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sabato 23 agosto 2025

Guardignorare

Sto seriamente pensando di scrivere all’Accademia della Crusca per proporre un nuovo verbo italiano: “guardignorare”.

D'altra parte, se emergono nuove realtà, è accettabile generare neologismi atti a descriverle.

"Guardignorare". Un termine che racchiuda l’arte sottile di chi legge un post sui social e poi passa oltre senza finirlo.

Una parola nuova che si presti a descrivere l'azione di chi scrolla le storie su Instagram senza concedere neanche un pensiero fugace a ciò che vede e senza fermarne nemmeno uno, se emerge.

Si presterebbe anche a chi sbircia gli status di WhatsApp senza mai lasciare un messaggio, una comunicazione.

In altre parole, la perfetta definizione di chi osserva senza partecipare, spettatore silenzioso di mondi altrui, "guardignoratore" seriale.

Del resto non viviamo in un mondo in cui osservare senza partecipare è diventato un’arte raffinata? Dove il “mi piace” è troppo impegnativo, l'interazione pura utopia. Eppure questi "guardignoratori" digitali sono ovunque: silenziosi, invisibili, onnipresenti.

Sono l'eccesso opposto degli odiatori seriali, dei commentatori di pancia. E se fossero due facce della stessa medaglia? La medaglia che celebra l'incapacità acquisita di mettersi veramente in relazione con l'altro.

Forse è il momento di ammettere che, nell’era dei “mi piace” e delle conferme di lettura, non rispondere è diventata una forma d’arte.

E se così è, allora “guardignorare” merita finalmente un posto nel dizionario.

mercoledì 6 agosto 2025

Un filtro sporco, che nessuno ci ha insegnato a pulire

Non ci sono nato. Con le notifiche intendo. E con quell’imperativo silenzioso che ti spinge a controllare il telefono per messaggi, social, e-mail, lavoro, svago, informazioni, prenotazioni, acquisti… E ancora notifiche, notifiche, notifiche.

Ma quando è cominciato tutto?

Era l’autunno del 2009. A casa di amici mi pavoneggiavo con le e-mail sempre a portata di mano, grazie al mio fiammante BlackBerry Curve 8520 — quello col tastierino qwerty, per intenderci.

“Io le ricevo con la notifica push, mica devo andarle a scaricare...” dicevo, ignaro del piano inclinato su cui già mi ero adagiato. E su cui, lentamente, cominciavo a scivolare. Come una pelle d’orso. Morta.

Pochi mesi dopo, mio padre — più tecnologico di me, da sempre — mi parlava entusiasta di un’app che permetteva di messaggiare gratis con qualsiasi smartphone. Non solo tra quelli che avevano tanti tastini e il logo con la mora.

Il mese successivo, sul mio telefono c’erano le app di Facebook e Twitter che bippavano ogni due per tre.
Bevevo il caffè, ma avevo smesso di parlare col barista e con i soliti volti familiari.
Ero già disconnesso, rapito dallo scrolling compulsivo.

Era una novità. E io non facevo nulla per fermarla.
Anzi, mi sentivo moderno, aggiornato, in linea coi tempi, figo.
Ma anche… stanco.
E sotto sotto lo sapevo: qualcosa stonava.

Sono passati quasi quindici anni, ma quella sensazione di stress, di sovraccarico di informazioni, è ancora lì. Viva.
E il mio cervello si sentiva come un filtro sporco.

Non è mai passata.
Ho solo imparato a conviverci.
Ho fatto l’abitudine alla sovrastimolazione.
A contenere un filtro sporco, senza mai chiedermi davvero come pulirlo. O cambiarlo.

Non ti dico di spegnere tutto da un giorno all’altro, come ho fatto io (anche se, lo ammetto, è stato liberante).
Ma non ti capita mai, ogni tanto, di sentire il bisogno di una vacanza da quella cascata costante di bit che ti piove nella testa, ogni singolo giorno?

lunedì 4 agosto 2025

Un angolo da amare anche quando il mondo non ti vede

Tra le tante anime invisibili che orbitano attorno al Cupolone, c’è una donna che dorme sulla rampa disabili di Santa Maria in Traspontina.

È come se un committente anch’egli invisibile — forse annidato nella sua testa, nel cuore, o chissà dove — le avesse affidato una missione silenziosa: mantenere sempre fresco un piccolo omaggio floreale in un punto preciso della facciata della chiesa.

Ogni mattina, con la dedizione meticolosa di una vedova che lucida la lapide dell’amato, lei cura quell’angolo con una grazia ostinata.

Pulisce, rassetta, lava, risciacqua. E soprattutto, fa in modo che non manchino mai dei mazzolini di fiori freschi. Mai. Dove li prende se sta sempre lì?

