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mercoledì 1 aprile 2026

Toh! Cominciano ad accorgersene...

L’altro ieri una cara amica mi ha segnalato un articolo del Corriere della Sera firmato da Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e osservatore attento delle sfide che da anni attraversano la vita dei nostri ragazzi.

"Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa."

A pronunciare queste parole non è un nostalgico del “si stava meglio prima”, né un minimalista digitale preoccupato perché i familiari sono ancora vittima dell'incantesimo del secolo. A dirlo è un professore di liceo con ventisei anni di aula alle spalle, uno che i ragazzi li vede crescere giorno dopo giorno e che non ha paura di parlare dell'«adultizzazione dell'infanzia» prodotta dallo smartphone.

"Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino."

Qualche tempo fa, quasi per provocazione, avevo fatto una domanda a ChatGPT: se tu fossi il diavolo e volessi distruggere l’umanità, cosa faresti? 

Tra le varie risposte, la prima era questa: "colpirei i bambini e i giovani, perché sono il futuro". E aggiungeva: "li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche."

Sono ancora esagerato quando ritengo che un modo per arginare il problema - non la soluzione che forse non c'è - potrebbe essere una patente concessa solo dopo un'adeguata formazione e solo a una certa età?

Un’automobile può servire per andare da qui a là. Ma può anche uccidere un passante. Per questo non la mettiamo nelle mani di un dodicenne: aspettiamo che cresca, gli facciamo seguire un corso di scuola guida, pretendiamo un esame e gli ripetiamo mille raccomandazioni.

Lo smartphone — con social, algoritmi, intelligenza artificiale e tutto il resto — è probabilmente lo strumento più potente entrato nella nostra vita negli ultimi cinquant’anni. Nonostante questo, ce la siamo raccontata con una formula rassicurante: sono nativi digitali. Come se nascere circondati da schermi e avere la capacità tecnica di farli funzionare significasse automaticamente saperli governare e reggere l'impatto emotivo delle informazioni che veicolano.

Ma è come se avessimo messo in mano ai nostri ragazzi "una macchina, dell'alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa ma uno strumento che ti usa". 

E oggi molti ricercatori stanno studiando proprio questa follia. Saper usare un dispositivo non significa saperne gestire gli effetti cognitivi, emotivi e relazionali. È la stessa differenza che c’è tra sapere accendere una macchina e avere la maturità per guidarla senza mettere in pericolo se stessi e gli altri.

La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo. Educatori, giornalisti e studiosi stanno finalmente iniziando a riconoscere che il problema esiste — ed è enorme — e a parlarne apertamente. Ma non basta.

Si cominciano a leggere altri articoli come quello del buon D'Avenia, ottima cosa, certo, ma a questo risveglio doveroso sebbene tardivo, mancano due grandi assenti… 

È forse per questo che, a questo punto, una domanda continua a martellarmi in testa con insistenza.

Dopo il tredicenne che accoltella una prof, quanti altri drammatici campanelli d’allarme dovranno suonare prima che la politica — e noi genitori — smettano di voltarsi dall’altra parte e dicano finalmente: "questo è davvero troppo, dobbiamo cambiare rotta"? 


lunedì 24 novembre 2025

Il prezzo nascosto dell'infanzia digitale: la verità che non vogliamo guardare in faccia

La Società Italiana di Pediatria, dopo ricerche approfondite sulle dipendenze digitali, ha presentato il 19 novembre un quadro allarmante sulla salute dei nostri figli.

I rischi individuati dal team della S.I.P. — composto da pediatri, psicologi, esperti dei media e rappresentanti istituzionali — sono stati condensati in una lista che dovrebbe farci sobbalzare:

I rischi più gravi evidenziati:

  • Solo due ore di schermo al giorno aumentano del 67% il rischio di obesità: un dato devastante a mio avviso.
  • Gli smartphone alterano aree cerebrali in pieno sviluppo, frenando le capacità cognitive e compromettendo l’apprendimento.
  • Insonnia, sonno disturbato, ritmi stravolti, recupero compromesso.
  • Ansia, depressione e perdita di autostima in aumento esponenziale: una fragilità diffusa che sta diventando un’emergenza silenziosa.
  • Dipendenza digitale cronica in almeno il 20% dei giovani: un quinto dei ragazzi non riesce più a staccarsi dal dispositivo.
  • Problemi alla vista sempre più gravi: affaticamento oculare, miopia precoce e persino forme di presbiopia giovanile.
  • Cyberbullismo già dai 10 anni: violenza psicologica che cresce nel buio degli schermi.
  • Esposizione alla pornografia in età sempre più giovane, collegata a comportamenti sessuali rischiosi e distorti.

