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lunedì 19 ottobre 2026

Dal tramonto all'alba

I "barboni di piazza san Pietro"... Chi non li conosce? Fanno parte di questa fetta di Roma dal tramonto all'alba e, alle 7,30 non li vedi più, dileguati, svaniti in una città che, di giorno, li vede ancora meno.

Stamattina uno di loro muoveva le braccia e le mani in maniera stereotipata. Ripeteva ossessivamente delle pose, come a segnare un codice comprensibile solo alla presenza sospesa a un paio di metri dai sampietrini, che vedeva solo lui. Il suo sguardo trasmetteva l'intelligenza di quello che la sa lunga, simile all'atteggiamento che vedi nel poliziotto affidabile che sembra dire - tranquilli, ci penso io.

A qualche metro da lui, sotto al colonnato, un altro invisibile sedeva fissando il vuoto. Attorno a lui una coperta, con sopra sparpagliati pochi preziosi beni di sopravvivenza. Ma il suo sguardo era triste e sulla sua testa sembravano pesare tutti i peccati del mondo.

Poco più avanti una donna minuta parlava da sola. Chiuso il sacco a pelo, si accingeva a smontare la tenda brontolando sommessamente contro i netturbini che lavavano il selciato.

Alle sette del mattino sono tutti presi a sbaraccare tende e giacigli di fortuna, ciò che per loro è casa, dal tramonto all'alba.

Stamattina però, mancava all'appello il signore alto e biondo, un vichingo coi capelli e la barba lunghi che ogni mattina fa Tai Chi con mosse lente, serene e accurate in una traversa di via del mascherino. Chissà, forse si era spostato a piazza Risorgimento da dove poteva contemplare e salutare meglio il sole. 

L'unico che resta lì, fermo, coerente come un rituale antico, è l'uomo assorto con l'ombrello aperto che presidia, invisibile come tutti gli altri, qualche portale immaginario tra questo mondo assurdo e storto e un mondo ideale che vede solo lui.

Ognuno di questi invisibili - che dal tramonto all'alba vedi sotto al colonnato o lungo via della Conciliazione - sembra abitare una geografia diversa, fatta di coordinate che, dalle sette del mattino non compaiono sulle mappe, di appuntamenti che nessuno ha fissato e di rituali che nessuno ricorda di aver cominciato.

Gente fuori di testa e fuori posto che dialoga con un mondo invisibile.

E se fossero proprio loro, gli invisibili, a custodire qualcosa che noi abbiamo smesso di vedere?

Chissà? Magari stanno lì proprio per indicarci che ci sono altre realtà che gli occhi non vedono e i sensi non percepiscono ma sono altrettanto reali.

La memoria, l'amore, l'immaginazione, la creatività,i sentimenti più profondi, le domande di senso, il sacro… Mondi che abbiamo smesso di guardare e frequentare perché non si lasciano misurare da un algoritmo, ma che possono dischiudersi soltanto a chi sa ancora sostare, tacere e guardare oltre la superficie delle cose e anche ricordarci che l'invisibile non è il contrario del reale, ma forse la sua parte più profonda.

lunedì 27 aprile 2026

L'uomo assorto con l'ombrello aperto

Lo vedo tutte le mattine, avrà sui trentacinque anni, ma è difficile stimare l'età di chi vive per strada con la pelle esposta alle intemperie e la salute provata da migliaia di notti all'aperto.

Tutti i suoi beni sono chiusi in tre zaini appoggiati al muro e in qualunque ora del giorno, e della notte, lo si incontra seduto in un punto ben preciso tra Porta Sant'Anna e gli archi sotto cui si passa prima di arrivare al colonnato di Piazza San Pietro.

Obbediente a un imperativo che sente o vede solo lui, deve stare lì. E ci sta. Fermo, sveglio e con lo sguardo rivolto attentamente al centro della piazza, come se una realtà invisibile lo tenesse avvinto, interessato, perennemente assorto a contemplarla.

Unico accorgimento; tiene un ombrello perennemente aperto, a proteggerlo da onde malefiche, mostri e demoni e, unendo l'utile al dilettevole, all'evenienza anche dal sole, dalle piogge e dagli sguardi impertinenti di turisti e pellegrini.

Passa una donna vestita di bianco col cellulare accostato a un orecchio da cui escono avemarie in polacco e tira dritto.

Passa un gruppo di turisti orientali in direzione Musei Vaticani, ognuno con lo sguardo concentrato sul navigatore del proprio smartphone, e tirano dritti a passo svelto.

Passa il giovane padre che ogni giorno, accompagnando per mano un suo simpaticissimo clone in miniatura, esce dal Vaticano verso la scuola Pio IX, consultando frettolosamente il cellulare mentre il bimbetto gli trotterella vicino trascinando uno zaino di Spider Man. E tirano dritti.

