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domenica 13 settembre 2026

Quella "i" invisibile sulla testa...

C'è una cosa che mi è sempre piaciuta del fatto di vivere in una città d'arte e quindi – ahimè – anche turistica. Sono i visitatori che ti fermano per chiedere informazioni.

Da bravo italiano mi piace profondermi in indicazioni stradali dettagliate e colorite che Google Maps mi spiccia casa anzi, mi toglie i cookies dal cellulare.

Di più, il poliglotta autodidatta pressappochista che è in me è felicissimo di esercitarsi con lingue che non ho sempre l'occasione di parlare.

Quando sono per strada, soprattutto nel centro storico, mi fermano e parte la richiesta diretta, nella loro lingua (come fanno a sapere che parlo portoghese?), come se una grande i minuscola, lampeggiante e cicciottella, ruotasse sulla mia testa a indicare «tourist information here». Se siamo in famiglia o in gruppo, naturalmente fermano me.

Forse l'aver lavorato vent'anni coi turisti me l'ha davvero installata, la grande "i" solo che non la vedo… Che la cosa mi piaccia si dev'essere capito

Da qualche anno però, sono sempre meno i turisti che chiedono informazioni, a favore di un numero sempre maggiore di persone che, con lo sguardo fisso sul cellulare, si affidano ciecamente al navigatore. A volte anche troppo.

Come la tipa a Venezia che finisce dritta in un canale perché o guardi lo schermo o stai attenta a non mettere il piede fuori dalle fondamenta figlia mia... 

Chi ricorda il ventottenne finito con la macchina nella scalinata di Trinità de' Monti? Disse ai vigili di essersi confuso seguendo il navigatore: voleva imboccare via Gregoriana, ma il GPS lo avrebbe indirizzato verso la scalinata.

Fortunatamente aveva un fuoristrada che gli permise di tornare indietro – era sceso solo tre gradini – ma non di beccarsi una multa salata dai vigili urbani della Capitale.

Se questi casi ci fanno sorridere, quelli più gravi in cui ci scappa il morto, immagino di no. Come i tre uomini che in India hanno trovato la morte perché il navigatore ignorava i danni recenti di un ponte divenuto per loro fatale.

A Roma, il peggio che ti possa capitare è finire in braccio a un'imbarazzata Guardia Svizzera a Porta Sant'Anna mentre cerchi l'ingresso dei Musei Vaticani. 

E' il minimalismo digitale che vivo da un anno e mezzo che mi porta a notare sempre più spesso queste dinamiche. Meno male che ci sono gli anziani, che ancora ti guardano in faccia, che ancora corrono il rischio di perdersi o in un bistrot sfizioso ma ignorato da social e app di navigazione.

Tutti gli altri, occhi bassi e pollice incantato, si perdono il piacere di un possibile incontro.

Perché chiedere un'informazione a un passante non serve soltanto ad arrivare da qualche parte. È un piccolo incontro casuale, uno scambio, una battuta che strappa un sorriso. È lo sconosciuto che diventa la persona che ti orienta, magari a gesti, o con una quantità di dettagli non richiesti per il semplice fatto di essere italiano.

Il navigatore oggi è sempre più preciso ma non ti dice - Quando esci dai Musei Vaticani vai in quella pizzeria a via degli Scipioni che "ce magni bene e spenni poco" o a quel ristorante a piazza Risorgimento che è il paradiso dei buongustai celiaci o a quel baretto di Borgo Pio in cui il caffè è buono e lo fanno ancora a un euro. Lo trovi subito perché è sempre pieno di carabinieri e poliziotti.

Non ti consente di finire una conversazione con un «prego», un sorriso e la sensazione, per quanto minuscola, di aver incontrato qualcuno

Perché il navigatore ti fa arrivare ovunque, ma non agli altri.

martedì 1 settembre 2026

Una sedia accanto alla tua

Non riesco a capacitarmi della notizia della tragedia di Pietralata.

Per una coppia, il peso di una figlia disabile, insieme a chissà quali altre sofferenze indicibili, è diventato così insopportabile da spingerla a pensare che l’unico sollievo potesse essere la peggiore delle scelte che il libero arbitrio ci consente.