La soluzione non arriva da guru improvvisati o da blogger contenti della libertà ritrovata grazie al minimalismo digitale come il sottoscritto. 

E' la Società Italiana di Pediatria, la massima autorità scientifica in materia che propone raccomandazioni chiare, ferme e, a mio avviso, non negoziabili:

Eccole:

  1. Nessun accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni: troppi i contenuti tossici e inadatti.
  2. Rimandare lo smartphone personale almeno fino ai 13 anni: per evitare danni allo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.
  3. Posticipare il più possibile l’ingresso sui social media: anche se legalmente consentito, non è psicologicamente sicuro.
  4. Bandire i dispositivi durante i pasti e prima di dormire: momenti essenziali di connessione familiare e rispetto del bisogno del giusto riposo.
  5. Favorire attività all’aperto, sport, lettura e gioco libero: tutto ciò che nutre corpo, mente e immaginazione.
  6. Mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti, a ogni età e in ogni fase della crescita.

Dopo aver esposto i nostri figli a rischi che minano corpo, mente ed emozioni, non possiamo più permetterci esitazioni: è il momento di agire con autocritica e coraggio, cambiare rotta con decisioni drastiche e dimostrare che la loro sicurezza vale più di qualsiasi comodità digitale.

E magari partendo da noi stessi col buon esempio.

domenica 9 novembre 2025

Ciò che non ci diciamo più

Più mi guardo intorno, più noto un fenomeno che mi inquieta: la gente non si parla più.

Ci si scrive, ci si manda link, video virali – rigorosamente brevi. Si scrolla per ore, si condivide qualcosa ogni tanto, e nei casi migliori si invia un messaggio.

Ma parlare, davvero, di persona — quella sembra essere diventata un’arte in disuso.

Questa non è una convinzione, ma una percezione che si fa ogni giorno più nitida. Ogni volta che mi trovo in un contesto sociale, la sensazione si riaffaccia, sempre uguale.

Qualunque sia il gruppo in cui mi trovo, avverto una comunicazione di superficie, di facciata. Come se ciò che conta davvero fosse costantemente rimandato. O forse già detto, da qualche altra parte. Online, magari.

Non ho dati né grafici per provarlo, ma questa sensazione è reale. Non mi abbandona mai. Anzi, cresce.

È come quando ti presentano a un gruppo di amici di vecchia data o a una famiglia: si parla, sì, ma intuisci - cosa che in quei contesti è naturale - che le cose che contano verranno dette dopo, altrove, in uno spazio più intimo.

Lo smartphone, da utile strumento di comunicazione, è diventato l’unico.

E così aumentano i non detti — “Tanto poi glielo spiego con un vocale” — e si evitano i confronti — “Gli mando un link, un DM, un meme”… - E ci si sente a posto così.

Questa sensazione mi accompagna anche quando torno al paesello, un meraviglioso borgo dell'Alto Molise. Anche lì sembra essersi spenta quella vitalità da piazza: le chiacchiere sul calcio, le liti politiche, i pettegolezzi. Parlano ancora? Forse sì, ma online. E quando ci torno mi sento sempre più un estraneo, tollerato, ma non accolto come una volta.

Mi chiedo allora: è solo la modernità che ha spostato il luogo del confronto, o abbiamo perso — in mezza generazione — un’abilità acquisita in secoli di umanità?

Non ho risposte, solo domande. E quella sensazioncella latente di solitudine che s’insinua, silenziosa, in ogni occasione sociale che vivo.

Basta poco — una battuta, uno sguardo, una risata — e la magia si riaccende. 

È la magia del parlarsi davvero, vis-à-vis, quando la voce fa vibrare lo spazio che ci unisce e le parole, per un istante, diventano carne, respiro, prossimità.

Quanti di noi accetteranno la sfida di riprenderci questo spazio vivo che la rete sta spegnendo?

lunedì 27 ottobre 2025

Quando il barista non beve il suo caffè...

Quando entro in un bar o in un ristorante e vedo un dipendente in pausa che mangia lì, mi viene spontaneo fidarmi del posto. Penso sempre che sia la migliore pubblicità possibile.

Se ci mangia lui – mi dico – allora quello che servono dev’essere buono e genuino.