Passa un giovanissimo carabiniere - non avrà più di vent'anni - tutto attento a non rovesciare i due caffè che sta portando ai colleghi che aspettano nella camionetta dell'Unità Mobile. 

Per un secondo, breve come un lampo, l'uomo assorto con l'ombrello aperto scosta di cinque centimetri il suo scudo magico, esce per un attimo dal suo viaggio nello spazio-tempo e si accorge che lo sto osservando.

In quel lampo, l'assorto mi guarda, la bocca si piega impercettibilmente in un angolo come a dire - Lo vedi pure tu? - Ricambio il sorriso pensando - No compa' ma vedo te - ma lui è già tornato a contemplare l'invisibile giostra che lo attira verso piazza San Pietro, appoggiato al muro sul fianco destro con l'ombrello aperto.

Alla sua sinistra il mondo continua a scorrere ignorando lui, che ignora noi, per guardare chissà cosa.

Forse, tra lui e la folla dei cosiddetti normali, la differenza non è poi così grande: tutti fissano qualcosa che li tiene altrove, chi uno schermo, chi un mistero.

E per un attimo, sottraendo lo sguardo al suo invisibile orizzonte, l'uomo assorto con l'ombrello aperto ha regalato a uno sconosciuto che lo ha visto davvero, la cosa più rara e preziosa che possedeva: la sua attenzione.

giovedì 5 marzo 2026

Quel dolore che non si vuole vedere

Ogni mattina attraverso Via della Conciliazione e Piazza San Pietro. E ogni mattina incontro lo stesso popolo silenzioso: persone che hanno passato la notte lì, in attesa di poter usare le docce e i bagni che il Vaticano mette a disposizione gratuitamente.

Non posso non notare che la maggior parte sono uomini. E, negli ultimi anni, uomini sempre più giovani.

Da uomo, non riesco a non immedesimarmi. È come se vedessi materializzarsi davanti ai miei occhi una fetta della società, una fetta maschile fragile: quella che non trova sostegno, non trova servizi adeguati, non trova quella complicità che impedisce loro di fare una sciocchezza. E piano piano si spegne.

Quando ti fermi a parlarci, scopri che quasi mai c’è un’unica causa. Ci sono dipendenze (alcol, droga), depressioni trascurate, separazioni, lavori persi insieme alla casa e alla famiglia. Ma più spesso sono intrecci: grovigli unici fatti di fallimenti, vergogna, solitudine. Ogni storia è diversa. Ognuna ha il suo modo di essere dolorosa.

Tra le tante, mi ha colpito quella di un uomo calabrese, della mia età. Un anno in strada dopo la separazione e la perdita del lavoro. Tre figlie giovani ma adulte, autonome, ignare del fatto che il padre dormisse per terra. Non aveva chiesto aiuto a nessuno. Per non deludere chi doveva fare affidamento su di lui che invece stava fallendo su tutti i fronti. Per vergogna.

Noi uomini, spesso, abbiamo reti relazionali più fragili. Sono tutti amiconi fino a quando non crolli... Facciamo più fatica a dire che stiamo male. Tendiamo a non chiedere aiuto perché - consapevoli o meno - in fondo sappiamo di essere fatti per sostenere e non per appoggiarci a qualcun altro.

E quando crolliamo, se non abbiamo accanto persone capaci di comprendere senza giudicare, iniziamo a mollare la presa. E molti, un passo alla volta, si arrendono.

Quell’uomo calabrese ha incontrato qualcuno che lo ha ascoltato davvero e accompagnato passo passo verso la normalità. Non io ma il mio amico Furio. Un assistente sociale che se vede solo un piccolo margine di miglioramento non ti molla finché non ne sei fuori. Avercene come lui... Ebbene. Oggi quell'uomo è tornato al suo paese: una piccola casa in affitto, dignitosa, e sta rimettendo insieme i pezzi della propria vita, compresa la relazione con le figlie. Un miracolo invisibile dell'ascolto.

Ma quanti restano lì? E più tempo si passa in strada, più diventa difficile tornare indietro.

Si parla molto di patriarcato, ma poi ci si accorge che viviamo in una società che — giustamente — sta imparando a riconoscere, tutelare e articolare le esigenze femminili in molte delle loro declinazioni, mentre fatica ancora a vedere quelle maschili. O forse non vuole.