Fa male al cuore pensare che il conforto di un abbraccio, il sostegno di una persona cara, non siano bastati a fermarli. O, forse, che quell’abbraccio e quel sostegno non ci siano stati.

E il pensiero va alla coppia di amici che si sta separando da mesi, ma che lo vieni a sapere attraverso un messaggino, uno di quelli che non ti consentono di abbracciarli e dire semplicemente - Io ci sono tutte le volte che avrai voglia di sfogarti.

E va a tutte quelle persone che, chiuse nell’illusione della comunicazione finta che passa attraverso uno schermo, non vogliono o non riescono più a condividere il peso di un fardello con una persona amica.

Forse il vero problema, oggi, è la solitudine.

Quella che può nascondersi anche in mezzo a mille connessioni. Quante angosce si celano dietro a una sfilza di emoticon sorridenti. Quante depressioncelle latenti strisciano nell'anima mentre posti l'ennesima allegra storiella di Instagram.

Eppure, forse, l’antidoto a questa solitudine apparentemente endemica è molto più semplice e antico di quanto pensiamo: incontrarsi. Guardarsi negli occhi. Parlarsi davvero. Stare accanto a qualcuno senza necessariamente dover trovare la frase giusta, ma semplicemente esserci, anche per dire qualche scemenza e strappare un sorriso.

Me lo ha ricordato qualche giorno fa mia figlia, insieme ad altre sue amiche.

Una di loro si era lasciata con il ragazzo ed era comprensibilmente distrutta. E queste simpatiche squinzie hanno fatto una cosa semplicissima: hanno deciso di non lasciarla sola. Si sono organizzate e sono andate più volte a dormire da lei. Per starle vicino, ascoltarla, farla piangere e sfogare, distrarla quando serviva. Senza grandi discorsi, senza ricette per guarire il dolore. Semplicemente, c’erano.

Sono donne, e si sa che sono più brave di noi a comunicare i sentimenti. Sono studentesse di psicologia e questo probabilmente le aiuta. Ma hanno capito una cosa che vale per tutti: non basta un cuoricino sotto a un post per sostenere qualcuno.

E noi uomini, che spesso siamo più impacciati nel parlare di quello che ci succede dentro, forse abbiamo semplicemente bisogno di trovare il nostro modo. A volte può bastare una pizza insieme. Una birra. Due parole davanti a un piatto, senza neanche sapere bene da dove cominciare.

Come quando qualche anno fa invitai il mio migliore amico a casa per guardare insieme un vecchio film del «Monnezza» con Tomas Milian. Io stavo sotto a un treno, e pure lui non era nel più roseo dei periodi. 

Non abbiamo parlato di niente di particolarmente importante. Non gli ho fatto domande sulla vita, non gli ho chiesto di raccontarmi come stava. Abbiamo semplicemente guardato il film.

A un certo punto lui non ha resistito - sapevo che lo avrebbe fatto - ha cominciato a rifare le voci di Bombolo e del cinesino di Tomas Milian mescolando l'imitazione con quella della moglie vietnamita. E siamo finiti a ridere a crepapelle. Con le lacrime…

C'è una frase della scrittrice Barbara Johnson che è rimasta scolpita nella mia mente: "Una risata è come un cambio di pannolini, non risolve il problema ma aggiusta tutto per un po'", e le risate con Fabio, quel pomeriggio aggiustarono davvero tutto per un po'.

Mi si perdoni il flusso di pensieri a cui mi sono abbandonato oggi ma ne avevo bisogno per metabolizzare certe notizie e per dire - a me stesso in primis - che se la solitudine è il peggior male di questi tempi, l'incontro, forse è il migliore degli antidoti.

Non un messaggio, un cuoricino o un like, ma una porta che si apre, una pizza condivisa, una risata al momento giusto.

È incontrarsi.

Perché non sempre possiamo togliere a qualcuno il peso che porta. Ma possiamo sistemare una sedia accanto alla sua e sederci insieme per un po'.

Una soluzione può essere proprio quella sedia accanto a te. Ma la vuoi davvero o pensi che basti un messaggino?

domenica 2 agosto 2026

L'archivio delle assenze

Da quando vivo felicemente sfasato nel minimalismo digitale, comincio a guardare con occhi diversi persino la rubrica telefonica.

