C'è una cosa che mi è sempre piaciuta del fatto di vivere in una città d'arte e quindi – ahimè – anche turistica. Sono i visitatori che ti fermano per chiedere informazioni.
Da bravo italiano mi piace profondermi in indicazioni stradali dettagliate e colorite che Google Maps mi spiccia casa anzi, mi toglie i cookies dal cellulare.
Di più, il poliglotta autodidatta pressappochista che è in me è felicissimo di esercitarsi con lingue che non ho sempre l'occasione di parlare.
Quando sono per strada, soprattutto nel centro storico, mi fermano e parte la richiesta diretta, nella loro lingua (come fanno a sapere che parlo portoghese?), come se una grande i minuscola, lampeggiante e cicciottella, ruotasse sulla mia testa a indicare «tourist information here». Se siamo in famiglia o in gruppo, naturalmente fermano me.
Forse l'aver lavorato vent'anni coi turisti me l'ha davvero installata, la grande "i" solo che non la vedo… Che la cosa mi piaccia si dev'essere capito…
Da qualche anno però, sono sempre meno i turisti che chiedono informazioni, a favore di un numero sempre maggiore di persone che, con lo sguardo fisso sul cellulare, si affidano ciecamente al navigatore. A volte anche troppo.
Come la tipa a Venezia che finisce dritta in un canale perché o guardi lo schermo o stai attenta a non mettere il piede fuori dalle fondamenta figlia mia...
Chi ricorda il ventottenne finito con la macchina nella scalinata di Trinità de' Monti? Disse ai vigili di essersi confuso seguendo il navigatore: voleva imboccare via Gregoriana, ma il GPS lo avrebbe indirizzato verso la scalinata.
Fortunatamente aveva un fuoristrada che gli permise di tornare indietro – era sceso solo tre gradini – ma non di beccarsi una multa salata dai vigili urbani della Capitale.
Se questi casi ci fanno sorridere, quelli più gravi in cui ci scappa il morto, immagino di no. Come i tre uomini che in India hanno trovato la morte perché il navigatore ignorava i danni recenti di un ponte divenuto per loro fatale.
A Roma, il peggio che ti possa capitare è finire in braccio a un'imbarazzata Guardia Svizzera a Porta Sant'Anna mentre cerchi l'ingresso dei Musei Vaticani.
E' il minimalismo digitale che vivo da un anno e mezzo che mi porta a notare sempre più spesso queste dinamiche. Meno male che ci sono gli anziani, che ancora ti guardano in faccia, che ancora corrono il rischio di perdersi o in un bistrot sfizioso ma ignorato da social e app di navigazione.
Tutti gli altri, occhi bassi e pollice incantato, si perdono il piacere di un possibile incontro.
Perché chiedere un'informazione a un passante non serve soltanto ad arrivare da qualche parte. È un piccolo incontro casuale, uno scambio, una battuta che strappa un sorriso. È lo sconosciuto che diventa la persona che ti orienta, magari a gesti, o con una quantità di dettagli non richiesti per il semplice fatto di essere italiano.
Il navigatore oggi è sempre più preciso ma non ti dice - Quando esci dai Musei Vaticani vai in quella pizzeria a via degli Scipioni che "ce magni bene e spenni poco" o a quel ristorante a piazza Risorgimento che è il paradiso dei buongustai celiaci o a quel baretto di Borgo Pio in cui il caffè è buono e lo fanno ancora a un euro. Lo trovi subito perché è sempre pieno di carabinieri e poliziotti.
Non ti consente di finire una conversazione con un «prego», un sorriso e la sensazione, per quanto minuscola, di aver incontrato qualcuno.
Perché il navigatore ti fa arrivare ovunque, ma non agli altri.
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