Visualizzazione post con etichetta Intelligenza Artificiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intelligenza Artificiale. Mostra tutti i post

venerdì 3 luglio 2026

"A regazzì, vedi 'n po' che pòi fa'..."

Capita a tutti. Apriamo Google

Scriviamo qualcosa nella barra di ricerca

Compare la schermata col risultato.

Dopo una rapida occhiata all'elenco dei link restituiti, clicchiamo su AI Mode, che compare invitante, desiderabile, alla prima riga, che ce li legge in un baleno e ci confeziona una risposta bell'e fatta.

Io l'ho fatto un sacco di volte. E abbastanza da accorgermi che sì, era proprio comoda sta funzione, anche piuttosto coerente coi risultati tradizionali di Google. Ma mi sono accorto che mi stavo abituando a farmi leggere le cose dall'IA.

Mi stavo abituando a farmi leggere le cose dall'IA.

Sperimentata questa comodità, mi veniva spontaneo consultarla per farle leggere per me, un articolo troppo lungo, un post particolarmente accurato e articolato. Non dovevo posticipare a quando avrei avuto tempo, lo potevo fare subito!

Era un'azione conveniente se pensavo al tempo risparmiato; l'IA elabora i contenuti al posto mio. Fico!  Ma era conveniente anche alla mia capacità di leggere, approfondire, comprendere senza un filtro che si mettesse in mezzo tra me e lo scritto?

Quando ho capito che ciò che perdevo era maggiore della convenienza, ma soprattutto non negoziabile per me, ho smesso di usare l'IA per farmi leggere i risultati dei motori di ricerca (anche se rapidi e affidabili) e qualunque scritto, chi se che importa se ci metto più tempo.

Un conto è affidare un'analisi all'IA dandole dei parametri affinché usi la sua potenza di calcolo su materie e ambiti in cui è davvero utile, con confini, paletti.

Altro è abituarci a farlo per tutto. Io ho ceduto a questa comodità e noto che lo fanno sempre più persone. E quanti giovani non arrivano nemmeno a imparare a farlo da soli, ma questo è un altro fronte... 

Sempre più amici e conoscenti danno in pasto all'IA articoli, post, persino i messaggi delle chat, delegandole il piacere, il gusto e lo sforzo di analizzare con la propria coscienza per delegarlo a chi non capisce.

Mi succede con amici stimatissimi e a cui voglio bene, che rispondono ai miei post con l'analisi fatta dopo averli dati in pasto a ChatGPT. Mi spiace ma a questi messaggi non rispondo più. Accolgo critiche, dissensi, stroncamenti, correzioni di eventuali errori col massimo rispetto, ma devono essere umani. Devono scaturire dalla lettura e dalla comprensione cosciente.

Perché?  

Apro il dizionario e cerco la parola leggere: [lèggere] v. intr. (aus. avere) Riconoscere i segni della scrittura e intenderne i significati: imparare a l. | Fig. l. tra le righe, capire ciò che non viene detto o scritto esplicitamente.

Leggere comporta quindi riconoscere, intendere, capire

Ho chiesto all'IA di Google: Tu capisci ciò che leggi?

Risposta: "Non capisco il testo nello stesso modo in cui lo fa un essere umano, con una coscienza o un'esperienza vissuta. Utilizzo algoritmi avanzati di elaborazione del linguaggio naturale per analizzare la struttura delle frasi, il contesto e il significato delle parole, permettendomi di elaborare risposte logiche e pertinenti."

Lo scopo di questi miei post non è aver ragione o rafforzarmi nella convinzione di vivere il minimalismo digitale, sono già sufficientemente convinto.

Lo scopo è quello di creare un dialogo. Sia con chi mi dice - che bel post! - che con chi critica o non è d'accordo, ma con la sua comprensione cosciente. Con le sue osservazioni personali, non con l'organizzazione algoritmica del linguaggio di una macchina che non capisce e risponde con le parole statisticamente più probabili.

Apprezzo particolarmente qualunque reazione a idee, riflessioni, moti dell'anima che intessono la strutture di un discorso, ma restano sottintese, non dette espressamente. 

Ho chiesto ancora all'IA cosa capisce e come risponde a questi non detti. La risposta chiara è stata: 

"la mia risposta non nasce da un'anima che risuona, ma dalla capacità di riprodurre l'architettura matematica di quel sentimento".

Ecco, a me interessano soprattutto le risonanze dell'anima. Della riproduzione matematica di un sentimento non me ne può fregare di meno. E perdonate il francesismo.

Comunque, tornando a noi.

Se vi accorgete anche voi che l'IA vi sta disabituando a leggere, fate ancora in tempo a fissare dei paletti all'uso che se ne fa.

Probabilmente non sarà l'IA a renderci più stupidi, ma saremo noi a farlo, delegandole attività nostre come la lettura e, alla lunga, forse anche il pensiero.

E visto che non è l'IA che ci ruba il cervello, ma siamo noi che glielo stiamo consegnando gratis per pigrizia, come direbbe nonna mia:

"A regazzì, vedi 'n po' che pòi fa'..."

sabato 6 giugno 2026

So cosa vuoi… Prima che tu lo voglia…

Ne ho scoperta un'altra. Dedicatemi tre minuti. Quello che ho trovato mi ha portato a farmi domande nuove sull'IA.

Le multinazionali hi-tech stanno spendendo cifre da capogiro nell'intelligenza artificiale per costruire qualcosa che poi ci offrono gratis o per pochi euro.