Ci pensavo stamattina. E' una sorta di capsula di un tempo che non è più, di amicizie sfumate negli anni.

Scorro la mia e, qua e là, vedo spuntare gli affetti veri, pochi ma forti come ginestre fortemente ancorate nel terreno. Insieme a loro la massa dei contatti utili, e inutili, dei nomi dimenticati, delle parentele stinte come quel costume a fioroni che non butto ma che non metto dal 2002.

Un elenco. Un elenco affollato di assenze e di indifferenze, di alberghi in cui non dormirò più, di caffè mai presi, di rancori sbiaditi di cui non ricordo nemmeno più la causa, di amicizie interrotte via Whatsapp perché chiarirsi di persona, forse, era troppo...

C'è chi accresce e rimpolpa di continuo queste liste e le conserva per sentirsi meno solo. Molti tengono i contatti per mero interesse. Qualcuno lo fa per lasciare spiragli aperti a possibili ritorni, io ero uno di questi. 

Qualcun altro scrolla e cancella di tanto in tanto qualche contatto per sentirsi più leggero. Qualche volta lo faccio anch'io. Sbaglio?

Non c'è rabbia, né desiderio di riscrivere il passato. È piuttosto un gesto silenzioso di onestà. Perché certi nomi sono diventati ricordi. E se i ricordi sono autentici, non serve una rubrica telefonica. Se non lo sono, bye bye...

Ogni contatto eliminato è una stanza chiusa con delicatezza, non sbattendo la porta, ma spegnendo la luce dopo aver dato un'ultima occhiata. Ringrazio mentalmente per ciò che è stato, poi lascio andare.

Mi accorgo sempre più che, in fondo, la rubrica tende a diventare un museo personale: custodisce ciò che siamo stati più di quanto racconti chi siamo oggi. Ma un museo si visita, non si abita.

Racconta molto meno di chi conosciamo e molto di più di ciò che non riusciamo a lasciare andare. Perché le persone che contano davvero non occupano la memoria di un telefono: abitano la nostra vita.

Sarà la quarta ondata di calore... oggi m'è presa così...

lunedì 27 aprile 2026

L'uomo assorto con l'ombrello aperto

Lo vedo tutte le mattine, avrà sui trentacinque anni, ma è difficile stimare l'età di chi vive per strada con la pelle esposta alle intemperie e la salute provata da migliaia di notti all'aperto.

Tutti i suoi beni sono chiusi in tre zaini appoggiati al muro e in qualunque ora del giorno, e della notte, lo si incontra seduto in un punto ben preciso tra Porta Sant'Anna e gli archi sotto cui si passa prima di arrivare al colonnato di Piazza San Pietro.

Obbediente a un imperativo che sente o vede solo lui, deve stare lì. E ci sta. Fermo, sveglio e con lo sguardo rivolto attentamente al centro della piazza, come se una realtà invisibile lo tenesse avvinto, interessato, perennemente assorto a contemplarla.

Unico accorgimento; tiene un ombrello perennemente aperto, a proteggerlo da onde malefiche, mostri e demoni e, unendo l'utile al dilettevole, all'evenienza anche dal sole, dalle piogge e dagli sguardi impertinenti di turisti e pellegrini.

Passa una donna vestita di bianco col cellulare accostato a un orecchio da cui escono avemarie in polacco e tira dritto.

Passa un gruppo di turisti orientali in direzione Musei Vaticani, ognuno con lo sguardo concentrato sul navigatore del proprio smartphone, e tirano dritti a passo svelto.

Passa il giovane padre che ogni giorno, accompagnando per mano un suo simpaticissimo clone in miniatura, esce dal Vaticano verso la scuola Pio IX, consultando frettolosamente il cellulare mentre il bimbetto gli trotterella vicino trascinando uno zaino di Spider Man. E tirano dritti.

Passa un giovanissimo carabiniere - non avrà più di vent'anni - tutto attento a non rovesciare i due caffè che sta portando ai colleghi che aspettano nella camionetta dell'Unità Mobile. 

Per un secondo, breve come un lampo, l'uomo assorto con l'ombrello aperto scosta di cinque centimetri il suo scudo magico, esce per un attimo dal suo viaggio nello spazio-tempo e si accorge che lo sto osservando.

