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lunedì 22 settembre 2025

Il business dell’odio: chi guadagna mentre ci arrabbiamo online

In questi giorni si parla tanto di business dell'odio.

Non voglio entrare nelle polemiche politiche ma non posso non condividere le riflessioni che questo, chiamiamolo dibattito, sta suscitando in me.

Online pare che prevalgano solo reazioni di pancia, indignazioni aspre, insulti gratuiti, etichette offensive affibbiate in un contesto in cui l'ascolto, il dibattito e il confronto anche su posizioni del tutto opposte sembrano scomparsi completamente.

E il problema è che queste tendenze sono ormai così diffuse e radicate da travalicare la rete, generando quei fatti di cronaca violenta che i media ci raccontano ogni giorno.

Sfogliando qualche libro e approfondendo la questione, ho trovato dichiarazioni chiare, provenienti da fonti certe, che spiegano dove tutto questo è nato e perché.

Frances Haugen, che per anni è stata una specialista in algoritmi per Google, Pinterest e altre piattaforme, ora afferma con coraggio:

«I miei documenti mostrano che gli algoritmi basati sull’engagement promuovono contenuti estremi, divisivi e di polarizzazione — perché generano più tempo passato sulla piattaforma e quindi più introiti per Facebook.»

In questa affermazione è ancora più netta:

«Facebook ha messo in piedi un sistema di incentivi che spinge le persone a produrre contenuti arrabbiati, polarizzanti, divisivi, perché ottengono più distribuzione.»

Si potrebbe liquidare tutto come il risentimento di un’ex dipendente scontenta che si toglie qualche sassolino dalla scarpa? Forse. Ma vale la pena considerare anche le parole di Sean Parker, cofondatore di Napster e primo presidente di Facebook, rilasciate a noti giornalisti statunitensi:

«Il pensiero che ha guidato la creazione di queste applicazioni, Facebook essendo la prima, era: "Come possiamo consumare il più possibile del tuo tempo e della tua attenzione conscia?"» (In un'intervista di Mike Allen — Axios, 2017)

«È un loop di feedback di validazione sociale... esattamente il tipo di cosa che un hacker come me avrebbe creato, perché stai sfruttando una vulnerabilità nella psicologia umana.» — The Guardian, 2017

«Gli inventori — io, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom su Instagram, tutte queste persone — lo sapevano consapevolmente. E l'abbiamo fatto comunque — CBS News, 2017

Se chi ha creato queste piattaforme ammette che i loro algoritmi premiano rabbia, indignazione e polarizzazione (quindi l'odio) per fare soldi, allora forse è il momento di chiedersi: quanto della nostra attenzione vogliamo mettere gratuitamente al servizio dell'odio e del loro guadagno?

Ci sei dentro anche tu, anche se passi ore a scrollare cani adorabili, hobby innocui, ricette gustose e influencer alla moda. Indipendentemente dall'uso, è lo strumento che è stato creato per sfruttare l'odio e guadagnarci sopra.

Ridurre l’uso dei social — o abbandonarli del tutto, come ho fatto io — non significa isolarsi, ma riprendere il contatto con la propria mente e con le proprie emozioni.

Solo così potremo allentare la morsa della polarizzazione, dell’indignazione e dell’odio, non solo online, ma anche nelle news, nelle strade e nella politica.


lunedì 21 luglio 2025

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto

Primo giorno di ferie. Mia figlia è in piscina, mia moglie in giro a fare commissioni con sua madre. Io mi ritaglio un momento di zapping davanti alla tv.

Passo da un canale all’altro, poi mi fermo su Rai Premium: l’ennesima replica di Che Dio ci aiuti. Una prof di liceo, con il tono grave di chi certe cose le ha vissute, dice ai suoi alunni:

"Dovete fare attenzione a quell'apparecchietto che avete sempre tra le mani. Basta un clic per cambiare la vostra vita. Una foto che inviate, una critica fatta a qualcuno, un vocale. Un clic e avete rovinato la vita di qualcuno, e anche la vostra."

Il minimalismo digitale sembra perseguitarmi. E ne sono felice. Forse è Qualcuno che insiste a mandarmi segnali, oppure sono io che — con la mente più libera — inizio finalmente a vederli.

Guardo la prof parlare e mi torna in mente un episodio di dieci anni fa. Per sbaglio mandai al dietologo un messaggio che era destinato a mia moglie:

"Disdici tu che tanto la dieta l'abbiamo fatta male e secondo me nemmeno funziona."

"Ho provveduto a cancellare l'appuntamento" - fu la risposta laconica e del giovane professionista.

Mi sentii sciocco. E cattivo. Cattivo si, perché quello che avevo fatto era sleale. Avevo ferito l’amor proprio di un nutrizionista serio, con un messaggio stupido.

Quel giorno decisi che non avrei mai più usato una chat per sparlare ma nemmeno parlare di qualcuno. Né screenshot, né vocali girati, né commenti a bruciapelo. Cascasse il mondo.

E iniziai a lavorare su un proposito semplice:

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto.

Da allora ho visto tante cose.

Litigate esplose su gruppi WhatsApp, amicizie finite per uno screenshot inoltrato, o per una frase estrapolata male.

Saluti tolti per un post su Facebook. Ho visto addirittura finire un matrimonio (o forse due) per colpa di un vocale girato a chi non lo doveva sentire.

L’errore è stato a monte: abbiamo lasciato che strumenti pensati per comunicazioni di servizio sostituissero le chiacchierate vere.

Un caffè guardandosi negli occhi. Un abbraccio. Un tramonto goduto insieme, in silenzio, senza la fregola di pubblicarlo.

Il telefono non è colpevole. Lo siamo noi, ogni volta che scegliamo la scorciatoia della codardia digitale.