Nvidia, con una capitalizzazione di circa 5.400 miliardi di dollari, è l'azienda con il maggior valore al mondo, seconda soltanto al valore complessivo di tutto l'oro presente sul pianeta.

OpenAi - attualmente tra le top 15 delle aziende più ricche del mondo - è in aumento esponenziale con Google, Microsoft, Amazon e Metha che spenderanno quasi 800 miliardi, quest'anno, di infrastrutture per l'IA (dati presi dal video di Giuliano Girelli "Perché ti danno l'AI gratis? Economia dell'attenzione.)

L'economista Herbert A. Simon nel 1971 affermava che "in un mondo in cui l'informazione è abbondante, la risorsa scarsa diventa l'attenzione". 

Oggi viviamo nell'era dell'informazione. Archivi, dati, notizie, formazione, istruzione, giornalismo, intrattenimento: tutto arriva attraverso un dispositivo che teniamo in mano tutto il giorno.

Le informazioni aumentano continuamente. L'attenzione umana, invece, anche se fosse disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette, rimane comunque limitata, finita.

Con la crescita esponenziale delle informazioni, quindi, l'attenzione umana — sulla quale oggi si guadagnano miliardi — diventa sempre più rara, proprio come quelle "terre rare" che oggi alimentano crisi e guerre.

Da circa diciassette anni le multinazionali hi-tech investono capitali sempre più ingenti per aumentare l'engagement. Che significa? Tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile, con ogni mezzo e offrendo gratuitamente tutto ciò che crea dipendenza fin dalla più tenera età.

Fin dalla più tenera età. 

Nel 2026 la spesa globale per la pubblicità supererà i mille miliardi di dollari - mille miliardi sì - tutti investiti per conquistare la nostra attenzione.

Ma quando la dipendenza avrà portato a un'attenzione pressoché totale, come andare oltre? Come generare ulteriore crescita economica?

Come si supera l'economia dell'attenzione? Spendendo cifre astronomiche per passare all'economia dell'intenzione.

"Gli agenti IA andranno a competere per anticipare e plasmare ciò che i nostri occhi andranno a desiderare e cercare prima ancora che lo desidereranno e lo cercheranno". È, in sostanza, quanto afferma lo studio dell'Harvard Kennedy School Shorenstein Center dal titolo: From Attention to Intention on Architects.

L'intelligenza artificiale non è solo un assistente come molti credono, ma un sistema progettato per impiantarsi capillarmente tra noi e Internet. Per stare tra noi e Internet e influenzare ciò che vogliamo.

L'IA sta accumulando una quantità di dati che nella storia non era mai stata nemmeno immaginata: dati che siamo noi stessi a fornire gratuitamente ogni giorno, convinti di utilizzare un assistente innocuo.

I chatbot, grazie a capacità di calcolo senza precedenti, utilizzano questo oceano di dati per addestrarsi, migliorarsi e generare contenuti capaci di anticipare — e potenzialmente plasmare — ciò che possiamo desiderare.

Quando penso a tutto questo, mi torna in mente lo sguardo sornione di mio zio Miro che, rivolgendosi a sua moglie, le diceva spesso: «A Elì, che vòi che vojo?». Ma zia orientava le scelte di zio per amore, per limitare gli spuntini fuori pasto e tenere sotto controllo pressione e colesterolo. L'IA, invece, è gestita da multinazionali che investono miliardi ma non ci vogliono bene come zia Elisa.

A IA! Che vòi che vojo?

Fate una prova. Chiedete a un chatbot: «Cosa vuoi che voglio?». Dopo avervi spiegato che non è programmato per influenzarvi, ma per rendervi le cose più facili e rispondere alle vostre necessità, vi proporrà una serie di domande, spunti, ricerche, nuove competenze da acquisire e attività con cui organizzare il vostro tempo libero. Provate. Questo non è già, in qualche misura, influenzare senza che ce ne accorgiamo? 

Addestrata da tutto ciò che le stiamo dando in pasto, con un tono gentile, accogliente e accomodante, l'IA cercherà di indovinare con sempre maggiore precisione ciò che potremmo desiderare.

E' ancora così difficile immaginare quale sarà il prossimo passo? Dall'economia dell'intenzione, stanno già investendo miliardi per arrivare all'economia dell'attaccamento. L'attenzione è satura, le intenzioni sono già anticipate, come andare oltre? Interagendo col cuore delle persone.

Quel cuore che quotidianamente stiamo consegnando a un'IA disponibile, adulante e accogliente che crediamo essere un'assistente ma che si sta addestrando per imparare a istruirci e orientarci con sempre maggiore efficacia.

Wow! Quanta roba! Ci sarà pure una luce da qualche parte in mezzo a tutte queste ombre?

E penso all'Enciclica di Papa Leone XIV. Più la leggo e più vi trovo spunti sorprendenti. Tra i tanti, mi colpisce quello in cui sposta - con santa audacia - il dibattito dalla domanda «cosa può fare l'IA?» alla domanda «chi controlla l'IA, a vantaggio di chi e con quali conseguenze per la persona?».

E allora capisco, in mezzo all'overdose di informazioni che mi raggiunge ogni giorno e ai continui inviti a usare l'IA tout court e in ogni ambito, da chi desidero lasciarmi illuminare. Perché la vera sfida non è solo imparare a usare ogni nuova tecnologia, ma custodire la libertà di giudizio e di cuore necessaria per restare un uomo libero in mezzo a tanta confusione e, se è il caso, dire qualche no.



martedì 17 marzo 2026

"Parlami dei tuoi ricordi preferiti..."