Quando ritiene che sia tutto a posto, allarga il suo raggio d’azione: raccoglie lattine, bottiglie, resti lasciati dai pellegrini che, alleggeriti nello spirito, hanno abbandonato anche il rispetto.

Ed ecco che nasce un pensiero. 

Le donne, anche quando sono ferite al punto da non riuscire più a prendersi cura di sé, conservano comunque un angolo da accudire, da amare.

Questa invisibile, scesa dalla giostra della società per chissà quale indicibile dolore, continua a tenere in piedi quel pezzettino di mondo che, un quadratino alla volta, riesce a trasformare in "casa".

Nessun post, nessun like. Solo un gesto ripetuto, ogni giorno, che dà senso a un angolo dimenticato.

E se il senso di tutto fosse nello scegliere un angolo, piccolo ma nostro, da custodire con amore contro il disordine del mondo?

lunedì 28 luglio 2025

A piede libero. O quasi

San Pietro, ore otto (o giù di lì): il degrado cammina a piedi parzialmente scoperti, osando prendersi tutta la scena.

Pensavo fossero estinti ma ne ho visti più di un paio di esemplari, oggi.

Brutti come un dispiacere, sono tornati…

I sandali coi calzini.

Avanzavano senza vergogna, come una coppia mal assortita: Mariangela Fantozzi al braccio del Grinch. Ogni passo era un oltraggio acustico: squish, squelch, squish, squelch, squaccheravano ciabattanti come se il disagio avesse trovato un ritmo.

Abbiamo mandato giù i ragazzetti coi pigiamini abbinati, gli shatush, le catene al portafoglio, le ciabatte con la pelliccia. Ma i sandali coi calzini sui piedi sudati no. Dai...

In casi straordinari di necessità e urgenza il Governo emette decreti legge. Cosa c'è di più necessario e urgente che rendere illegale un piede sudato che sgnacchera impunemente in un sandalo brutto come la morte?

E che c'entrano sandali e calzini con social e smartphone (con sui rompo sempre le scatole in questo blog)?

Entrambi sono nati per semplificare ma se non usi la testa sono il primo passo verso il disastro.

lunedì 21 luglio 2025

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto

Primo giorno di ferie. Mia figlia è in piscina, mia moglie in giro a fare commissioni con sua madre. Io mi ritaglio un momento di zapping davanti alla tv.

Passo da un canale all’altro, poi mi fermo su Rai Premium: l’ennesima replica di Che Dio ci aiuti. Una prof di liceo, con il tono grave di chi certe cose le ha vissute, dice ai suoi alunni:

"Dovete fare attenzione a quell'apparecchietto che avete sempre tra le mani. Basta un clic per cambiare la vostra vita. Una foto che inviate, una critica fatta a qualcuno, un vocale. Un clic e avete rovinato la vita di qualcuno, e anche la vostra."

Il minimalismo digitale sembra perseguitarmi. E ne sono felice. Forse è Qualcuno che insiste a mandarmi segnali, oppure sono io che — con la mente più libera — inizio finalmente a vederli.

Guardo la prof parlare e mi torna in mente un episodio di dieci anni fa. Per sbaglio mandai al dietologo un messaggio che era destinato a mia moglie:

"Disdici tu che tanto la dieta l'abbiamo fatta male e secondo me nemmeno funziona."

"Ho provveduto a cancellare l'appuntamento" - fu la risposta laconica e del giovane professionista.

Mi sentii sciocco. E cattivo. Cattivo si, perché quello che avevo fatto era sleale. Avevo ferito l’amor proprio di un nutrizionista serio, con un messaggio stupido.

Quel giorno decisi che non avrei mai più usato una chat per sparlare ma nemmeno parlare di qualcuno. Né screenshot, né vocali girati, né commenti a bruciapelo. Cascasse il mondo.

E iniziai a lavorare su un proposito semplice:

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto.

Da allora ho visto tante cose.

Litigate esplose su gruppi WhatsApp, amicizie finite per uno screenshot inoltrato, o per una frase estrapolata male.

Saluti tolti per un post su Facebook. Ho visto addirittura finire un matrimonio (o forse due) per colpa di un vocale girato a chi non lo doveva sentire.

L’errore è stato a monte: abbiamo lasciato che strumenti pensati per comunicazioni di servizio sostituissero le chiacchierate vere.

Un caffè guardandosi negli occhi. Un abbraccio. Un tramonto goduto insieme, in silenzio, senza la fregola di pubblicarlo.

Il telefono non è colpevole. Lo siamo noi, ogni volta che scegliamo la scorciatoia della codardia digitale.