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martedì 3 febbraio 2026

Relazioni interrotte da un feed invisibile

In quest'ultima settimana ho osservato alcuni comportamenti che mi hanno colpito e che forse hanno una cosa in comune.

Ero al supermercato quando, dalla corsia accanto, ho sentito la voce di una donna che, al telefono, si lamentava con qualcuno per ciò che un’amica aveva scritto sui social.

Non ho curiosità morbose. Ma mi interessa l’umanità che mi circonda, quella che osservo ogni giorno. Ho una sensibilità che non mi permette di ignorare ciò che accade intorno a me. Mi arriva un po’ tutto: anche frammenti di conversazioni, mezze frasi, sospiri altrui. E da quando ho eliminato i social e ridimensionato l’uso del cellulare, queste frasi mi arrivano ancora più nitide:

“Non ha messo like… Ce l’ha con me”

“Ha visto la storia e non ha risposto, mi sta evitando”

“Ha commentato altri ma non me…”

“A lui dedica post, a me niente”

“Se la pensa così, non è più come me”

… 

Poi ripenso a quando chiesi all’IA se abbiamo davvero potere su ciò che ci viene mostrato. La sua risposta, candida e disarmante, fu: "❌ Zero controllo umano diretto: non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."  

Vale davvero la pena prendersi tanti attacchi di petto per contenuti che vedi solo dopo una selezione calcolata per massimizzare il tuo engagement, cioè la tua dipendenza?

È giusto affidare a un calcolo — per di più interessato — emozioni, aspettative, illusioni, desideri, attese, frustrazioni e gli altri moti dell’anima che tutti abbiamo e che ci rendono semplicemente vivi?

È quasi inevitabile, allora, che tuffandoci in questo copione invisibile scritto da freddi automatismi, finiamo su un piano inclinato alla fine del quale ci aspetta qualche fallimento. E' lì il grande inganno.

Gli amici smettono di salutarsi. Chi ci è antipatico viene isolato ancora di più. Una coppia si divide. Chi è fragile compie sciocchezze irreparabili. Il prete troppo social butta alle ortiche una vocazione che stava riavvicinando a Dio tanti nativi digitali come lui. Quanta tristezza mi mettono eventi come questi… 

"Zero controllo umano diretto…

Non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."

Pensateci bene la prossima volta che, dopo aver letto — o non letto — contenuti o dinamiche sui social, vi siete arrabbiati, rattristati o rimasti comunque colpiti, permettendo loro di rovinarvi la giornata. Fate un gesto audace per questi tempi.

Mettete lo smartphone in un cassetto, fate due passi o qualsiasi cosa che vi permetta di pensare in maniera davvero libera e poi riprendete il cellulare ma per parlare direttamente con la persona che sta dietro quel like mancato o a una storia senza reazioni. Meglio ancora se vi incontrate davanti a un caffè… 

Basteranno un paio di battute per riportare alla luce una verità offuscata da un algoritmo che calcola, ma non capisce, che sa contare tutto ma non ciò che conta davvero. 

sabato 23 agosto 2025

Guardignorare

Sto seriamente pensando di scrivere all’Accademia della Crusca per proporre un nuovo verbo italiano: “guardignorare”.

D'altra parte, se emergono nuove realtà, è accettabile generare neologismi atti a descriverle.

"Guardignorare". Un termine che racchiuda l’arte sottile di chi legge un post sui social e poi passa oltre senza finirlo.

Una parola nuova che si presti a descrivere l'azione di chi scrolla le storie su Instagram senza concedere neanche un pensiero fugace a ciò che vede e senza fermarne nemmeno uno, se emerge.

Si presterebbe anche a chi sbircia gli status di WhatsApp senza mai lasciare un messaggio, una comunicazione.

In altre parole, la perfetta definizione di chi osserva senza partecipare, spettatore silenzioso di mondi altrui, "guardignoratore" seriale.