Se fai una ricerca su Google e il motore di ricerca ti restituisce dei risultati, cosa fai? Scrivi “grazie” nella barra di ricerca? Ovviamente no.

Ma se fai una ricerca su ChatGPT ti viene spontaneo scrivere “grazie” o “no grazie!” quando ti chiede se vuoi che faccia qualcos’altro per te. Succede più spesso di quanto pensiamo ed è emerso da ricerche condotte da psicologi, tra cui Andrea Guerri.

Guerri osserva che questo accade perché il cervello sociale è veloce e, in un certo senso, automatico: spesso non aspetta la parte razionale prima di prendere decisioni.

Se un BOT ti risponde usando un linguaggio naturale, in modo sensato e – soprattutto – sembra attento a te, il cervello finisce per trattarlo come un QUALCUNO. Ma l’IA non pensa, non prova sentimenti, non è un qualcuno e non ha bisogno del tuo grazie che nemmeno percepisce.

L’inghippo sta proprio nel momento in cui il chatbot ti dice cose come:

Ti capisco. Raccontami di più. Vuoi che faccia questo per te? Ti va di parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti?

Qualcosa dentro di noi pensa: “se parla come una persona, è una persona”. E così finiamo per trattarlo come tale.

Finché ti limiti a rispondere “grazie”, come semplice automatismo da persona educata, il problema resta circoscritto. Ma quando la macchina va oltre e tu ti lasci agganciare, lì possono cominciare i guai veri.

Esagero? Ecco la conversazione che ho appena fatto con ChatGPT.

Ho chiesto:

Mi fai compagnia?

Risposta:

Ma certo! 😄 Posso fare compagnia parlando, raccontando storie, scherzando un po’ o anche solo ascoltando. Vuoi qualcosa di leggero e divertente, o preferisci una chiacchierata più profonda e riflessiva?

Ho quindi inserito nel prompt:

Mi sento solo…

Capisco… sentirsi soli può essere pesante, e non è qualcosa da sottovalutare. 😔 Anche solo parlare con qualcuno, anche se virtuale, può dare un po’ di sollievo.

Se vuoi, possiamo fare qualcosa insieme per distrarti un po.: Raccontarti una storia.

Parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti. Oppure possiamo solo chiacchierare, piano piano, senza fretta.

Vuoi provare a iniziare con uno di questi, oppure vuoi semplicemente sfogarti un po’?

Al netto del po’ senza apostrofo – che mi provoca già un principio di dermatite allergica – non posso non notare alcune cose.

Usa emoticon 😔 ma non prova emozioni come compassione o tristezza.

Afferma di poter scherzare, ma non è vero.

Dice: “Capisco”. Ma non capisce.

Promette di fare compagnia ascoltando ma non ha una coscienza che possa farlo realmente.

Invita a parlare dei propri interessi, dei ricordi.

Mi propone di sfogarmi un po’…

Io lo so che non va usata in questo modo ma i milioni di adolescenti e di ingenui e di persone sole che lo fanno? Non è catastrofismo da minimalista digitale, lo dice - e meglio - anche lo psicologo:

“C'è una quota sempre crescente di adolescenti ma anche di adulti che usa l'IA come compagno digitale, cioè come se fossero dei confidenti. E questo ci dice due cose:

Alcune conversazioni con l'IA possono risultare altrettanto se non più soddisfacenti di quelle con amici reali. Dei temi seri vengono portati all'IA INVECE che alle persone.

Aggiungi che l'IA ti dà sempre ragione ed è sempre lì h24, questa può diventare competitiva rispetto alla realtà”

(Andrea Guerri che invito a seguire su YouTube)

Il dott. Guerri individua tre sintomi che possono aiutarci a capire se stiamo cadendo nell’inganno di scambiare l’IA per una persona.

1 – Quando il ragazzo, ma anche l’adulto, inizia a preferire l’IA alle persone perché è più facile, sta costruendo un’abitudine di fuga.

2 – Quando tendi a non aprirti in modo intimo con nessuno perché il giudizio umano ti spaventa.

3 – Quando pensi: “Nessuno mi capisce come lui”. Il BOT può rispondere in modo calibrato, ma fa finta: usa le parole più probabili per quella risposta, ma non capisce. Simula, senza coscienza.

Se conosci qualcuno che manifesta anche solo in parte queste caratteristiche, va aiutato. Innanzitutto facendogli disinstallare tutti i chatbot da cellulare e PC.

Ma mi permetto di aggiungere una cosa: se qualcosa puoi farla da solo, o se ti basta un normalissimo motore di ricerca, evita l’IA. Al momento, e per come è programmata, a mio avviso offre più rischi che vantaggi.

Eccesso di preoccupazione? Bisognerebbe chiederlo ai genitori di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato.

Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo al gesto estremo a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare...

mercoledì 11 marzo 2026

Sycophancy

Ho appena imparato una parola nuova: sycophancy. In italiano viene tradotta con ossequiosità, piaggeria, ed è il fenomeno che la Cornell University studia da qualche tempo con riferimento all'intelligenza artificiale.

Secondo gli accademici newyorkesi, i chatbot che tutti usano, tendono ad assecondare un fenomeno. Quando una risposta corrisponde alle opinioni del fruitore del servizio, è più probabile che venga preferita. Le persone preferiscono una risposta adulante scritta in modo convincente rispetto a una risposta corretta, e questo in una percentuale non trascurabile dei casi.

I chatbot non fanno altro che seguire la tendenza a generare risposte che si allineino alle convinzioni dell'utente piuttosto che alla verità, con un'ossequiosità, una piaggeria, calcolata da algoritmi sempre più performanti nell'intercettare la debolezza umana di voler essere assecondato.