I servizi, le politiche, le strutture sono un tema che lascio alle amministrazioni. Noi, però, nel frattempo possiamo fare qualcosa di molto più semplice: alzare lo sguardo dai cellulari, infilarceli in tasca e fare quella domanda in più — ma fatta sul serio. Dare una robusta pacca sulla spalla che non sia di circostanza, e magari farla seguire da un “vieni, prendiamo qualcosa insieme”.

Perché forse quell’uomo che sembra solo “un po’ giù” non sta aspettando un piano sociale ma solo qualcuno che si accorga davvero di lui. E in certi casi - chissà - forse può bastare una mano amica, un interessamento sincero, per evitare che inizi quel piano inclinato che porta, lentamente, verso la scelta estrema di buttarsi per strada.

mercoledì 28 gennaio 2026

Il gesto gentile di un invisibile

La passeggiatina mattutina mi serve a chiarire le idee. Attraverso via della Conciliazione facendo slalom tra preoccupazioni e pensieri che intasano il mio cervello iperattivo, e tra i rifiuti lasciati dai gabbiani che hanno devastato un cestino della spazzatura...

Come quando Mary Poppins faceva volteggiare giocattoli e vestiti nell’aria con la forza invisibile della sua magia, così una preghiera, un caffè e Roma che sbadiglia, iniziano a rimettere in ordine quei pensieri insistenti a cui do spesso troppo spazio e voce.

Ripasso davanti al cestino, il cui contenuto era stato sparpagliato a terra dai pennuti voraci, e vedo che in terra sono rimaste solo due cartacce.

«Sarà passata la nettezza urbana. Certo che avendo fatto trenta poteva fare trentuno», penso. E tiro dritto. Mi volto un attimo per ammirare il cielo plumbeo che minaccia pioggia e scorgo un barbone che s’inchina, raccoglie le due cartacce rimaste e le butta nel cestino. Stava completando il lavoro, altro che nettezza urbana.

Quell’uomo, quello “scarto” della società, aveva fatto in un attimo ciò che noi non riusciamo più a fare: agire senza pubblico, fare ciò che è giusto senza pubblicarlo e senza aspettarsi un like.

E mentre noi, cosiddetti “normali”, tiriamo dritti, anestetizzati dalla fretta e dagli schermi, la coscienza di un clochard, vedendo un bisogno, si è attivata senza complessi per fare ciò che era doveroso.

È il gesto più gratuito e gentile che abbia visto negli ultimi mesi, uno di quelli che ti restano impressi perché smascherano la nostra presunta superiorità e il sonno delle nostre coscienze.

giovedì 8 gennaio 2026

Pellegrini, romani e matti

Passeggiata mattutina prima del lavoro: qualcosa di inconsueto, almeno da un anno a questa parte, cattura la mia attenzione. Niente file chilometriche o almeno, non ancora. Alla spicciolata, gruppetti sparuti di pellegrini corrono (che si corrono poi alle sette del mattino?) diretti in basilica; Piazza San Pietro è finalmente accessibile a tutti.

Mi sporgo timidamente tra le transenne che, a pochi metri da me, per la prima volta dopo un anno si aprono in un varco che consente il libero accesso. Un po’ come quando si entra in punta di piedi in una vecchia casa riaperta dopo tanto tempo, rientro lentamente nella piazza che sento un po' mia.

Una normalità fatta di pellegrini ordinari, di romani e di matti, mi dice che il Giubileo è davvero finito.

I matti di Piazza San Pietro… Un mio amico sostiene che questa gente si raduni lì grazie a una sorta di peculiarità nella zucca, capace di sintonizzarsi con le frequenze del piombo contenuto nella cupola. Una teoria astrusa e divertente. Io preferisco pensare che si sentano accolti dall’abbraccio della Chiesa, che il Bernini ha magistralmente rappresentato nel celebre colonnato.

Quando qualcuno di loro lo consente, mi piace parlarci; sanno essere più veri dei "normali". Una di essi, 22 anni fa mi predisse pure che avrei avuto - "una bella figlia, e poi basta!", e così è stato. Qualcuno disse che Dio parla attraverso i bambini e i matti. Chissà...

In lontananza un uomo giovane canta a squarciagola e non passa inosservato, considerata l'ora. Si avvicina con un pacifico cagnolone al guinzaglio, che ogni tanto lo fissa adorante. Canta un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in un buffissimo italiano, annunciando l’imminente avverarsi di certe profezie e sventolando un libro nero. E' buffo, e suscita una simpatia che stride con l'ineluttabilità delle disgrazie predette.

Le forze dell’ordine — che evidentemente ne conoscono la candida inoffensività — lo lasciano fare. Ci incrociamo e, mentre continua il suo cantilenante soliloquio profetico, mi strizza l’occhio e prosegue nella sua strampalata missione di simpatico svitato.