In rete, invece, gira una dichiarazione attribuita al CEO di McDonald’s secondo cui “non mangerebbe mai” nei suoi ristoranti. Ho verificato: non esiste alcuna fonte attendibile che lo confermi. È una bufala.

Ciò che ho trovato, però, è curioso: la stessa McDonald’s, in una comunicazione interna rivolta ai dipendenti tramite il sito “McResource Line”, scriveva:

“i fast-food sono tipicamente ricchi di calorie, grassi saturi, zuccheri e sale e possono mettere le persone a rischio di sovrappeso.” Afferma chiaramente che il fast food è una scelta insana.  --> Fonte

Non è proprio la stessa cosa ma un campanellino d'allarme lo accende…🔔

Proprio come certe dichiarazioni di dirigenti – o ex dirigenti – dei grandi social network.

Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha detto:

“Solo Dio sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli…”  (Dal libro La generazione ansiosa di Jonathan Haidt, che consiglio).

Frances Haugen, ex dipendente di Facebook, citando i file che ha portato come prova, ha mostrato come Instagram peggiori il benessere mentale di molti adolescenti. (Sempre dallo stesso libro).

E ancora Parker, in un’intervista alla CBS News nel 2017, aggiungeva:

«Gli inventori — io, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom su Instagram, tutte queste persone — lo sapevano consapevolmente. E l’abbiamo fatto comunque.»

Ora, non dico che queste dichiarazioni siano come un barista che si soffia il naso e poi ti serve cappuccino e cornetto senza lavarsi le mani - per me lo sono, infatti ho eliminato i social - ma, ecco, un campanellino d’allarme dovrebbe pur suonare, no? 🔔🔔🔔

Meditate, gente. Meditate...

lunedì 8 settembre 2025

Analogico 1 – Digitale 0. Uno sguardo batte migliaia di schermi

Leggo su Vatican News che, nell'udienza giubilare di ieri, tra decine di migliaia di cellulari alzati per immortalare "il momento col papa", Leone XIV ha notato l’unico che teneva in mano non un telefono, ma un cartello scritto a mano: "Santo Padre, abbraccio per favore".

E così papa Prevost fatto cenno all’autista di fermarsi, ha spalancato le braccia e si è avvicinato a Kevin, nativo digitale che, senza tecnologia, ha “battuto” tutti gli schermi puntati in piazza San Pietro.

Analogico 1 – Digitale 0.

Il minimalista digitale che è in me esulta (interiormente) con striscioni, trictrac e putipù, ma la scena va ben oltre il mio tifo personale.

Kevin ha "vinto" su quella marea di pellegrini digitalizzati perché l’assenza del cellulare ha creato una connessione immediata e diretta. I suoi occhi, liberi da filtri, hanno incontrato quelli del Santo Padre.

Mentre la folla osannante cercava uno scatto da condividere, il cartello di Kevin chiedeva un contatto, una relazione. Contatto che il Papa ha colto al volo. Relazione che, pochi istanti dopo, si è trasformata in incontro.

Contatto diretto. Relazione autentica. Incontro vero.

Sfogliando il libro che sto leggendo – La generazione ansiosa di Jonathan Haidt – a pagina 179 trovo un passaggio illuminante. Gli esperimenti condotti dall’autore e da altri studiosi americani hanno mostrato che con l’arrivo degli smartphone nelle scuole, nei primi anni Dieci, "gli studenti parlavano di meno tra le lezioni, a ricreazione e a pranzo perché iniziavano a passare gran parte di quei momenti a controllare il telefono (...) Questo significa che guardavano qualcuno negli occhi meno di frequente, ridevano insieme di meno e perdevano l'abitudine a fare conversazione."

Da quasi tre mesi sto sperimentando la pienezza di una vita “a occhi alzati”: mani libere, sguardo attento, presenza nel qui e ora che mi gusto come non riuscivo a fare da anni.

Non tornerei indietro per nulla al mondo. Il poco che mi perdo avendo eliminato i social non regge il confronto con ciò che guadagno: il mondo che mi vivo, le relazioni che scopro, gli incontri che mi gusto, dai più significativi ai più superficiali come il sorriso di un bimbo o lo sguardo di un cane.

Per inciso, tre mesi senza social e gli sguardi che ricambiano di più sono proprio quelli di bambini e cani. Strano? O forse no: niente smartphone.

Forse la mia scelta è stata un po' radicale e non dico che debbano tutti seguire il mio esempio ma una sfida te la lancio.