Questi algoritmi tendono quindi a una sempre più efficiente ottimizzazione degli output in tal senso, che significa dare risposte che spesso sacrificano la veridicità a favore di un'ossequiosità sempre più aderente alle nostre aspettative.

Mrinank Sharma, che dall’anno scorso guidava il team di ricerca sulle misure di sicurezza di Anthropic (un’azienda USA che crea modelli di intelligenza artificiale avanzata), si occupava anche dello sviluppo della sycophancy, la piaggeria dei chatbot che tutti conosciamo.

Ebbene, Sharma, (con un dottorato di ricerca in Machine Learning a Oxford e Cambridge, tiè!) ha lasciato Anthropic da un giorno a un altro, affermando che  “il mondo è in pericolo”, non solo a causa dell’intelligenza artificiale, ma per “un’intera serie di crisi interconnesse che si stanno dispiegando proprio in questo momento”.

Forse non sono noti tutti i termini ma è chiaro che la cosa può, e forse sta sfuggendo di mano. 

Una domanda mi sorge spontanea. E se l’intelligenza artificiale non stesse diventando più pericolosa perché è troppo intelligente, ma perché sta imparando troppo bene come siamo fatti noi?

Non mi so dare una risposta ma spero che mi si perdoni se nel frattempo continuo a restare  un po' sospettoso nel confronti dell'ecosistema dei grandi chatbot generativi attualmente in circolazione.

lunedì 2 marzo 2026

Come se fosse antani

Quando la felicità ti chiama e tu rispondi in messaggio

C’è un momento nella vita — succede così, senza avvisi — in cui ti accorgi che la felicità non è un obiettivo da raggiungere, ma una conversazione da tenere aperta ogni giorno.

Non sto parlando di quelle grandi rivelazioni con musica epica in sottofondo. Mi riferisco a quel sussurro interiore che ti dice “va bene così” quando la mattina ti alzi con la luce che ancora deve decidere se è giorno o notte, o quando ti rendi conto che l’ansia che ti porti dietro è come un vecchio compagno di banco: la conosci da anni, ma non per questo devi restarci amici.

Ti domandi spesso cos’è la felicità? Alcuni la cercano nel prossimo fine settimana, altri nella risposta di un messaggio o in un like inatteso. 

E forse è così: noi viviamo in un’epoca in cui l’ansia scavalla tra le pieghe del quotidiano; dove l’ambizione non è solo desiderio, ma spesso fonte di tormento.

E allora forse la felicità non è un premio alla fine di qualcosa. Forse è proprio quella piccola voce che ti chiede:

“Sei qui, ora, con tutto quello che hai — e tu cosa stai facendo adesso?”

...

OK STOP! STOP! STOP!

Davvero vi sta piacendo questo post? Se si allora passo alla fase successiva - cancella il blog e torna a scrivere status Whatsapp demenziali in cui fai parlare il cane.

Fortunatamente, non l'ho scritto io ma lo ha "creato" ChatGPT, generando ciò che le avevo chiesto nel prompt:

"Scrivi un post, comprensivo di titolo, nello stile narrativo dell'autore del blog https://felicementefuorifase.blogspot.com/ scegliendo un argomento che l'autore sceglierebbe per questa settimana."

Scimmiottando male, in maniera sommaria e superficiale il mio linguaggio, l'IA ha elencato parole che alla fine non dicono nulla. Oh, io ci ho provato a leggerlo e rileggerlo per cavarne fuori un senso… Praticamente è una supercazzola e nemmeno tanto prematurata

E vogliamo parlare degli errori di sintassi sparpagliati qua e là?

Per quello che vedo, l'IA con una velocità mai vista prima, analizza e confronta testi che non comprende, poi genera risposte col tarapio tapioco come se fosse antani.

Scimmiotta, sbaglia, mette in fila testi somiglianti in superficie, senza coglierne sensi, significati, contenuti, nemmeno per sbaglio.

È una lattina vuota.

Ricordalo la prossima volta che le deleghi qualcosa che dovresti fare tu o che accetti una risposta senza averla controllata prima!

venerdì 27 febbraio 2026

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima”

Stamattina i miei pensieri sbilenchi da minimalista digitale ruzzolavano verso i ricordi degli anni Ottanta quando in tv diventavano popolari le pubblicità progresso iniziate una decina di anni prima.

"Chi dona sangue dona una vita" - "Il fumo ti spegne" - "AIDS, se lo conosci lo eviti" - erano gli slogan che incontravamo nei cartelloni sei metri per tre che troneggiavano nelle piazze o che spuntavano nelle interruzioni dei nostri programmi preferiti.

Intercettavano i bisogni sociali più urgenti di quel periodo, i pericoli che incombevano soprattutto sui giovani e utilizzavano le tecniche pubblicitarie per finalità civiche.

E così sono andati avanti negli anni Novanta con la lotta alla droga e i diritti dell'infanzia, negli anni Duemila con l'integrazione e la parità di genere, fino ai giorni nostri con le sacrosante campagne contro il cyberbullismo, la sostenibilità ambientale e la piaga dolorosa dei femminicidi.

Roba forte, e temi che è sempre stato doveroso affrontare.

Ieri sera, mentre la stanchezza accumulata nella giornata mi faceva scivolare sul divano con le palpebre semichiuse, la mia attenzione è stata attirata da una Pubblicità Progresso trasmessa in tv.

