando un’emergenza silenziosa.
  • Dipendenza digitale cronica in almeno il 20% dei giovani: un quinto dei ragazzi non riesce più a staccarsi dal dispositivo.
  • Problemi alla vista sempre più gravi: affaticamento oculare, miopia precoce e persino forme di presbiopia giovanile.
  • Cyberbullismo già dai 10 anni: violenza psicologica che cresce nel buio degli schermi.
  • Esposizione alla pornografia in età sempre più giovane, collegata a comportamenti sessuali rischiosi e distorti.

La soluzione non arriva da guru improvvisati o da blogger contenti della libertà ritrovata grazie al minimalismo digitale come il sottoscritto. 

E' la Società Italiana di Pediatria, la massima autorità scientifica in materia che propone raccomandazioni chiare, ferme e, a mio avviso, non negoziabili:

Eccole:

  1. Nessun accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni: troppi i contenuti tossici e inadatti.
  2. Rimandare lo smartphone personale almeno fino ai 13 anni: per evitare danni allo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.
  3. Posticipare il più possibile l’ingresso sui social media: anche se legalmente consentito, non è psicologicamente sicuro.
  4. Bandire i dispositivi durante i pasti e prima di dormire: momenti essenziali di connessione familiare e rispetto del bisogno del giusto riposo.
  5. Favorire attività all’aperto, sport, lettura e gioco libero: tutto ciò che nutre corpo, mente e immaginazione.
  6. Mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti, a ogni età e in ogni fase della crescita.

Dopo aver esposto i nostri figli a rischi che minano corpo, mente ed emozioni, non possiamo più permetterci esitazioni: è il momento di agire con autocritica e coraggio, cambiare rotta con decisioni drastiche e dimostrare che la loro sicurezza vale più di qualsiasi comodità digitale.

E magari partendo da noi stessi col buon esempio.

giovedì 9 ottobre 2025

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.

In giro si vedono sempre più ragazzi con le cuffie.

Non parlo degli auricolari che usiamo un po’ tutti, ma di quelle grandi cuffie che ricordano quelle degli stereo anni ’80. Solo che oggi sono qualcosa di più.

Molti liquidano il fenomeno con un’alzata di spalle: “sono i soliti adolescenti che si isolano”. Forse.

Altri dicono che lo facevamo anche noi quando andavamo in giro con il walkman e le cuffiette. Ci creavamo una nostra personale colonna sonora di una vita che percepivamo come imposta. Forse lo fanno anche loro. Forse.

Ma secondo me c'è di più.

I loro sguardi bassi ricordano i nostri, quando ci estraniavamo con Baglioni o Michael Jackson a palla nelle orecchie. Ma più li osservo, più noto che in quei volti c'è qualcosa di diverso.

Vedo un'ansia e una paura che noi non avevamo. Sembrano in apnea.

Come se quelle cuffie fossero una bombola d’ossigeno, necessaria per resistere fuori dalla rete, giusto il tempo di tornare online appena arrivano a destinazione, per ubbidire all’urgenza di fissare lo schermo, di scrollare, di rituffarsi nel flusso.

E' solo la mia impressione.

Intanto, però, gli studi parlano chiaro: cresce in modo vertiginoso il fenomeno del peer phubbing — ignorare chi ci sta accanto per guardare il telefono —, direttamente collegato alla dipendenza da smartphone (fonte).

E così, mentre il mondo reale scorre accanto a loro — fatto di odori, di sguardi, di silenzi e di incontri — loro restano sospesi in una realtà filtrata, levigata, dove il peso dello spazio e del tempo sembra sospeso.

Non si isolano per scelta, ma perché la rete li trattiene dolcemente, come una ragnatela invisibile e attraente. Sono connessi a tutto, ma disconnessi da sé stessi.

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.

lunedì 18 agosto 2025

Non mettono like: alzano il telefono

Sono fuori col cane, squilla il telefono.

Dopo anni risento la voce serena e vivace di suor Adalberta, classe 1940, ex maestra elementare di mia figlia, oggi ventenne. Mi chiama per ringraziarmi del messaggio che le avevo inviato per la solennità dell’Assunzione.

Mi viene in mente mia suocera, sua coetanea. Ogni volta che le mando un pensiero o un’immagine via WhatsApp, o che guarda uno stato che le piace, lei mi richiama. Per dirmi che le è piaciuto o per condividere un pensiero. E, come sempre, da una parola nasce una chiacchiera, e si finisce col dirci un sacco di altre cose.

Noi – figli dell’epoca dei social – non sappiamo più farci toccare da ciò che leggiamo. I nostri figli forse, non lo hanno mai imparato...

