Questo mese sono due anni che ho cambiato lavoro. Mi sono spostato in un altro settore dell’importante struttura in cui sono dipendente da oltre ventidue anni, ed è stato interessante osservare le dinamiche relazionali che si sono create durante questo cambiamento.
Nonostante continuassi a coltivare quanti più contatti possibili, già dai primi giorni mi accorgevo che la maggior parte dei colleghi mi aveva rapidamente accantonato e molti dei miei numerosi messaggi (non avevo ancora abbracciato il minimalismo come stile di vita) rimanevano senza risposta. "E' normale - mi dicevo - non si può essere amico di tutti".
Col passare del tempo, anche quei colleghi che percepivo amici cominciavano a latitare. Nonostante continuassi a mandare un saluto, un messaggio, una sciocchezza condivisa via Uazzappe, la maggior parte delle chat moriva lì, con due, tre messaggi miei, lasciati senza risposta.
Consapevole del fatto che un’app di messaggistica non sia il luogo in cui possa vivere davvero una relazione, ho iniziato a proporre ogni tanto un caffè agli unici quattro reduci con cui restava una certa interazione. Ed è lì che ho sperimentato la differenza. E ho capito una cosa: le amicizie funzionano solo in presenza.
E anche le relazioni.
Quante amicizie, rapporti, parentele, perfino storie d’amore, sbiadiscono chat dopo chat nell’illusione che quello significhi ancora interagire davvero. L’illusione di una presenza che, in realtà, non c’è.
Un messaggio, una reaction, una foto inoltrata al volo… e pensiamo di essere ancora nella vita degli altri. Lo credevo anch’io. Continuavo a scrivere a vecchi colleghi e amici, convinto che bastasse mantenere acceso quel filo digitale per tenere viva una relazione. Ma spesso, dall’altra parte, quel filo non era più collegato a nulla. Ero diventato soltanto una piccola foto profilo racchiusa in un minuscolo cerchietto, in mezzo a tante altre.
Mi ci è voluto questo per capire una cosa semplice quanto scomoda: le relazioni vivono solo dove c’è presenza vera. Uno sguardo. Un caffè. Una passeggiata. Una stretta di mano, un abbraccio. Tempo dedicato senza notifiche che interrompono ogni frase. È lì che capisci chi ha davvero voglia di esserci. E chi no.
E allora forse dovremmo smettere di delegare alle chat il compito di custodire i rapporti importanti. A partire da quelli con le persone con cui condividiamo la camera da letto, la casa, la quotidianità. Perché le chat sono comode, veloci, pratiche. Ma non scaldano. Non abbracciano. Non sostituiscono una voce, una tavola apparecchiata, una visita fatta anche quando si è stanchi.
Teniamoci strette le persone che riteniamo importanti, perché è facile darle per scontate mentre inseguiamo altrove attenzioni, conferme, contatti. E invece la vita passa proprio lì: in una cena fatta insieme senza telefoni sul tavolo, in una domanda fatta guardandosi negli occhi, in una passeggiata che vale più di cento messaggi.
Non lasciamo che le relazioni si consumino “chat dopo chat”, credendo di nutrirle mentre in realtà le stiamo solo condannando a morire di fame, fame di interazioni vere che respirano solo in spazio e tempo donati e condivisi… Tutto il resto sono solo bit che fanno avanti e indietro per la rete e non bastano per non sentirsi soli.