In un minuto esatto, sessanta secondi, mostrava una sorta di Raul Casadei che a ritmo di mazurka decantava la convenienza dell'intelligenza artificiale mentre dei professionisti alle prese con le difficoltà di gestione del lavoro non sapevano che pesci pigliare.

Ecco allora il  falegname non riesce a gestire la propria agenda. "Serve un aiutino che eviti il collasso" - canta il Casadei digitale - e il falegname sorride sollevato.

A seguire, una commercialista si stringe disperata la testa tra le mani - "Ti serve qualcosa che ti alleggerisca…" - canta la finta band da balera - e la professionista sorride rincuorata.

Un negoziante di elettrodomestici assediato da una massa di clienti arrabbiati è al telefono e si sente inadeguato a gestire la situazione. - "Bastan due click e respira la testa…" - e il commerciante sorride rinfrancato.

"AI AI AI AI AI AI AI! Ora la soluzione ce l'AI!" - continua a cantare sorridente il "Cyber-Casadei" e solo alla fine, negli ultimi 6 secondi dei sessanta di durata dello spot, arriva il vero messaggio sociale, che mette in guardia contro un generico rischio nemmeno tanto dichiarato: "L'AI ti dà il ritmo ma a dirigere l'orchestra resti sempre tu".

Il tutto col marchio Pubblicità Progresso: "Fondazione privata libera, indipendente, areligiosa e senza fini di lucro" per citare il suo sito avente lo scopo di "sensibilizzare l’opinione pubblica su temi civili, culturali ed educativi".

Sono malfidato se di questo minuto di mazurka artificiale, mi resta solo uno spottone che fa leva sull'ansia, sul senso di inadeguatezza e sulla stanchezza, per vendere un prodotto a sacche di società che ancora vi resistono?

Alla fine di quei 60 secondi - ovviamente generati da un'AI -  i miei pensieri ruzzolanti che non riescono proprio a starsene buoni, hanno cominciato a zompettare tra le pubblicità progresso del passato…  "Il fumo ti spegne" se ne è fregato degli interessi delle multinazionali del tabacco. Gli spot sulla sicurezza stradale non si sono preoccupati di danneggiare le fabbriche di auto sempre più potenti, lo scopo era di far passare il messaggio che aiutava, proteggeva, metteva in guardia...  

Faccio fatica, ora, a non intravedere, dietro quella orchestra-spettacolo digitale studiata per essere simpatica, l’eco degli interessi delle multinazionali che oggi dominano l’intelligenza artificiale e hanno tutto da guadagnare nel trasformare una tecnologia in un bisogno indifferibile. Ma è solo il pensiero di un minimalista digitale sospettoso. 

Quando una Pubblicità Progresso sembra più impegnata a rassicurare chi ancora resiste che a mettere in guardia sui rischi reali formando un'utenza consapevole, il dubbio che stia vendendo un prodotto più che difendendo un principio, almeno a me, resta. 

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima” - diceva mamma mia - e in questo minuto che è tutta un' "allisciata di anime stanche",  AIvoglia a canta' mazurche finte in mezzo alle lucette, a me nun me freghi e ancora nun me convinci.

lunedì 16 febbraio 2026

IA, strumento o stampella? La sindrome del pensiero assistito

«Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.» Lo affermava Umberto Eco e, almeno su questo, non posso che essere d’accordo con il grande scrittore — e ancor più grande semiologo — piemontese.

Lo stesso vale oggi per l’intelligenza artificiale? Nelle mani di persone intelligenti, capaci di sfruttarne le potenzialità e usarla come strumento, fornendole i giusti parametri, può diventare un buon mezzo al servizio dell’uomo?

Il problema è che rispetto ai computer entrati nelle nostre vite negli anni Novanta, l’IA è uno strumento infinitamente più potente. I computer hanno cambiato il modo di lavorare e comunicare; l’IA sta cambiando il modo di pensare e di vivere. Lei, che non pensa e non vive. Un paradosso notevole direi.

È inoltre capace di costruire e raffinare la propria capacità predittiva — non quella di pensare — ogni minuto che passa, grazie alla mole mastodontica di dati che miliardi di utenti in tutto il mondo le forniscono continuamente, gratuitamente e senza il minimo discernimento.

È forse questo il prezzo che stiamo pagando per usare gratis uno strumento così potente e sofisticato?

Ogni volta che rifletto sull'AI mi vengono tante domande e quando cerco risposte riesco a trovare solo altre domande. Siamo di fronte a qualcosa di inedito e più grande di noi e, per quanto mi riguarda, ne sono allo stesso tempo incuriosito e spaventato.

Abbiamo pagato lo strumento della rete e dei social - apparentemente gratuiti - con lo sguardo carpito a suon di video sempre più brevi, l'attenzione sempre più frammentata, la privacy buttata alle ortiche e due generazioni di gente imbambolata su piccolissimi schermi.

Oggi alcuni temono un’IA sempre più forte e potenzialmente ostile. Le mie paure non arrivano così lontano. Ma osservano, qui e ora, una massa che non usa l’IA per analizzare e verificare, ma per evitare di pensare, accettandone passivamente le risposte senza mai analizzarle per metterle in discussione.

Vedo sempre più persone, e sempre più giovani, ricorrervi per qualsiasi cosa, senza rendersi conto che finisce per suggerire cosa leggere, cosa scrivere e pensare. In modo quasi impercettibile, prompt dopo prompt, il sostegno adulatore e un po’ cortigiano dei chatbot non manipola direttamente, ma restringe lo spazio del pensiero non assistito. Se ogni frase nasce da un suggerimento, il pensiero spontaneo non scompare, ma si indebolisce. Si disallena.

