mercoledì 1 aprile 2026

La generazione che non abbiamo protetto

L’altro ieri una cara amica mi ha segnalato un articolo del Corriere della Sera firmato da Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e osservatore attento delle sfide che da anni attraversano la vita dei nostri ragazzi.

"Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa."

A pronunciare queste parole non è un nostalgico del “si stava meglio prima”, né un minimalista digitale preoccupato perché i familiari sono ancora vittima dell'incantesimo del secolo. A dirlo è un professore di liceo con ventisei anni di aula alle spalle, uno che i ragazzi li vede crescere giorno dopo giorno e che non ha paura di parlare dell'«adultizzazione dell'infanzia» prodotta dallo smartphone.

"Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino."

Qualche tempo fa, quasi per provocazione, avevo fatto una domanda a ChatGPT: se tu fossi il diavolo e volessi distruggere l’umanità, cosa faresti? 

Tra le varie risposte, la prima era questa: "colpirei i bambini e i giovani, perché sono il futuro". E aggiungeva: "li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche."

Sono ancora esagerato quando ritengo che un modo per arginare il problema - non la soluzione che forse non c'è - potrebbe essere una patente concessa solo dopo un'adeguata formazione e solo a una certa età?

Un’automobile può servire per andare da qui a là. Ma può anche uccidere un passante. Per questo non la mettiamo nelle mani di un dodicenne: aspettiamo che cresca, gli facciamo seguire un corso di scuola guida, pretendiamo un esame e gli ripetiamo mille raccomandazioni.

Lo smartphone — con social, algoritmi, intelligenza artificiale e tutto il resto — è probabilmente lo strumento più potente entrato nella nostra vita negli ultimi cinquant’anni. Nonostante questo, ce la siamo raccontata con una formula rassicurante: sono nativi digitali. Come se nascere circondati da schermi e avere la capacità tecnica di farli funzionare significasse automaticamente saperli governare e reggere l'impatto emotivo delle informazioni che veicolano.

Ma è come se avessimo messo in mano ai nostri ragazzi "una macchina, dell'alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa ma uno strumento che ti usa". 

E oggi molti ricercatori stanno studiando proprio questa follia. Saper usare un dispositivo non significa saperne gestire gli effetti cognitivi, emotivi e relazionali. È la stessa differenza che c’è tra sapere accendere una macchina e avere la maturità per guidarla senza mettere in pericolo se stessi e gli altri.

La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo. Educatori, giornalisti e studiosi stanno finalmente iniziando a riconoscere che il problema esiste — ed è enorme — e a parlarne apertamente. Ma non basta.

Si cominciano a leggere altri articoli come quello del buon D'Avenia, ottima cosa, certo, ma a questo risveglio doveroso sebbene tardivo, mancano due grandi assenti… 

È forse per questo che, a questo punto, una domanda continua a martellarmi in testa con insistenza.

Dopo il tredicenne che accoltella una prof, quanti altri drammatici campanelli d’allarme dovranno suonare prima che la politica — e noi genitori — smettano di voltarsi dall’altra parte e dicano finalmente: "questo è davvero troppo, dobbiamo cambiare rotta"?