Del resto non viviamo in un mondo in cui osservare senza partecipare è diventato un’arte raffinata? Dove il “mi piace” è troppo impegnativo, l'interazione pura utopia. Eppure questi "guardignoratori" digitali sono ovunque: silenziosi, invisibili, onnipresenti.

Sono l'eccesso opposto degli odiatori seriali, dei commentatori di pancia. E se fossero due facce della stessa medaglia? La medaglia che celebra l'incapacità acquisita di mettersi veramente in relazione con l'altro.

Forse è il momento di ammettere che, nell’era dei “mi piace” e delle conferme di lettura, non rispondere è diventata una forma d’arte.

E se così è, allora “guardignorare” merita finalmente un posto nel dizionario.

lunedì 28 luglio 2025

A piede libero. O quasi

San Pietro, ore otto (o giù di lì): il degrado cammina a piedi parzialmente scoperti, osando prendersi tutta la scena.

Pensavo fossero estinti ma ne ho visti più di un paio di esemplari, oggi.

Brutti come un dispiacere, sono tornati…

I sandali coi calzini.

Avanzavano senza vergogna, come una coppia mal assortita: Mariangela Fantozzi al braccio del Grinch. Ogni passo era un oltraggio acustico: squish, squelch, squish, squelch, squaccheravano ciabattanti come se il disagio avesse trovato un ritmo.

Abbiamo mandato giù i ragazzetti coi pigiamini abbinati, gli shatush, le catene al portafoglio, le ciabatte con la pelliccia. Ma i sandali coi calzini sui piedi sudati no. Dai...

In casi straordinari di necessità e urgenza il Governo emette decreti legge. Cosa c'è di più necessario e urgente che rendere illegale un piede sudato che sgnacchera impunemente in un sandalo brutto come la morte?

E che c'entrano sandali e calzini con social e smartphone (con sui rompo sempre le scatole in questo blog)?

Entrambi sono nati per semplificare ma se non usi la testa sono il primo passo verso il disastro.

lunedì 21 luglio 2025

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto

Primo giorno di ferie. Mia figlia è in piscina, mia moglie in giro a fare commissioni con sua madre. Io mi ritaglio un momento di zapping davanti alla tv.

Passo da un canale all’altro, poi mi fermo su Rai Premium: l’ennesima replica di Che Dio ci aiuti. Una prof di liceo, con il tono grave di chi certe cose le ha vissute, dice ai suoi alunni:

"Dovete fare attenzione a quell'apparecchietto che avete sempre tra le mani. Basta un clic per cambiare la vostra vita. Una foto che inviate, una critica fatta a qualcuno, un vocale. Un clic e avete rovinato la vita di qualcuno, e anche la vostra."

Il minimalismo digitale sembra perseguitarmi. E ne sono felice. Forse è Qualcuno che insiste a mandarmi segnali, oppure sono io che — con la mente più libera — inizio finalmente a vederli.

Guardo la prof parlare e mi torna in mente un episodio di dieci anni fa. Per sbaglio mandai al dietologo un messaggio che era destinato a mia moglie:

"Disdici tu che tanto la dieta l'abbiamo fatta male e secondo me nemmeno funziona."

"Ho provveduto a cancellare l'appuntamento" - fu la risposta laconica e del giovane professionista.

Mi sentii sciocco. E cattivo. Cattivo si, perché quello che avevo fatto era sleale. Avevo ferito l’amor proprio di un nutrizionista serio, con un messaggio stupido.

Quel giorno decisi che non avrei mai più usato una chat per sparlare ma nemmeno parlare di qualcuno. Né screenshot, né vocali girati, né commenti a bruciapelo. Cascasse il mondo.

E iniziai a lavorare su un proposito semplice:

Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto.

Da allora ho visto tante cose.

Litigate esplose su gruppi WhatsApp, amicizie finite per uno screenshot inoltrato, o per una frase estrapolata male.

Saluti tolti per un post su Facebook. Ho visto addirittura finire un matrimonio (o forse due) per colpa di un vocale girato a chi non lo doveva sentire.