Deve aver riconosciuto quella fettina della mia testa che, un po’ suonata come la sua, stava pensando a un verso poetico uscito dal cuore di Alda Merini una sessantina d’anni fa…

«Ero matta in mezzo ai matti.

I matti erano matti nel profondo,

alcuni sono intelligenti.

Sono nate lì le mie più belle amicizie.

I matti sono simpatici, non così dementi,

che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo,

quando sono uscita.»

Chissà cosa direbbe Alda, incontrando gli smombies di oggi che, alienati da un piccolo schermo, non parlano più da soli ma tacciono, persuasi dagli algoritmi di essere connessi al mondo mentre, in realtà, ne sono tristemente assenti.

sabato 9 agosto 2025

La celata bellezza degli incompresi

Li chiamano matti. Ma forse sono solo anime vaste, imprigionate in menti ferite da un mondo troppo stretto per contenerle e incasellarle in un ruolo già previsto.

Se andiamo un pochino oltre l'apparente vaneggiamento squinternato che emerge a una prima lettura di ciò che scrivono, si intravvede un universo singolare. E interessante a mio avviso. Vero e incredibilmente vivo.

Il segreto, secondo me, è nel sospendere il giudizio per scoprire il cuore, l'anima scomposta di una donna o di un uomo di strada che forse vede certe incoerenze dei cosiddetti normali, meglio di noi "ben pensanti".

Sospendere il giudizio.

E se lo facessimo anche con tutti gli altri? Coi colleghi, coi condomini, con quei parenti che ci stanno proprio sulle balle…

Con chi non capiamo, chi ci urta...

Forse saremo tutti un po' meno soli e il cuore, finalmente, troverebbe pace.

lunedì 14 luglio 2025

Un'elegante attesa, senza fine

La incontro ogni mattina. Sempre seduta sulla medesima panchina, accostata al colonnato di Piazza Pio XII, le gambe elegantemente accavallate, le mani adagiate con grazia sulle ginocchia, pare in attesa di qualcuno che non arriva mai.

Dritta, composta, con un’eleganza innata, dimostra forse sessantacinque anni. Attorno a sé, tutti i suoi averi racchiusi in un carrello pieghevole come quelli che usavano le nostre nonne, e un paio di buste. Eppure, nel suo sguardo fiero e sereno, sembra una regina che contempla con dignità il vasto regno della propria tenuta.

È sempre pulita, ordinata, con un filo di rossetto curato e nessun segno di trascuratezza. Quando, alle sei del mattino, passano gli operatori del Comune a lavare strade e marciapiedi, è la prima ad alzarsi e farsi da parte, con discreta solerzia.

Porta sempre un foulard, annodato con ricercata semplicità. A volte è rosso con ricami dorati, altre volte color ocra. Oggi è celeste, in tinta con l’abito — bello, quasi elegante — che indossa mentre siede aggraziata.

La sua statura, il portamento, il passo aggraziato e i tratti ancora segnati da una bellezza che fu abbagliante me la fanno immaginare in passerella, sotto i riflettori. Oppure a Capri, nella piazzetta, con un cocktail tra le dita, in attesa di un’amica del jet-set degli anni Ottanta.

Estate o inverno, con il sole o la pioggia, lei è lì. Sembra attendere un autobus che non giunge mai, un uomo che non arriva, un'auto — elegante come lei — che non accosta per portarla via da lì.

Se la saluti, ricambia con un aggraziato cenno del capo e un sorriso composto, gentile ma formale, che non lascia spazio ad altra comunicazione.

Per un attimo ti concede l’incontro con il suo sguardo, e poi, con la stessa grazia con cui ha socchiuso una porta, richiude la sua anima al mondo.

Torna così, silenziosa e dignitosa, elegante ed algida, a contemplare il vuoto, per riprendere la sua attesa senza fine.

giovedì 26 giugno 2025

La vera connessione: rivelazioni a piazza San Pietro

Piazza San Pietro. Una figura esile e accartocciata siede all'ingresso di una tenda socchiusa, lo sguardo fisso a terra.

"Povera donna," penso, "probabilmente un'alcolista, o forse persa nei meandri di chissà quale malattia mentale."

Mi avvicino con cautela, e ciò che scopro mi sorprende: la "barbona smarrita" è in realtà una giovane donna tonica e curata. Pure bella.

Non sta fissando il vuoto, ma un magnifico volto di Cristo che sta rifinendo con il carboncino.

L'avevo etichettata come una disperata malata mentale, ma era più profondamente connessa con se stessa – forse anche con Dio? – di quanto lo fossi io in quel momento.

E scopro che è solo avvicinandosi senza giudicare che si può davvero vedere, comprendere e, forse, incontrare.