Un messaggio, una foto, un post: scorrono via. Ma loro no. Quelle donne di ottantacinque anni si emozionano ancora, profondamente, di fronte a una frase, un’immagine, un pensiero.

Non solo loro. Anche Franco, il migliore amico di mio padre, quando qualcosa che scrivo lo tocca, mi chiama. Non lascia un like: alza il telefono e parla, di tutto, ed è sempre un piacere.

Non è meraviglioso? Sono persone "ricche di anni" – come direbbe la saggia suora – che trovano ancora bellezza e vita in poche parole. E comunicano davvero, non rimandano distratti da troppe immagini che scorrono e corrono via.

Per noi che viviamo in un flusso continuo di video, meme e immagini, tutto vale tutto e niente vale davvero. Un post senza foto? Neanche lo guardiamo. Una frase? Non ci tocca più. Passiamo alla successiva... E scorri, scorri, scorri...

In due generazioni abbiamo perso la capacità di emozionarci con la semplicità di una parola o di uno scatto. Ma forse i nostri anziani, con la loro voce piena e senza fretta, possono ancora svegliare i nostri cuori addormentati.

E se una via d'uscita da questa desolazione relazionale fosse recuperare la connessione coi nostri vecchi?

mercoledì 6 agosto 2025

Un filtro sporco, che nessuno ci ha insegnato a pulire

Non ci sono nato. Con le notifiche intendo. E con quell’imperativo silenzioso che ti spinge a controllare il telefono per messaggi, social, e-mail, lavoro, svago, informazioni, prenotazioni, acquisti… E ancora notifiche, notifiche, notifiche.

Ma quando è cominciato tutto?

Era l’autunno del 2009. A casa di amici mi pavoneggiavo con le e-mail sempre a portata di mano, grazie al mio fiammante BlackBerry Curve 8520 — quello col tastierino qwerty, per intenderci.

“Io le ricevo con la notifica push, mica devo andarle a scaricare...” dicevo, ignaro del piano inclinato su cui già mi ero adagiato. E su cui, lentamente, cominciavo a scivolare. Come una pelle d’orso. Morta.

Pochi mesi dopo, mio padre — più tecnologico di me, da sempre — mi parlava entusiasta di un’app che permetteva di messaggiare gratis con qualsiasi smartphone. Non solo tra quelli che avevano tanti tastini e il logo con la mora.

Il mese successivo, sul mio telefono c’erano le app di Facebook e Twitter che bippavano ogni due per tre.
Bevevo il caffè, ma avevo smesso di parlare col barista e con i soliti volti familiari.
Ero già disconnesso, rapito dallo scrolling compulsivo.

Era una novità. E io non facevo nulla per fermarla.
Anzi, mi sentivo moderno, aggiornato, in linea coi tempi, figo.
Ma anche… stanco.
E sotto sotto lo sapevo: qualcosa stonava.

Sono passati quasi quindici anni, ma quella sensazione di stress, di sovraccarico di informazioni, è ancora lì. Viva.
E il mio cervello si sentiva come un filtro sporco.

Non è mai passata.
Ho solo imparato a conviverci.
Ho fatto l’abitudine alla sovrastimolazione.
A contenere un filtro sporco, senza mai chiedermi davvero come pulirlo. O cambiarlo.

Non ti dico di spegnere tutto da un giorno all’altro, come ho fatto io (anche se, lo ammetto, è stato liberante).
Ma non ti capita mai, ogni tanto, di sentire il bisogno di una vacanza da quella cascata costante di bit che ti piove nella testa, ogni singolo giorno?

martedì 29 luglio 2025

Cose che succedono mentre aspetti il verde

Una volta, quando ci fermavamo al semaforo, l’istinto era girare la testa e dare un’occhiata a chi si era fermato accanto.

Un sorriso, un'occhiata, magari un'occhiataccia se indugiavamo un po' troppo su un bel paio d’occhi femminili. Ma in ogni caso, c’era un contatto. Una connessione tra sconosciuti.

Oggi la sequenza è un’altra: scatta il rosso, freni, sblocchi lo schermo, abbassi lo sguardo, sparisci nel vortice sterile e scintillante del minischermo. E magari ti sorprendi se qualcuno — come me — strombazza quando il verde è già passato e tu resti lì, imbambolato.

E per un pedone che aspetta il suo turno? Stessa scena. Stesso capo chino...

Settantacinque anni fa lo scrittore americano Kurt Vonnegut scrisse una novella intitolata Harrison Bergeron.

