William Gibson è uno scrittore di racconti di fantascienza. Se pensate al film Johnny Mnemonic del 1995 con un inquietante quanto bravo Keanu Reeves, ebbene, è stato tratto da un suo romanzo.
Gibson nel lontano 1984 diede una definizione di cyberspazio: "un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori, una rappresentazione grafica dei dati astratti dai computer di tutto il mondo". In questo modo lo definiva nel suo Neuromancer.
All'epoca sembrava frutto della scrittura creativa di un autore con vagonate di talento e fantasia, ma se penso a oggi, ne sento tutta la portata profetica, che fosse voluta o meno.
"Un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori". Eccoci!
Per anni anch’io ne sono stato parte, immerso fino al collo in quel mare di pixel e notifiche, scambiando il flusso incessante di informazioni per vita vera, confondendo connessione con presenza, illudendomi di comunicare quando mi isolavo sempre più.
Era come respirare un’aria artificiale, che faceva sentire la mente viva ma in scacco, senza che me ne accorgessi.
Poi ho scommesso sul minimalismo digitale. Primo step: via le app di social dal cellulare. Secondo: via tutti i social per sempre.
È come se mi fossi risvegliato da un sogno collettivo. Ora che ne sono fuori, percepisco con nitidezza quanto fosse profonda quell’allucinazione, quanto poco spazio lasciasse alla vera esperienza del tempo. E quanto portasse all'isolamento.
Ho scoperto che la libertà non è avere accesso a tutto, ma saper dire di no; non è essere connessi sempre, ma scegliere quando, come e se esserlo.
E ho ritrovato il tempo per riflettere, pensare, leggere, scrivere, e sì, persino pregare — un atto che richiede attenzione, lentezza e presenza, tutte qualità da cui il rumore digitale ti distrae.
E quando osservo chi ancora vive immerso in quella “allucinazione consensuale”, sento un misto di compassione e malinconia: non un senso di superiorità, ma la consapevolezza di chi sa cosa significhi essere prigioniero e aver trovato la via d’uscita.
Non sono contro la tecnologia. Sarebbe come essere contro i coltelli o le automobili: strumenti potenti, indispensabili, ma che devono restare sotto controllo.
Credo piuttosto che la tecnologia vada regolata, addomesticata, riportata al suo posto — al nostro servizio, non al contrario. Perché solo quando la macchina torna strumento, e non idolo, l’uomo può davvero dirsi libero.
E se provassi anche tu a uscire da quell'allucinazione per un'ora? Un giorno? La realtà non manda notifiche. Sta solo aspettando che tu la viva.