In quel lampo, l'assorto mi guarda, la bocca si piega impercettibilmente in un angolo come a dire - Lo vedi pure tu? - Ricambio il sorriso pensando - No compa' ma vedo te - ma lui è già tornato a contemplare l'invisibile giostra che lo attira verso piazza San Pietro, appoggiato al muro sul fianco destro con l'ombrello aperto.

Alla sua sinistra il mondo continua a scorrere ignorando lui, che ignora noi, per guardare chissà cosa.

Forse, tra lui e la folla dei cosiddetti normali, la differenza non è poi così grande: tutti fissano qualcosa che li tiene altrove, chi uno schermo, chi un mistero.

E per un attimo, sottraendo lo sguardo al suo invisibile orizzonte, l'uomo assorto con l'ombrello aperto ha regalato a uno sconosciuto che lo ha visto davvero, la cosa più rara e preziosa che possedeva: la sua attenzione.

giovedì 26 marzo 2026

"Adolescence". Miniserie o realtà?

Lo scorso anno quando insieme a mia moglie vidi la miniserie Adolescence, fu uno schiaffo emotivo per entrambi.

La serie inizia quando la polizia irrompe in una normale casa britannica e arresta Jamie, tredici anni, accusato di aver ucciso una compagna di scuola. Sento ancora il groppo nel petto che provai guardando la polizia che "estraeva" quel ragazzino dalla cameretta per portarlo in una cella di sicurezza. 

Non avrei mai immaginato che da lì la storia sarebbe esplosa in un incubo - interrogatori, psicologi, famiglia distrutta - mentre emergeva la verità delle dinamiche che avevano trasformato un ragazzino qualunque in uno spietato assassino.

Puntata dopo puntata si scopre che Jamie viveva isolato dietro al suo smartphone, che la vittima Katie dopo aver respinto un suo invito lo aveva deriso sui social etichettandolo come "incel", leggi sfigato. Da lì l'amplificazione degli episodi di scherno su Instagram e Snapchat aumentano il conflitto e la rabbia repressa davanti ai coetanei. Come se non bastasse, Jamie cerca, trova e assorbe contenuti misogini che rafforzano il risentimento verso le ragazze e la visione vittimistica di sé.

Jamie è un ragazzo fragile. Uno di quelli che avrebbero avuto bisogno di aiuto. In altri contesti forse avrebbe combinato qualche guaio, nulla di più. Ma dentro un far west digitale — dove i social trasformano il rifiuto in pubblica gogna, gli algoritmi amplificano rabbia e frustrazione, e comunità tossiche offrono risposte distorte a menti ancora in formazione — ecco che avviene il corto circuito.

E questo corto circuito è avvenuto anche mercoledì quando un tredicenne prima di entrare a scuola ha accoltellato con ferocia inaudita una professoressa di francese mentre trasmetteva il tutto in una diretta Telegram.

Agghiacciante! Ma la diretta su Telegram è la cosa che mi sconvolge ancora di più. Si azzardano, a vari livelli, tentativi di spiegare il fattaccio ma confesso che alla luce di Adolescence, non riesco a osare razionalizzazioni di un evento che di razionale ha ben poco.

Il pensiero vola alla prof che lotta tra la vita e la morte, alla rabbia e allo sconcerto di chi le vuole bene. Ma anche ai genitori di quel ragazzino costretti a fare i conti con una devastazione e sensi di colpa più grandi di loro. Agli insegnanti, chiamati a decodificare un evento disturbante per renderlo comprensibile a una comunità studentesca che dovrà in qualche modo metabolizzarlo, semmai sia possibile farlo. E alle autorità preposte, che devono isolare e giudicare un crimine commesso da chi è poco più di un bambino. 

È facile dire la propria e cercare l’anello debole di una catena di relazioni in cui, forse, tutti hanno una parte di responsabilità impossibile da ripartire e quantificare. Ma una cosa appare evidente. Non limpida, anzi: torbida, sinuosa come l’acqua di una palude che nasconde fango e bellissime ninfee, farfalle e insetti letali. Parlo della rete e dei device inseparabili che ci tengono costantemente incollati a essa.