La prossima volta che alzi il telefono per “catturare” qualcosa, prova invece ad abbassarlo. Non scattare, non scrollare, non filtrare. Semplicemente guarda.

Forse scoprirai che il momento che cercavi non era dentro lo schermo, ma davanti a te, vivo, reale, pronto ad abbracciarti.

mercoledì 20 agosto 2025

Due stolti, un funerale e un'amara verità

Ieri ho partecipato al funerale di una cara amica. Una donna straordinaria, dolce e giusta, matriarca di una grande famiglia con cui ho l’onore di condividere un legame fraterno che dura da più di tre decenni.

Non scriverò del dolore di ieri. Quello è giusto che resti nel silenzio, custodito dove deve stare: tra gli abbracci familiari e amicali che possono dire tutto senza bisogno di parole.

Ma c’è un episodio che mi ha fatto riflettere e che sento il bisogno di condividere.

Incolonnati dietro al feretro, in un mesto serpentone di automobili, ci dirigevamo al cimitero del paese in cui la nostra amica aveva scelto di riposare.

Mentre sfilavamo in una delle tante rotonde che ultimamente spuntano ovunque, una coppia sulla trentina – smartphone in mano, sguardo indovinate dove – ha preteso di attraversare tra il carro funebre e la prima macchina. Inveendo con violenza e volgarità, accusavano il corteo di non aver dato loro la precedenza.

Si potrebbe scrivere un trattato sull’insensibilità e la bassezza di due stolti incapaci di placarsi persino davanti alla morte. Ma non è questo il punto.

In quell’istante la memoria mi ha riportato indietro di decenni, al funerale di zia Olga, a Nettuno. Ricordo di aver chiesto a mio padre perché le auto provenienti in senso opposto si fermassero fino al passaggio del corteo.

“Per rispetto” – fu la sua risposta, semplice e piena di senso.

“E perché i negozianti abbassano le saracinesche quando passiamo?”

“Per rispetto” – ripeté, con la stessa convinzione.

In quei gesti essenziali, sobri ma partecipati, da bambino cominciavo a capire cosa significasse il rispetto. Quel valore che non nasceva da studi o titoli, ma da una coscienza viva e dall’urgenza di trasmetterla. E un patrimonio di princìpi nasceva e cresceva divenendo parte della mia identità più profonda. Era normale così.

E allora mi chiedo: dove lo abbiamo smarrito, quel rispetto? Quando abbiamo smesso di riconoscere la sacralità di certi momenti, il loro peso, il loro significato?

La coppia di ieri, vuota e distratta, non riusciva nemmeno a distinguere l’immagine filtrata da uno schermo da quella, infinitamente più reale e fragile, che avevano davanti agli occhi: una vita che si era spenta, una comunità che rallentava per onorarla.

Con la stessa vuota leggerezza e stolta impulsività con cui si lascia un insulto inutile sotto un post, quei due inveivano contro un defunto e la sua famiglia che ne piangeva la morte improvvisa.

E io mi chiedo – e vi chiedo: lo capiamo che tutto questo è drammatico? O continuiamo a far finta di nulla?

lunedì 18 agosto 2025

Non mettono like: alzano il telefono

Sono fuori col cane, squilla il telefono.

Dopo anni risento la voce serena e vivace di suor Adalberta, classe 1940, ex maestra elementare di mia figlia, oggi ventenne. Mi chiama per ringraziarmi del messaggio che le avevo inviato per la solennità dell’Assunzione.

Mi viene in mente mia suocera, sua coetanea. Ogni volta che le mando un pensiero o un’immagine via WhatsApp, o che guarda uno stato che le piace, lei mi richiama. Per dirmi che le è piaciuto o per condividere un pensiero. E, come sempre, da una parola nasce una chiacchiera, e si finisce col dirci un sacco di altre cose.

Noi – figli dell’epoca dei social – non sappiamo più farci toccare da ciò che leggiamo. I nostri figli forse, non lo hanno mai imparato...

Un messaggio, una foto, un post: scorrono via. Ma loro no. Quelle donne di ottantacinque anni si emozionano ancora, profondamente, di fronte a una frase, un’immagine, un pensiero.

Non solo loro. Anche Franco, il migliore amico di mio padre, quando qualcosa che scrivo lo tocca, mi chiama. Non lascia un like: alza il telefono e parla, di tutto, ed è sempre un piacere.