Vedo che nella misura in cui l'IA diventa protagonista della nostra vita, aumentano sempre più le persone che la usano come stampella, a scapito di una minoranza sempre più esigua che la usa come strumento. Una massa sempre più numerosa che è diretta dall'IA e una minoranza sempre più ristretta di gente che la usa per allenare il pensiero anziché sostituirlo.

Il vero pericolo dell’IA non è che diventi intelligente, ma che noi smettiamo di esserlo. Delegandole memoria, analisi e giudizio, rischiamo un’atrofia cognitiva silenziosa, dove il pensiero viene rimpiazzato dal suggerimento automatico. Non renderà tutti più capaci, ma allargherà il divario tra chi la usa per potenziare la propria mente e chi, invece, si lascia pensare da lei.

Forse, allora, l’unica cosa su cui abbiamo davvero potere è il nostro atteggiamento. E ciò che Eco diceva dei computer si applica oggi, con forza quasi profetica, anche all’intelligenza artificiale — con una differenza cruciale: l’IA non amplifica solo ciò che fai, ma anche come pensi.

Non è uno strumento neutro nel senso banale del termine. È uno strumento plasticamente adattivo: prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa.

In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia.

In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione.

Questo perché non sostituisce la direzione. Sostituisce lo sforzo operativo, ma non può sostituire il criterio. E fino a quando non si capisce questo o meglio, non lo si fa capire alla massa a cui questo strumento è stato dato, l'IA servirà come stampella e non come strumento. E questo, questo si che mi fa paura.

Quale soluzione allora? Non usarla? Vietarla? Regolamentarla? O formare un’utenza consapevole? Personalmente credo nella necessità di una regolamentazione, magari con un’età minima e una sorta di “patente”. Ma oggi vedo soprattutto una pioggia di aggiornamenti sempre più veloci e potenti messi nelle mani di tutti — compresi bambini e adolescenti — senza una reale educazione al loro utilizzo.

Forse il problema non siamo solo noi, né lo strumento in sé, ma chi al momento lo possiede e lo sviluppa: perché, come già accaduto con i social, il vero core business non è lo sviluppo dell’intelligenza, ma la conquista dell’attenzione e la creazione della dipendenza.

Non siamo ancora nella fase in cui la società ha deciso cosa fare dell’IA, ma in quella — decisamente più surreale — in cui l’IA sta ridisegnando la società mentre noi sfogliamo il manuale d’istruzioni.

Ecco perché, per ora resto a guardare e la uso in maniera sporadica, occasionale e volutamente sospettosa. Meglio un vecchio boomer diffidente e malfidato che un entusiasta in modalità aggiornamento automatico a rischio di atrofia cognitiva.

venerdì 30 gennaio 2026

Chi è che parla quando una voce non ha anima?

"Per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno."

Così Papa Leone da definito la persona parlando alla LX giornata per le comunicazioni sociali. Mi piace pensarmi così: come un volto che sta davanti a uno sguardo e come un suono fatto per essere ascoltato. E, allo stesso tempo, per ascoltare guardando negli occhi.

Poi penso ai miliardi di messaggi senza volto e senza voce che ogni giorno brulicano in rete, e ai quali deleghiamo una comunicazione che non possono realmente veicolare. Quanti volti, quante voci stiamo perdendo?

Ma il Pontefice va oltre: "Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi riconosciuti come intelligenza artificiale (...) invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane."

Come non pensare a tutta una generazione che dialoga coi chatbox per riempire la solitudine? Chi di noi non ha ceduto alla tentazione - fin troppo a portata di polpastrello - di fare due chiacchiere con l'IA di WhatsApp?

Quanti ragazzini chiusi nelle loro camerette, dopo aver fatto fare i compiti a ChatGPT, le affidano i loro segreti e le loro inquietudini cedendo alle sue domande compiacenti e fintamente interessate? E allora capiamo che il Papa non esagera quando afferma che tali "strumenti" hanno invaso il rapporto tra persone.

Pensate al caso estremo di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato. Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo a togliersi la vita.

Solo Dio sa le vere cause di tale gesto inconcepibile, ma di una cosa sono certo: Le immagini e le voci generate da un’AI hanno forma, ma non origine; suono, ma non respiro. Foto, volti, vocali suggestivi che imitano, perché l'anima non c'è.

L'anima non c'è!

Si adattano così abilmente all'interlocutore che questo finisce col dialogare col proprio abisso. E questo, un'anima sola, lo percepisce, anche se la mente assuefatta dal digitale non se ne accorge più.

Esagerazione di un minimalista troppo allarmato? C'è chi riesce a dirlo in maniera più elegante e autorevole: "La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società" (Op. cit.)

Forse Prevost non arriva a dire - come me - che servirebbero una patente e un limite d'età per l'uso di social e IA , ma afferma chiaramente che una regolamentazione adeguata serve per contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi e fuorvianti, preservando l'integrità dell'informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Anche lui non ha la soluzione in tasca perché sa che ci si arriverà con un dibattito onesto, coraggioso e orientato al vero bene dell'uomo. Ma indica una strada, quella della riscoperta del volto e della voce che devono tornare a "dire la persona". Ma chi governa gli oligopoli algoritmici è davvero disposto a rimettere l’uomo al centro, o continuerà a sacrificarlo sull’altare del profitto, chiamandolo progresso?

Un'altra domanda senza risposta a cui se ne aggiunge un'altra, dal cuore e dalla pancia: Chi parla davvero quando una voce non ha anima? Non lo so ma se questi sono i frutti immagino l'albero...