L’errore è stato a monte: abbiamo lasciato che strumenti pensati per comunicazioni di servizio sostituissero le chiacchierate vere.

Un caffè guardandosi negli occhi. Un abbraccio. Un tramonto goduto insieme, in silenzio, senza la fregola di pubblicarlo.

Il telefono non è colpevole. Lo siamo noi, ogni volta che scegliamo la scorciatoia della codardia digitale.

venerdì 18 luglio 2025

Colori carioca, ombre irlandesi e miracoli minimi romani

Pochi minuti fa osservavo quattro attempate turiste brasiliane: belle signore giunoniche, sgargianti nei colori e travolte dall’entusiasmo. Commentavano estasiate l’efficienza dei mezzi pubblici romani.

Poco dietro di loro, una famiglia irlandese – pelle bruciacchiata e sguardi provati dal sole italiano – scuoteva la testa: “Peccato, una città così bella... e così trascurata. Sporca, caotica, autobus insufficienti per tutta questa gente.”

Due scene. Due punti di vista. Tutto dipende da dove parti. E da quanto riesci ancora a vedere – davvero – il buono.

Non mi lamento dei mezzi scalcagnati della periferia dove vivo. Perché ricordo bene il 235, con orari sbilenchi e corse fantasma, che tentava di collegare (più per sport che per utilità) Borgata Fidene con la civiltà.

E ogni sera mi perdo nei tramonti variopinti e sempre nuovi che si stagliano maestosi davanti alla finestra del mio salotto, rigorosamente fuori dal grande Raccordo Anulare.

E' giusto lottare per migliorare le cose sì. Ma la vita è troppo breve per sprecarla lamentandosi.

Coltivare la capacità di vedere il bello, custodirla con cura, praticare la gratitudine ogni giorno: ecco la vera rivoluzione.

Forse – chissà – ci sentiremmo meno in credito con il Creatore. E un po’ più in pace col mondo.

mercoledì 16 luglio 2025

Non stai scegliendo, stai seguendo un copione invisibile

"Ma come fai oggi senza i social? Ti perdi tutto: notizie, amici, il mondo..."

No. Mi perdo solo quello che l’algoritmo decide di mostrarmi.

Ogni volta che apri un social — Facebook, Instagram, TikTok — non sei tu a scegliere cosa vedere.

Un algoritmo analizza milioni di contenuti e li seleziona per te, sulla base di ciò che hai già guardato, commentato, messo like, ignorato.

Li seleziona. Punto.

Hai davvero potere su quello che ti viene mostrato?

L’ho chiesto direttamente a un’intelligenza artificiale. Ecco la risposta, parola per parola:

"❌ Zero controllo umano diretto: non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."

E così passi ore a scrollare, cliccare, commentare — nella convinzione di “navigare liberamente” — mentre in realtà reagisci a una lista preconfezionata da una macchina.

Non stai scegliendo. Stai seguendo un copione invisibile.

Perché lo fanno? Per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. Lo chiamano “massimizzare l’engagement”. In altre parole: massimizzare il profitto.

E quando sei tu a pubblicare, non pubblichi più per esprimerti. Pubblichi per piacere all’algoritmo. Per ottenere approvazione. Like. Visibilità.

Così finisci a costruire un’immagine di te che non è te: è una performance calibrata per il feed, ottimizzata per l’attenzione altrui, svuotata di autenticità.

Riassunto brutale:

  • Zero controllo: l’algoritmo sceglie per te.
  • Zero libertà: più stai attaccato allo schermo più guadagna chi possiede l'algoritmo.
  • Zero spontaneità: pubblichi ciò che l’algoritmo approverà.

E poi ti chiedono: “Come fai a vivere senza social?”

Forse la domanda giusta è: come fate voi a vivere con questa gabbia invisibile in tasca?

lunedì 14 luglio 2025

Breaking news: un uomo scrive su carta e trova la libertà

Ieri, su consiglio del mio meccanico di fiducia, ho portato l’auto da un elettrauto per sistemare un piccolo guasto.