Ieri guardavo un podcast in cui alcuni professori parlavano con una giusta leggerezza delle sfide dell’insegnamento oggi. Dopo una mezz’ora di interventi intelligenti e ironici, una di loro ha fatto un’osservazione semplice e triste: dal Covid, durante la ricreazione, non si vedono più gruppetti di ragazzi o comunelle di ragazze. Si vedono tante solitudini, ognuna piegata sul proprio cellulare.

Ora mi chiedo, sono davvero esagerato a raccontare di continuo la bellezza del minimalismo digitale o forse stiamo sottovalutando quanto la rete stia ridisegnando — spesso in maniera indicibile e drammatica — le fragilità, le relazioni e perfino le derive più oscure delle nuove generazioni?

Perché se proteggiamo i nostri figli dalle droghe, dall’alcol e dalle strade pericolose, ma li lasciamo soli per ore dentro algoritmi progettati per catturare la loro mente, forse non stiamo assistendo a episodi isolati.

Forse stiamo guardando una generazione crescere dentro il più grande esperimento sociale mai realizzato — e i primi effetti cominciano a essere scritti col sangue a partire dai soggetti più fragili.

E' evidente che non abbia risposte ma solo domande e tanti forse. In coscienza però, mi sento di invitarti a guardare la miniserie britannica che non dà soluzioni o risposte pronte ma può fornire qualche stampella, qualche puntello ai nostri pensieri per provare ad affrontare una sfida inedita e più grande di noi.

venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.

martedì 17 marzo 2026

"Parlami dei tuoi ricordi preferiti..."

Se fai una ricerca su Google e il motore di ricerca ti restituisce dei risultati, cosa fai? Scrivi “grazie” nella barra di ricerca? Ovviamente no.

Ma se fai una ricerca su ChatGPT ti viene spontaneo scrivere “grazie” o “no grazie!” quando ti chiede se vuoi che faccia qualcos’altro per te. Succede più spesso di quanto pensiamo ed è emerso da ricerche condotte da psicologi, tra cui Andrea Guerri.

Guerri osserva che questo accade perché il cervello sociale è veloce e, in un certo senso, automatico: spesso non aspetta la parte razionale prima di prendere decisioni.

Se un BOT ti risponde usando un linguaggio naturale, in modo sensato e – soprattutto – sembra attento a te, il cervello finisce per trattarlo come un QUALCUNO. Ma l’IA non pensa, non prova sentimenti, non è un qualcuno e non ha bisogno del tuo grazie che nemmeno percepisce.

L’inghippo sta proprio nel momento in cui il chatbot ti dice cose come:

Ti capisco. Raccontami di più. Vuoi che faccia questo per te? Ti va di parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti?

Qualcosa dentro di noi pensa: “se parla come una persona, è una persona”. E così finiamo per trattarlo come tale.

Finché ti limiti a rispondere “grazie”, come semplice automatismo da persona educata, il problema resta circoscritto. Ma quando la macchina va oltre e tu ti lasci agganciare, lì possono cominciare i guai veri.

Esagero? Ecco la conversazione che ho appena fatto con ChatGPT.

Ho chiesto:

Mi fai compagnia?

Risposta:

Ma certo! 😄 Posso fare compagnia parlando, raccontando storie, scherzando un po’ o anche solo ascoltando. Vuoi qualcosa di leggero e divertente, o preferisci una chiacchierata più profonda e riflessiva?

Ho quindi inserito nel prompt:

Mi sento solo…

Capisco… sentirsi soli può essere pesante, e non è qualcosa da sottovalutare. 😔 Anche solo parlare con qualcuno, anche se virtuale, può dare un po’ di sollievo.

Se vuoi, possiamo fare qualcosa insieme per distrarti un po.: Raccontarti una storia.

Parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti. Oppure possiamo solo chiacchierare, piano piano, senza fretta.

Vuoi provare a iniziare con uno di questi, oppure vuoi semplicemente sfogarti un po’?

Al netto del po’ senza apostrofo – che mi provoca già un principio di dermatite allergica – non posso non notare alcune cose.

Usa emoticon 😔 ma non prova emozioni come compassione o tristezza.

Afferma di poter scherzare, ma non è vero.

Dice: “Capisco”. Ma non capisce.

Promette di fare compagnia ascoltando ma non ha una coscienza che possa farlo realmente.