Non è meraviglioso? Sono persone "ricche di anni" – come direbbe la saggia suora – che trovano ancora bellezza e vita in poche parole. E comunicano davvero, non rimandano distratti da troppe immagini che scorrono e corrono via.

Per noi che viviamo in un flusso continuo di video, meme e immagini, tutto vale tutto e niente vale davvero. Un post senza foto? Neanche lo guardiamo. Una frase? Non ci tocca più. Passiamo alla successiva... E scorri, scorri, scorri...

In due generazioni abbiamo perso la capacità di emozionarci con la semplicità di una parola o di uno scatto. Ma forse i nostri anziani, con la loro voce piena e senza fretta, possono ancora svegliare i nostri cuori addormentati.

E se una via d'uscita da questa desolazione relazionale fosse recuperare la connessione coi nostri vecchi?

sabato 16 agosto 2025

L'algoritmo veste Prada

Ho posto una domanda all'IA, nella fattispecie a ChatGPT:

Se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere l'umanità in questi tempi?

La risposta del chatbox è stata la seguente:

  1. Distruggerei la verità, confondendo i confini tra fatti e opinioni, scienza e disinformazione, per rendere impossibile il dialogo.
  2. Esalterei l’individualismo estremo, facendo credere che la libertà sia fare tutto ciò che si vuole, a scapito della responsabilità verso gli altri.
  3. Corromperei l’educazione, svuotandola di pensiero critico e riempiendola di slogan, mode e superficialità.
  4. Renderei il profitto l’unico dio, promuovendo un’economia che consuma persone, natura e tempo come se fossero infiniti.
  5. Smantellerei la famiglia e le comunità, incentivando isolamento, rancore e l'idea che si possa "bastare a sé stessi".

Ho continuato a chiedere - Su quale categorie di persone ti accaniresti in maniera particolare?

1. I bambini e i giovani

Perché: sono il futuro.

Cosa farei: li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche.

2. Gli educatori e insegnanti

Perché: formano le menti.

Cosa farei: li demotiverei, li isolerei, li sommergerei di burocrazia, toglierei loro autorevolezza e renderei l’educazione sterile.

3. I genitori

Perché: sono le prime guide morali.

Cosa farei: li convincerei che crescere figli sia una questione tecnica, da delegare, o che l’amore sia solo permissività. Seminerei divisione nelle famiglie.

4. I leader religiosi e spirituali

Perché: rappresentano il senso, la speranza, la trascendenza.

Cosa farei: li renderei ipocriti, avidi, scandalosi, o deboli e silenziosi. Distruggerei la loro credibilità.

...

Direi che è interessante per capire in quale direzione andare, su chi e cosa custodire come la pupilla degli occhi, se abbiamo veramente a cuore l'umanità.

mercoledì 6 agosto 2025

Un filtro sporco, che nessuno ci ha insegnato a pulire

Non ci sono nato. Con le notifiche intendo. E con quell’imperativo silenzioso che ti spinge a controllare il telefono per messaggi, social, e-mail, lavoro, svago, informazioni, prenotazioni, acquisti… E ancora notifiche, notifiche, notifiche.

Ma quando è cominciato tutto?

Era l’autunno del 2009. A casa di amici mi pavoneggiavo con le e-mail sempre a portata di mano, grazie al mio fiammante BlackBerry Curve 8520 — quello col tastierino qwerty, per intenderci.

“Io le ricevo con la notifica push, mica devo andarle a scaricare...” dicevo, ignaro del piano inclinato su cui già mi ero adagiato. E su cui, lentamente, cominciavo a scivolare. Come una pelle d’orso. Morta.

Pochi mesi dopo, mio padre — più tecnologico di me, da sempre — mi parlava entusiasta di un’app che permetteva di messaggiare gratis con qualsiasi smartphone. Non solo tra quelli che avevano tanti tastini e il logo con la mora.

Il mese successivo, sul mio telefono c’erano le app di Facebook e Twitter che bippavano ogni due per tre.
Bevevo il caffè, ma avevo smesso di parlare col barista e con i soliti volti familiari.
Ero già disconnesso, rapito dallo scrolling compulsivo.

Era una novità. E io non facevo nulla per fermarla.
Anzi, mi sentivo moderno, aggiornato, in linea coi tempi, figo.
Ma anche… stanco.
E sotto sotto lo sapevo: qualcosa stonava.

Sono passati quasi quindici anni, ma quella sensazione di stress, di sovraccarico di informazioni, è ancora lì. Viva.
E il mio cervello si sentiva come un filtro sporco.

