lunedì 23 marzo 2026

Quei silenzi tra padre e figlio

Dopo un fine settimana ricco di emozioni, vissuto in un ritiro spirituale denso e profondo (ebbene sì...), mi ritrovo piombato di nuovo nel quotidiano. Non che la cosa mi dispiaccia, anzi; tuttavia scalare la marcia e cambiare velocità – almeno per me – comporta sempre un certo sforzo.

Ed eccomi di nuovo nel baretto de’ sor Sandro, seduto al tavolino con il mio caffè e l’inseparabile blocchetto su cui annoto pensieri, sensazioni e vissuti che non voglio lasciare scappare via.

Mentre passavo al bancone a prendere il mio caffè lungo, accanto a me un padre – più o meno della mia età – e un figlio sui diciotto o vent’anni ordinavano la colazione. Il giovane continuava a sistemarsi il ciuffo, controllando nello specchio alle spalle del barista che ogni capello fosse esattamente dove l’imperativo giovanile del momento impone.

La memoria mi è ruzzolata indietro di una trentina d’anni, quando, proprio come quel ragazzo, mi capitava di fare colazione al bar con mio padre. Anche io controllavo che il ciuffo – o meglio, ogni riccio – obbedisse al garbo imposto da una quantità esagerata di gel, secondo l’imperativo giovanile degli anni Ottanta.

Col loro cappuccino e cornetto, i due uomini – quello giovane e quello meno – si sono seduti a un paio di metri da me e, in perfetta sincronia, hanno tirato fuori i cellulari. Li hanno sbloccati e, in totale silenzio, hanno iniziato a scrollare.

Al tavolino accanto al mio una donna riccia faceva lo stesso. Allargando lo sguardo, vedevo a ogni tavolo una persona sola, con la propria colazione, che scorreva immagini soffermandosi non più di tre secondi su ciascuna. Unica eccezione le solite tre infermiere del Santo Spirito – che oggi erano due – intente a chiacchierare e ciuciottare allegramente. Che Dio le benedica!

L’uomo e suo figlio continuavano a scrollare, ognuno immerso nel proprio smartphone. Tra padre e figlio, si sa, possono esserci lunghi silenzi senza che nessuno dei due si chieda il perché. Capitava anche a me, e ci stavo tranquillamente a mio agio. Ma ci possono essere anche dialoghi in codice, conversazioni leggere, talvolta dense e piene. E quelle si ricordano ancora dopo trent’anni.

Io con mio padre comunicavo bene e ricordo come fosse ieri ciò che ci dicevamo, senza strumenti che si frapponessero a impedire ogni forma di comunicazione. E sento ancora sulla nuca le carezze ad alta velocità che mi dava tra capo e collo, e che mi spostavano se non le “reggevo” opponendo un po’ di resistenza. Quanto mi mancano… 

E mentre mi crogiolavo nei ricordi, chiedendomi cosa ricorderà tra trent’anni il giovane che stamattina si aggiustava il ciuffo allo specchio, sono uscito dal bar per infilarmi nella chiesa in cui ogni mattina affido le sfide della giornata.

Uscendo dalla basilica ho scorto, in fondo all’ultima fila, proprio il giovane del bar e suo padre: cellulari in tasca, occhi chiusi, pregavano. Mi sono commosso e ho pensato che forse quel giovanotto avrà davvero qualcosa da ricordare tra trent’anni.

Ho indugiato qualche istante sulla soglia, prima di uscire del tutto. Fuori il mondo continuava a scorrere veloce come uno schermo: dita che scrollavano, immagini che passavano, pensieri abortiti dietro a una sfilza di reel che non faranno mai in tempo a diventare memoria. Dentro, invece, due persone stavano ferme. In silenzio. Insieme.

Mi chiedo allora se non sia proprio questo lo scarto di cui abbiamo bisogno: un luogo, un tempo, un gesto che interrompa il riflesso automatico di prendere il telefono come un ritiro ogni tanto, qualche minuto di preghiera, il coraggio di sostare invece di scorrere. Piccole pause capaci di riaprire spazi che credevamo scomparsi.

Chissà. Magari è proprio da lì, da queste piccole interruzioni del flusso, che può ricominciare una conversazione. Con gli altri, coi ricordi che un giorno varrà la pensa conservare e - perché no? - con Dio.