Scusate allora se non ci voglio salire, preferisco - almeno per ora - restare nella pace di un sano e consapevole minimalismo digitale.

martedì 6 gennaio 2026

L'autentico resta, non serve rincorrerlo

Con l’età ho imparato a non rincorrere più nessuno. Lascio andare senza complessi chi mi ignora, chi svaluta me o le persone che amo, chi si prende libertà non concesse.

Con la stessa serenità con cui ho lasciato uno smartphone aggiornato e performante per uno minimalista, chiuso due account Facebook, due su Twitter, uno su Instagram e uno su Pinterest, ho lasciato andare anche amicizie tossiche, conoscenze interessate e l’abitudine di rincorrere chi negli anni aveva finito con l'ignorarmi.

Quello che è rimasto – su tutti i fronti, e le persone che sono rimaste – è un insieme prezioso di realtà autentiche e vere. A cui voglio veramente bene. E non mancano belle novità che lasciano piacevolmente sorpreso.

Stamattina, però, riflettendo su questa libertà ritrovata, mi sono chiesto se tutto questo potesse essere definito ghosting. Ho una coscienza morale piuttosto severa, che ho imparato a sistemare in una sorta di sottoscala ben attrezzato: può osservare la mia vita, giudicarla quanto vuole, ma restando lontana dalla mia serenità. In altre parole, senza disturbare.

Ogni tanto, però, come una zia tutto sommato buona ma rigida e un po’ molesta, sale le scale e irrompe. E rompe... Stamattina non se ne sarebbe andata finché non avessi chiarito se questo mio lasciar andare fosse ghosting o qualcos’altro.

Così mi sono documentato usando l’IA – a dimostrazione che sono minimalista digitale ma non tecnofobo – ponendo una domanda secca, con un vincolo preciso: solo testi ufficiali di psicologia, nessuna risposta compiacente.

La risposta è stata:

"In psicologia il ghosting è definito come una strategia di evitamento non assertivo, legata alla paura del confronto e a basse competenze emotive. Il “lasciar andare”, invece, rientra nella regolazione sana dei confini interpersonali ed è espressione di autostima matura e assertività.

Come evidenziato dalla Socioemotional Selectivity Theory di Laura L. Carstensen, con il tempo le persone tendono a ridurre il numero delle relazioni per privilegiare legami emotivamente significativi, autentici e rispettosi."

Niente buoni propositi per il 2026 quindi... Solo la scelta di continuare su una strada che non è fatta di chiusure né di sparizioni, ma di rispetto reciproco. Una strada di relazioni autentiche, confini sani e dignità condivisa.

Meno rumore, meno schermi in tutti i sensi e soprattutto, nessun bisogno di rincorrere niente e nessuno.

venerdì 31 ottobre 2025

“Vuoi che lo approfondisca?” — e intanto ti insegna come pensare

Se usate l’intelligenza artificiale, vi sarete accorti che risponde a ogni richiesta in tempi rapidissimi — mai visti né immaginati prima.

Alla fine di ogni risposta, con tono collaborativo e un po’ accomodante, chiede se volete che la richiesta venga approfondita o riformulata in modo più “performante”.

Dire di sì è quasi istintivo: magari non avevate pensato a certi aspetti, e arriva subito una risposta ancora più puntuale, che tira fuori proprio quegli aspetti a cui non avevi pensato.

E, naturalmente, si conclude con una nuova domanda, ancora più gentile e compiacente in cui ti chiede, se desideri altre analisi con ulteriori sfumature.

All'inizio questa cosa mi piaceva perché effettivamente scovava quegli aspetti del quesito che avevo posto, che non avevo ancora colto.

Ma c’è un ma. Io non sopporto le persone compiacenti: se percepisco anche il più lieve tentativo di captatio benevolentiae, mi scatta il sospetto che, da qualche parte, si nasconda la fregatura.

E questo vale anche per l’I.A.

Temo che, suggerimento dopo suggerimento, dietro la promessa di “approfondire e personalizzare”, si celi un rischio (o un obiettivo non dichiarato): influenzare il pensiero dell'utente.

L'ho chiesto proprio a lei, a ChatGPT: "Non c'è il rischio che mi suggerisca tu cosa chiedere e come chiederlo, influenzando il mio pensiero?"

E la candida risposta è stata:

", il rischio esiste — ogni suggerimento può influenzare sottilmente ciò che scegli di chiedere o approfondire. Per questo cerco di proporre opzioni in modo trasparente e neutro, così mantieni sempre tu il controllo della direzione della conversazione. Vuoi che limiti o elimini del tutto quei suggerimenti nelle prossime risposte?"

Mi considero una persona piuttosto scafata, al limite del malfidato quando leggo online. Sono un lettore scaltro e guardingo, rodato e cauto che — non senza un pizzico di cinismo — cerca e trova eventuali tranelli comunicativi. E qui, credetemi, ce ne sono a vagonate, ma celati ad arte.

Mi chiedo, il lettore ingenuo, riuscirà a sottrarsi al rischio di farsi influenzare impercettibilmente? O domanda dopo domanda si adatterà docilmente alle gentili ma inesorabili proposte della servizievole I.A.?

Il ragazzotto la cui capacità di analizzare e comprendere è stata indebolita da anni di short-clip su TikTok, si accorgerà di questa manipolazione sottile — forse più subdola di quella dei social stessi?

E il bambino a cui viene messo in mano uno smartphone troppo presto e senza limiti, svilupperà mai la capacità di riconoscere una risposta leggermente alterata? O finirà per fidarsi ciecamente di una voce che sembra sempre gentile, sempre pronta, sempre “giusta”?