Narrava un futuro distopico, in cui il governo controllava il libero pensiero stabilendo la libera uguaglianza. Chiunque desse segno di una maggiore abilità e intelligenza, doveva essere ricondotto nella media.

Come "normalizzare" il divergente? Lo si obbligava a indossare un dispositivo all'orecchio che emetteva un segnale acustico ogni venti secondi. Un segnale sempre diverso, talvolta interessante. L'obiettivo? Interrompere il pensiero prolungato affinché non traesse profitto dalla propria intelligenza.

Interrompere il pensiero prolungato…

Interrompere. Il pensiero. Prolungato.

Era il 1961. Tre generazioni fa. All’epoca sembrava solo un innocuo racconto di fantascienza.

Pensate.

Un dispositivo sempre con noi... Che interrompe il pensiero prolungato.

Vi ricorda qualcosa?

Forse la fantascienza era solo cronaca in anticipo. Oggi non ci serve un tiranno. Basta una distrazione attraente e breve, sempre più breve. Non imposta da un dittatore, ma offerta da multinazionali fameliche. E così seducente da essere scelta, e scelta e scelta, fino a quando non riesci più farne a meno.

Rialza lo sguardo. Riconquista qualche minuto di attenzione. È il primo passo per riprenderti tutto il resto.

domenica 27 luglio 2025

Ciuffi di prezzemolo e cieli senza aerei

È passato più di un mese e mezzo da quando ho abbandonato i social e vivo con il cellulare della nonna di Cappuccetto Rosso. Una piccola reliquia, che suona solo quando serve, e tace volentieri.

Me ne sono accorto oggi, della libertà guadagnata. Mi sono affacciato al balcone e lo sguardo si è perso tra le curve morbide dei campi, che ondeggiavano lievi come fossero seta.

Non ho avuto l’istinto di scattare una foto. Mi sono perso lì, permettendo a ciò che vedevo, sentivo, annusavo, di toccarmi per davvero. 

La bolla africana ha ceduto il passo al ponentino, tornato a soffiare piano, con pudore, come chi rientra a casa dopo lunga assenza. Quanto è bello sentirlo di nuovo sulla faccia e sulle braccia.

E contemplare il paesaggio è tornato ad avere senso. Dopo quasi vent’anni che vivo qui, ancora non riesco ad abituarmi a tanta bellezza.

Le balle di fieno, arrotolate dalla fatica paziente del contadino, punteggiano metà campo come pianeti su un tappeto d’erba. Gli alberi, da qui, sembrano ciuffi di prezzemolo che si lasciano cullare dal vento.

Il cielo è sgombro. Nessun aereo a graffiarlo, nessuna rotta da e per Fiumicino. Solo nuvole bianche, leggère come pensieri che risorgono liberi, non più soggiogati da immagini scelte da altri, che scorrono su un minischermo.

In fondo, forse, basta questo: una domenica pigra, un campo, un vento buono, e il silenzio che finalmente ho reimparato ad ascoltare.

venerdì 11 luglio 2025

Dalla Fenech al feed, come ti spengo sguardo

Ieri, nella sala d’attesa dell’oculista. Sullo schermo appeso al muro andava in onda Asso, un film del 1981 con Celentano, trasmesso da Retequattro.

Mentre scorrevano le immagini di una Edwige Fenech tanto bella e provocante quanto inespressiva – nonostante un doppiaggio dignitoso – mi è stato chiaro perché ci lasciassimo ipnotizzare, all’epoca, da certe commedie improbabili.

Trame ingenue, dialoghi tarati su uno spettatore con licenza media appena acquisita… eppure, c’era qualcosa che attirava.

Non abbastanza però da distogliermi dalla lettura di Irriducibile, dove Federico Faggin spiegava – in modo brillante e comprensibile – le proprietà quantistiche dei viventi, che le macchine non avranno mai.

Eppure, una pezzo ancestrale del mio cervello maschile sonnecchiava tranquillo… fino a quando, con la coda dell’occhio, percepiva la figura sinuosa e sfacciatamente sensuale della Fenech.

A quel punto, addio quanti e coscienza: quella parte ancestrale della mia mente incollava lo sguardo – ma incollava davvero – a quella scena da commedia becera anni ’80.

Una parte di me sorrideva beota e compiaciuta. L’altra, più razionale, la strattonava per un orecchio e la riportava alle spiegazioni avvincenti del fisico vicentino.

Due sedie più in là, un ragazzotto di circa sedici anni non alzava mai gli occhi dal cellulare. Mai.

Ecco. Forse non ce ne accorgiamo, ma qualcosa – o qualcuno – ci sta lentamente rubando persino l’energia vitale dei nostri adolescenti.

E stavolta non è la Fenech.