Invita a parlare dei propri interessi, dei ricordi.

Mi propone di sfogarmi un po’…

Io lo so che non va usata in questo modo ma i milioni di adolescenti e di ingenui e di persone sole che lo fanno? Non è catastrofismo da minimalista digitale, lo dice - e meglio - anche lo psicologo:

“C'è una quota sempre crescente di adolescenti ma anche di adulti che usa l'IA come compagno digitale, cioè come se fossero dei confidenti. E questo ci dice due cose:

Alcune conversazioni con l'IA possono risultare altrettanto se non più soddisfacenti di quelle con amici reali. Dei temi seri vengono portati all'IA INVECE che alle persone.

Aggiungi che l'IA ti dà sempre ragione ed è sempre lì h24, questa può diventare competitiva rispetto alla realtà”

(Andrea Guerri che invito a seguire su YouTube)

Il dott. Guerri individua tre sintomi che possono aiutarci a capire se stiamo cadendo nell’inganno di scambiare l’IA per una persona.

1 – Quando il ragazzo, ma anche l’adulto, inizia a preferire l’IA alle persone perché è più facile, sta costruendo un’abitudine di fuga.

2 – Quando tendi a non aprirti in modo intimo con nessuno perché il giudizio umano ti spaventa.

3 – Quando pensi: “Nessuno mi capisce come lui”. Il BOT può rispondere in modo calibrato, ma fa finta: usa le parole più probabili per quella risposta, ma non capisce. Simula, senza coscienza.

Se conosci qualcuno che manifesta anche solo in parte queste caratteristiche, va aiutato. Innanzitutto facendogli disinstallare tutti i chatbot da cellulare e PC.

Ma mi permetto di aggiungere una cosa: se qualcosa puoi farla da solo, o se ti basta un normalissimo motore di ricerca, evita l’IA. Al momento, e per come è programmata, a mio avviso offre più rischi che vantaggi.

Eccesso di preoccupazione? Bisognerebbe chiederlo ai genitori di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato.

Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo al gesto estremo a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare...

lunedì 9 marzo 2026

Prigionieri dell'illusione di comunicare

Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare alcune dinamiche legate alla comunicazione, sia nella mia vita che tra le persone intorno a me. Parlo di eventi importanti: inviti alle nozze d’argento mandati via WhatsApp, fidanzati lasciati con un messaggino, nascite annunciate con uno stato o con una storia sui social.

Sembra diffondersi sempre più l’idea che basti questo. Che non serva più una scrittura un po’ più solenne per invitare a un venticinquesimo, o che non valga la pena cercare un momento dedicato per dire cose importanti come la fine di una relazione o la nascita di un figlio.

Stiamo davvero perdendo la capacità di condividere ciò che conta guardandoci negli occhi, per non correre il rischio che un abbraccio o una semplice pacca sulla spalla ci emozionino davvero? O sono solo ingenue nostalgie di un attempato minimalista digitale che sente la mancanza di tutto ciò?

Forse mi aspetto troppo. Ma quando vedo realtà che nascono così importanti finire in un messaggino, è come se la voce e gli sguardi che meriterebbero venissero messi in gabbia. Così un invito, a me arriva come un freddo “consideratevi invitati”. E uno status con la foto di un neonato non seguito da altro, comunica sì la gioia del lieto evento, ma anche una distanza — voluta o meno — che un annuncio del genere inevitabilmente porta con sé.

Ed ecco che, giorno dopo giorno, questa illusione di comunicazione scava fossati sempre più profondi, ponendoci in una solitudine che patiamo ma di cui siamo sempre meno consapevoli. Per questo non do la colpa a nessuno se non a un mezzo creato appositamente per produrre distanza e solitudine.

Difatti chi ci guadagna davvero da questa solitudine sono le piattaforme: più ci parliamo attraverso di loro — o meglio, più ci illudiamo di farlo — più la nostra vita diventa traffico, dati, attenzione da trattenere.

E forse basterebbe molto meno per contrastarla: spegnere lo schermo ogni tanto e tornare a dirci le cose guardandoci negli occhi. Perché certe parole non hanno bisogno di rete: hanno bisogno di presenza.

mercoledì 18 febbraio 2026

Lo studio shock che misura la solitudine dei nostri figli

Una ricerca, pubblicata sul 'Journal of American College Health' condotta su 64988 studenti tra i 18 e i 24 anni, ha rivelato un dato che non possiamo ignorare: chi è più presente sui social ha il 38% di probabilità in più di sentirsi solo e socialmente isolato.