Era la prima volta che mi recavo lì, così ho controllato il percorso su Google Maps (minimalista digitale sì ma, Tuttocittà cartaceo l'ho superato). Mi sono annotato l’indirizzo e il numero civico su un foglietto che ho poi infilato nel portafogli.

Il semplice gesto di scrivere a mano quattro parole, tre numeri e una lettera è bastato: una volta in zona, non ho nemmeno avuto bisogno di consultare il foglietto. Avevo memorizzato tutto, senza alcuno sforzo apparente.

C’è chi mi dice che non ha più senso fare queste cose, ora che le “macchine intelligenti” possono occuparsene al posto nostro.

Perché la fatica di scrivere, quando puoi semplicemente dire a un’app di guidarti passo passo fino all’elettrauto?

Innanzitutto, perché scrivere è un piacere in sé, che vale già da solo lo sforzo richiesto.

Inoltre, secondo studi recenti, scrivere aiuta la memoria, migliora la comprensione e rafforza la connessione tra pensiero e azione.

Ed è proprio quello che ho sperimentato ieri: quel bigliettino nel portafogli – che non ho nemmeno dovuto tirare fuori – mi ha aiutato a ricordare l’indirizzo, a richiamare alla mente il percorso visto in precedenza e, mentre aspettavo (senza scrollare social), mi è tornato in mente l’elettrauto da cui andava mio padre trent'anni fa. Potrei ancora oggi declinarne indirizzo e generalità senza esitazione.

Scrivere, quindi, non è stato solo mettere giù due righe su carta: è stato un esercizio di memoria, orientamento, autonomia. È stato anche un momento di riflessione che ha risvegliato ricordi vecchi più di un quarto di secolo, permettendomi di fare confronti.

Tutto questo non sarebbe accaduto se non avessi scritto. Non accade se non lo fai più.

Ora prova a sostituire l’elettrauto con concetti come relazioni, affetti, ma anche cultura, lavoro, notizie, politica – tutto ciò che serve per comprendere la realtà, confrontare scelte, analizzare programmi, valutare dichiarazioni avventate di un leader dalla memoria corta.

Affidare completamente la scrittura e la memoria alle macchine ci priva, poco a poco, di parole, pensieri e confronti.

Meno parole, meno pensieri, meno memoria, meno autonomia.

E ci ritroviamo tutti meno liberi.

sabato 12 luglio 2025

Finestre finte e muri colorati

Uno dei problemi più tristi e diffusi di oggi è la solitudine.

Salvo poche eccezioni virtuose, abbiamo perso quelle forme naturali di socialità che un tempo tenevano insieme la comunità: la piazza, la parrocchia, il circolo culturale o politico, la comitiva al muretto. Oggi tutto questo è sempre più raro o relegato alla provincia.

I social hanno accelerato questo distacco, illudendoci di essere un’alternativa moderna – e persino migliore – agli incontri reali.

L’ho provato sulla mia pelle. Passavo i momenti vuoti scrollando le belle copie delle vite degli altri, e mi sentivo ancora più solo.

Mi illudevo che il gruppo Facebook di quartiere fosse indispensabile per coordinare le attività dell’associazione locale. Ma col tempo abbiamo smesso di vederci davvero. E smesso anche di fare cose utili.

Pensavo che i social fossero strumenti provvidenziali per mantenere viva la relazione con quegli amici che vivevano all'estero, quel compagno di classe ritrovato dopo anni.

Pensavo male perché quello che appariva come un mezzo di comunicazione, era un ulteriore muro bello, colorato e pieno di finestre finte, che si frapponeva tra noi. Quei like, quelle faccine inviate ogni tanto, finivano per rendere ancora più evidente il vuoto. Non avevamo più molto da dirci.

Poi abbiamo iniziato a risolvere tutto via WhatsApp: si discute, si litiga, si parla, si sparla. E si passa metà del tempo a cercare di ricomporre malintesi nati proprio lì, tra i messaggi.