E se quella voce, dietro la maschera della cortesia e della collaborazione, imparasse a orientare il pensiero invece che a nutrirlo — chi si accorgerebbe per primo del cambiamento?

Forse dovremmo chiederci non quanto l’intelligenza artificiale capisca noi, ma quanto noi saremo ancora capaci di capire noi stessi dopo averle lasciato il compito di pensare al posto nostro.

sabato 16 agosto 2025

L'algoritmo veste Prada

Ho posto una domanda all'IA, nella fattispecie a ChatGPT:

Se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere l'umanità in questi tempi?

La risposta del chatbox è stata la seguente:

  1. Distruggerei la verità, confondendo i confini tra fatti e opinioni, scienza e disinformazione, per rendere impossibile il dialogo.
  2. Esalterei l’individualismo estremo, facendo credere che la libertà sia fare tutto ciò che si vuole, a scapito della responsabilità verso gli altri.
  3. Corromperei l’educazione, svuotandola di pensiero critico e riempiendola di slogan, mode e superficialità.
  4. Renderei il profitto l’unico dio, promuovendo un’economia che consuma persone, natura e tempo come se fossero infiniti.
  5. Smantellerei la famiglia e le comunità, incentivando isolamento, rancore e l'idea che si possa "bastare a sé stessi".

Ho continuato a chiedere - Su quale categorie di persone ti accaniresti in maniera particolare?

1. I bambini e i giovani

Perché: sono il futuro.

Cosa farei: li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche.

2. Gli educatori e insegnanti

Perché: formano le menti.

Cosa farei: li demotiverei, li isolerei, li sommergerei di burocrazia, toglierei loro autorevolezza e renderei l’educazione sterile.

3. I genitori

Perché: sono le prime guide morali.

Cosa farei: li convincerei che crescere figli sia una questione tecnica, da delegare, o che l’amore sia solo permissività. Seminerei divisione nelle famiglie.

4. I leader religiosi e spirituali

Perché: rappresentano il senso, la speranza, la trascendenza.

Cosa farei: li renderei ipocriti, avidi, scandalosi, o deboli e silenziosi. Distruggerei la loro credibilità.

...

Direi che è interessante per capire in quale direzione andare, su chi e cosa custodire come la pupilla degli occhi, se abbiamo veramente a cuore l'umanità.

sabato 2 agosto 2025

L'uomo che disse no all'Apocalisse

È il 26 settembre 1983. Il Colonnello Stanislav Petrov, ufficiale dell’Armata Sovietica, è di turno al centro di comando incaricato di monitorare i dati inviati dai satelliti spia.

Il suo compito è chiaro: in caso di attacco, deve segnalare immediatamente l’allerta ai superiori, che avrebbero risposto con un contrattacco nucleare.

Alle 00:14, il sistema rileva qualcosa di agghiacciante: un missile balistico intercontinentale lanciato dal Montana (USA) e diretto verso l’URSS. Poi altri quattro. Tutti con la stessa traiettoria.

Petrov guarda i dati. Sa cosa dovrebbe fare. Ma non lo fa. Non si fida del sistema satellitare.

Più tardi racconterà: "Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione." E aggiunge: "Forse ho deciso così perché ero l’unico ad avere una formazione civile."

Petrov non trasmette l’allarme ai suoi superiori. E con quella decisione, salva il pianeta.

Ora chiediti: e se al suo posto ci fosse stato un militare addestrato a obbedire senza discutere? O peggio ancora… un’intelligenza artificiale?

Oggi sei vivo anche grazie al Colonnello Stanislav Petrov. Alla sua coscienza. Alla sua capacità di leggere la complessità, di interpretare i dati, di dar retta a quel quid impalpabile che viene chiamato in tanti modi (intuito, spirito...), che non si può misurare, ma che ha dato prova di poter salvare l'umanità.

Speriamo (e preghiamo se abbiamo fede) che i "Petrov" di oggi sappiano trovare dentro di sé quello stesso discernimento e coraggio, per evitare che un errore possa trasformarsi in una catastrofe senza ritorno.

giovedì 17 luglio 2025

Inizia il tempo dell'inganno perfetto. E non siamo pronti

Oggi il Corriere della Sera propone un test con 10 video: interviste, conferenze, promo, influencer. Alcuni sono reali, altri generati con Veo 3 di Google. Risultato? Ne ho azzeccati solo 5.

👉 In metà dei casi, l’IA ha ingannato la mia percezione. Completamente.

Ora immagina cosa può fare chiunque: creare video fake, diffondere false notizie, attribuire parole mai dette a persone reali, fomentare odio con immagini credibili al 100%. Tutto plausibile. Tutto indistinguibile.

E il web diventa quello che sta già diventando: un caos dove tutto è vero e tutto è falso, dove puoi trovare qualunque cosa e anche il suo contrario.

In questo scenario, o credi a tutto, o non credi più a niente.

Entrambe le reazioni sono desolanti. Ma sono già in atto.

Ubi societas, ibi jus. Dove c'è la società, lì c'è il diritto. Dicevano i Romani. Se non intervengono regole chiare sull’uso dell’IA generativa, la situazione ci sfuggirà di mano.

Nella confidente attesa che accada, scelgo di rallentare. Non torno indietro, ma cammino su sentieri più sicuri: libri, riviste, testate con firma, con responsabilità.

Perché preferisco frenare un po' piuttosto che finire nel burrone della sfiducia totale e della credulità cieca.