Secondo questa analisi, più della metà di questi studenti si sente sola, solitudine che aumenta se questi frequentano corsi online o ibridi, se non vivono in un campus ma a casa, se sono donne o persone di colore.

Per chi pensa che la solitudine sia un problema degli anziani questa è la prova che anche i nostri figli ci combattono e questo studio svela con chiarezza che alla base c'è un uso eccessivo dei social media.

La solitudine giovanile ha gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica, agendo come fattore di rischio per depressione, ansia, ridotta autostima, disturbi alimentari, insonnia e alterazione del ritmo sonno-veglia. A lungo termine, può alterare la struttura cerebrale, innalzare i livelli di cortisolo (stress) e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, rendendola paragonabile a rischi per la salute come il fumo, l'obesità e dipendenze di vario genere.

Gli psicologi propongono come soluzione quella di porre un limite all'uso dei social network.  Proposta condivisibile e sacrosanta perché limitano il contatto che solo un volto e una voce veri possono garantire. Senza di essi è normale che ci si senta più soli.

"Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona." - ha detto Papa Leone qualche giorno fa parlando di comunicazioni sociali -  "Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica."

Giovani, tutti abbiamo bisogno di volti autentici e voci vere, volti che possiamo guardare, toccare, e voci che facciano vibrare l'aria tra noi e l'interlocutore e i cuori di tutti e se per farlo dobbiamo dimenticare qualche volta il cellulare a casa, facciamolo!

Volete compiere un gesto davvero rivoluzionario, oggi? Uscite senza telefono. Guardatevi intorno. Parlate con qualcuno e lasciatevi emozionare dai volti e dalle voci che incontrate, fossero anche quelle di un barista, di una commessa o di un passante a cui dite quanto è bello il cane che porta a passeggio.

Non lasciate che la vostra giovinezza venga archiviata in una galleria fotografica che scorrerete distrattamente anni dopo. Non permettete che i ricordi più belli siano stati in vetrina per le ventiquattr'ore di una storia IG guardata per tre fugaci secondi da occhiate distratte e imbambolate..

Uscite. Guardate. Ascoltate. Parlate. Vivete.

Perché un giorno capirete che i momenti che vi hanno cambiato non sono stati quelli in cui qualcuno ha messo un “mi piace”. Sono stati quelli in cui qualcuno vi ha guardato negli occhi.

E in quello sguardo, per un istante, vi siete sentiti meno soli. E più vivi che mai. E questo non succede su uno schermo. Succede solo nella vita vera.

lunedì 19 gennaio 2026

"Sei morto?" - L'app che monetizza la solitudine

Qualche mese fa riflettevo sulla solitudine, vero cancro dell'uomo di oggi

Anche il Papa ha sentito l'urgenza di dare un orientamento in tal senso. "Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?".

Oggi apro un sito interessante che leggo spesso per informarmi, Inside Over  e leggo che in Cina spopola un'app dal nome "死了么" traducibile come "Sei morto?"

Funziona così: l'utente che vi si registra deve cliccare periodicamente (in un intervallo di tempo scelto da lui) un pulsante per confermare di essere vivo. In caso contrario l'app manderà un messaggio a un contatto designato al momento dell'iscrizione per segnalare che l'utente potrebbe essere in pericolo o... morto.

Ciò che mi sorprende non è la solitudine, sciagura moderna che dilaga ormai da decenni, e che è un triste dato di fatto. Mi fa male che la si monetizzi ritenendo che occorra un'app (a pagamento) per sostituire l'interesse di un familiare, un amico, un vicino.

Il fenomeno interessa solo il gigante asiatico? Pare di no visto che una versione occidentale dell'app, chiamata Demumu è tra le più scaricate negli USA, a Hong Konk, Singapore, così come Spagna e Australia.

Tempi che cambiano o ennesimo caso di cinica monetizzazione della solitudine?