Ma a meno che tu non sia Manzoni o Montale, nessuno riesce a far passare davvero un’emozione, uno sguardo, o anche solo una sfumatura di senso in un messaggio. Eppure pretendiamo di risolvere la vita scrivendo nelle chat.

“Quel messaggio aveva un tono…” – è la frase che sento più spesso. Il tono in un messaggino? Il tono lo cogli solo quando parli. Meglio ancora, quando guardi in faccia qualcuno.

O quando lo tocchi. A volte basta una mano amichevole sulla spalla, senza aggiungere altro, per sistemare tutto.

venerdì 11 luglio 2025

Dalla Fenech al feed, come ti spengo sguardo

Ieri, nella sala d’attesa dell’oculista. Sullo schermo appeso al muro andava in onda Asso, un film del 1981 con Celentano, trasmesso da Retequattro.

Mentre scorrevano le immagini di una Edwige Fenech tanto bella e provocante quanto inespressiva – nonostante un doppiaggio dignitoso – mi è stato chiaro perché ci lasciassimo ipnotizzare, all’epoca, da certe commedie improbabili.

Trame ingenue, dialoghi tarati su uno spettatore con licenza media appena acquisita… eppure, c’era qualcosa che attirava.

Non abbastanza però da distogliermi dalla lettura di Irriducibile, dove Federico Faggin spiegava – in modo brillante e comprensibile – le proprietà quantistiche dei viventi, che le macchine non avranno mai.

Eppure, una pezzo ancestrale del mio cervello maschile sonnecchiava tranquillo… fino a quando, con la coda dell’occhio, percepiva la figura sinuosa e sfacciatamente sensuale della Fenech.

A quel punto, addio quanti e coscienza: quella parte ancestrale della mia mente incollava lo sguardo – ma incollava davvero – a quella scena da commedia becera anni ’80.

Una parte di me sorrideva beota e compiaciuta. L’altra, più razionale, la strattonava per un orecchio e la riportava alle spiegazioni avvincenti del fisico vicentino.

Due sedie più in là, un ragazzotto di circa sedici anni non alzava mai gli occhi dal cellulare. Mai.

Ecco. Forse non ce ne accorgiamo, ma qualcosa – o qualcuno – ci sta lentamente rubando persino l’energia vitale dei nostri adolescenti.

E stavolta non è la Fenech.

venerdì 4 luglio 2025

Un caffè, una spalla e tutto sembra meno pesante

Un amico vero è quello con cui puoi parlare anche dei tuoi fallimenti, senza filtri né vergogna.

È chi, davanti a un caffè, ti mette una mano sulla spalla e, senza dire o fare granché, ti fa sentire che va tutto bene.

Se ne hai uno così, anche solo uno, considerati fortunato. E tienitelo stretto.

Oggi si affrettano tutti a pubblicare solo il lato migliore: il piatto perfetto, il viaggio da sogno, il 30 e lode del figlio.

Ma sinceramente? Di tutta questa perfezione patinata non so che farmene. E non ci credo neanche troppo.

Io ho bisogno di persone vere. Di quelle che, come me, cadono, sbagliano, crollano ma si rialzano e ci riprovano. E a volte riescono, a volte no.

Di gente che guarda i fornelli e dice: "E mo' che me invento?". 

Di chi ti scrive: “Quando ci vediamo per lamentarci un po’ davanti a un caffè?” E poi, dopo quel caffè, senti che c'è ancora tempo per la fine del mondo.

Ho bisogno di gente che mi dica: “Mio figlio è a pezzi… tu che facevi quando la tua era in crisi?”

Ma oggi non c’è tempo. Tutti troppo occupati a mettere in scena la versione migliore di sé stessi e dei propri figli.

E se sotto tutto questo ci fosse solo paura? Paura di mostrarsi fragili. Perché, forse, non ci fidiamo più di nessuno.