Non è mai passata.
Ho solo imparato a conviverci.
Ho fatto l’abitudine alla sovrastimolazione.
A contenere un filtro sporco, senza mai chiedermi davvero come pulirlo. O cambiarlo.

Non ti dico di spegnere tutto da un giorno all’altro, come ho fatto io (anche se, lo ammetto, è stato liberante).
Ma non ti capita mai, ogni tanto, di sentire il bisogno di una vacanza da quella cascata costante di bit che ti piove nella testa, ogni singolo giorno?

martedì 29 luglio 2025

Cose che succedono mentre aspetti il verde

Una volta, quando ci fermavamo al semaforo, l’istinto era girare la testa e dare un’occhiata a chi si era fermato accanto.

Un sorriso, un'occhiata, magari un'occhiataccia se indugiavamo un po' troppo su un bel paio d’occhi femminili. Ma in ogni caso, c’era un contatto. Una connessione tra sconosciuti.

Oggi la sequenza è un’altra: scatta il rosso, freni, sblocchi lo schermo, abbassi lo sguardo, sparisci nel vortice sterile e scintillante del minischermo. E magari ti sorprendi se qualcuno — come me — strombazza quando il verde è già passato e tu resti lì, imbambolato.

E per un pedone che aspetta il suo turno? Stessa scena. Stesso capo chino...

Settantacinque anni fa lo scrittore americano Kurt Vonnegut scrisse una novella intitolata Harrison Bergeron.

Narrava un futuro distopico, in cui il governo controllava il libero pensiero stabilendo la libera uguaglianza. Chiunque desse segno di una maggiore abilità e intelligenza, doveva essere ricondotto nella media.

Come "normalizzare" il divergente? Lo si obbligava a indossare un dispositivo all'orecchio che emetteva un segnale acustico ogni venti secondi. Un segnale sempre diverso, talvolta interessante. L'obiettivo? Interrompere il pensiero prolungato affinché non traesse profitto dalla propria intelligenza.

Interrompere il pensiero prolungato…

Interrompere. Il pensiero. Prolungato.

Era il 1961. Tre generazioni fa. All’epoca sembrava solo un innocuo racconto di fantascienza.

Pensate.

Un dispositivo sempre con noi... Che interrompe il pensiero prolungato.

Vi ricorda qualcosa?

Forse la fantascienza era solo cronaca in anticipo. Oggi non ci serve un tiranno. Basta una distrazione attraente e breve, sempre più breve. Non imposta da un dittatore, ma offerta da multinazionali fameliche. E così seducente da essere scelta, e scelta e scelta, fino a quando non riesci più farne a meno.

Rialza lo sguardo. Riconquista qualche minuto di attenzione. È il primo passo per riprenderti tutto il resto.

domenica 27 luglio 2025

Ciuffi di prezzemolo e cieli senza aerei

È passato più di un mese e mezzo da quando ho abbandonato i social e vivo con il cellulare della nonna di Cappuccetto Rosso. Una piccola reliquia, che suona solo quando serve, e tace volentieri.

Me ne sono accorto oggi, della libertà guadagnata. Mi sono affacciato al balcone e lo sguardo si è perso tra le curve morbide dei campi, che ondeggiavano lievi come fossero seta.

Non ho avuto l’istinto di scattare una foto. Mi sono perso lì, permettendo a ciò che vedevo, sentivo, annusavo, di toccarmi per davvero. 

La bolla africana ha ceduto il passo al ponentino, tornato a soffiare piano, con pudore, come chi rientra a casa dopo lunga assenza. Quanto è bello sentirlo di nuovo sulla faccia e sulle braccia.

E contemplare il paesaggio è tornato ad avere senso. Dopo quasi vent’anni che vivo qui, ancora non riesco ad abituarmi a tanta bellezza.

Le balle di fieno, arrotolate dalla fatica paziente del contadino, punteggiano metà campo come pianeti su un tappeto d’erba. Gli alberi, da qui, sembrano ciuffi di prezzemolo che si lasciano cullare dal vento.

Il cielo è sgombro. Nessun aereo a graffiarlo, nessuna rotta da e per Fiumicino. Solo nuvole bianche, leggère come pensieri che risorgono liberi, non più soggiogati da immagini scelte da altri, che scorrono su un minischermo.

In fondo, forse, basta questo: una domenica pigra, un campo, un vento buono, e il silenzio che finalmente ho reimparato ad ascoltare.