La morte delle Gemelle Kessler ha riacceso un dibattito che in realtà non si è mai sopito. Non riesco a non pensare a queste due donne, il cui talento ha attraversato tre generazioni, che sono spirate nella solitudine delle loro case, gemelle, come loro.
Ultimo atto di libertà o gesto disperato di due donne sole? In rete si urlano certezze e anatemi a cui non mi accoderò essendomi sottratto da tempo alla logica internettara che polarizza ed estremizza tutto.
Riflettendo però, mi accorgo che in certi argomenti, non è solo una questione di norme o scelte individuali: è qualcosa che tocca il cuore stesso di ciò che siamo. Pur rispettando profondamente chi arriva a conclusioni diverse, sento il bisogno di spiegare perché, dentro di me, permane una resistenza sincera verso queste pratiche che oggi vengono descritte come atti di libertà.
La vita, per come la percepisco, non è semplicemente un bene tra gli altri: è un valore assoluto, una realtà che non sento davvero “disponibile”, neppure quando diventa fragile o ferita. C’è come una scintilla indomabile che attraversa ogni esistenza, qualcosa che non appartiene pienamente neanche a noi stessi, e che proprio per questo chiede di essere custodita con cura e rispetto.
E proprio per questo temo una soluzione che, pur mossa dal desiderio di alleviare quel dolore, finisca col tagliare il filo di una storia che potrebbe ancora portare significati inattesi.
La sofferenza, lo so, può diventare un peso che sembra insopportabile. Non parlo come uno che si è documentato solo su libri e articoli di settore, ma come un figlio che ha accompagnato prima una madre e poi un padre, al momento che arriverà per tutti. Ci sono passato.
Come non ricordare, tra i tanti, i momenti intensi vissuti con mio padre quando, avendo accolto la morte con una fede autentica e accettato le cure palliative che gli hanno permesso di attraversarla senza dolore, mi ha insegnato che morire non è un atto disperato, ma un atto di abbandono a una Presenza tanto più grande di noi. Quei giorni e quelle ore mi hanno mostrato come la fine della vita possa essere persino un luogo di senso, e senso pieno, non solo di dolorosa perdita.
Una società che apre la strada alla morte procurata rischia di assuefarsi a un gesto definitivo, e di investire sempre meno nell’accompagnare, nel lenire, nel restare accanto con amore a chi attraversa la notte più buia.
E poi, anche se non tutti potranno essere d'accordo, rimane in me una tenue intuizione: che il cammino dell’esistenza non sia un corridoio che finisce nel vuoto, ma un passaggio che conduce oltre, verso qualcosa che sfugge ai nostri ragionamenti. Questa intuizione, anzi no, questa fede discreta ma ostinata, mi invita a non spegnere anticipatamente ciò che potrebbe avere ancora un senso più grande di quanto possiamo comprendere nel momento della prova.
Non giudico chi la pensa diversamente; so che spesso è la compassione ad animare quelle posizioni. Ma proprio perché la sofferenza è un grido che merita risposte profonde, credo che la via più umana sia quella di restare presenti, di non lasciare soli, di custodire la vita sempre, dall'inizio alla fine. Perché ogni vita, anche nella fragilità, rimane un mistero che merita di essere abbracciato fino in fondo.
E forse, alla fine, è proprio questo mistero che custodisco più gelosamente: la certezza che anche l’ultimo tratto della vita possa essere abitato da una presenza che non viene da noi, ma che ci trascende e ci sostiene.
Ho visto coi miei occhi che, quando ci si affida con semplicità e fiducia a Dio — anche solo con un filo di voce o con un desiderio inesprimibile — la morte smette di essere un baratro e diventa un passaggio, un ritorno, un ingresso in qualcosa di più grande e più luminoso.
La fede non elimina il dolore, ma lo avvolge; non cancella la sofferenza, ma la trasfigura. E in quell’abbandono, che è l’ultimo atto possibile dell’amore umano, può nascere una bellezza inattesa: la pace di chi sente di non essere solo, la certezza silenziosa che la vita non finisce dove i nostri occhi si fermano.
Ed è questa speranza — più che ogni timore — a orientare il mio sguardo: la speranza che l’ultimo respiro non sia una conclusione disperata, ma l’inizio di un incontro.