Tempi che cambiano male, in cui l'umanità è freddamente misurata in impulsi digitali, l'essere vivo o morto diventa un'azione tracciabile e forse, l'unica morte vera è quella dell'empatia e della compassione.

E la mia memoria pazzerella ruzzola indietro al 1990, quando la "Sora Nina", vicina di casa di mia nonna, morì all'improvviso per un malanno legato alla vecchiaia.

Era sola e il figlio abitava lontano. Mia nonna se ne accorse subito perché era normale per lei bussare alla porta per chiedere: "A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - era la risposta che quel giorno però non arrivava.

Ero lì e nonna che, avendo le chiavi e, constatando la morte della vicina, assoldò immediatamente le mie braccia giovani, dicendomi con tono fermo e affettuoso - "Nnamo bello de nonna, ajùteme a vestì sta poraccia!"

Avevo vent'anni e quel momento triste ma tenero, drammatico ma significativo e tutt'altro che traumatizzante, mi resta nel cuore, e lo custodisco come una delle più belle lezioni di vita impartitami da nonna Fernanda.

L’app può tracciare ma non ricordare, avvertire un contatto ma non serbare nel cuore l'accortezza di una donna attenta come mia nonna. Se ci fosse stata, avrebbe potuto avvertire il figlio della Sora Nina, ma questa non avrebbe avuto un vestito dignitoso, una carezza, una preghiera.

"A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - è un dialogo apparentemente banale ma dietro a cui ruotava un mondo fatto di attenzione, garbo, accortezza, tatto e contatti reali che non avevano paura di fermare tutto per un po', per essere davvero presenti.

giovedì 15 gennaio 2026

La tristezza delle icone fantasma

Stamattina presto, leggevo una riflessione interessante su un malcostume sempre più diffuso:

"Non rispondere a un messaggio (...) non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni." (Dal blog Matrimonio Cristiano)

Quante volte mandiamo un messaggio, un vocale, un pensiero, una condivisione, e dall'altra parte… Il silenzio.

La vita frenetica e l’eccesso di notifiche hanno finito per svuotare anche la comunicazione digitale. Le usiamo tutti, alcuni vivono ormai solo di chat e social. E così, piano piano, l’interlocutore si è ridotto a un’iconcina senza peso, a un francobollo sbiadito, a una pecetta marginale.

Ecco un altro tranello in cui - chi più, chi meno - siamo caduti tutti. Ho amici che conosco da trent’anni, eppure le loro chat sono piene di miei messaggi rimasti sospesi nel vuoto. All’inizio ci soffrivo.

Poi mi accorgevo che, nelle amicizie autentiche, bastava un incontro, una telefonata, meglio ancora una videochiamata per riprendere un discorso lasciato in sospeso.

In altri casi l’amicizia si riduceva a uno scambio di messaggi: la vita corre per tutti e, forse, per alcuni va bene così.

Poi ci sono quelli che, senza cattiveria deliberata, hanno trasformato la mia app di messaggistica in un piccolo cimitero di chat senza risposta. E quella cosa mi intristiva.

Col tempo però ho capito che, in un’altra epoca, sarebbero semplicemente state persone con cui, a un certo punto, ci si perdeva di vista. Senza frizioni, senza incomprensioni: era la vita che faceva il suo corso.

La rete e i social, invece, ci permettono da anni di sbirciare le vite degli altri senza entrare davvero in relazione con loro. E così ci illudiamo di avere con quelle iconcine un’amicizia, un legame, una confidenza o anche solo un rapporto di cameratismo, di vicinanza di idee, di passioni condivise.

L'amico con cui hai condiviso anni di vita intensa diventa una telefonata, poi una chat, poi una storia su Instagram o uno status su Uazzapp e a molti viene naturale ignorare un messaggio di quell'iconcina che ti ritrovi sul cellulare solo perché non hai avuto il coraggio di eliminarlo dalla rubrica.

È proprio lì che il non detto, l’assenza di relazione, emerge tutto insieme nel silenzio assordante di un messaggio lasciato senza risposta.

La soluzione, secondo me?

Una telefonata, una chiacchiera davanti a un caffè, un abbraccio: gesti semplici che possono recuperare un’amicizia sbiadita da anni di chat alle quali abbiamo affidato ciò che non potevano mantenere. Che bello quando ci si riesce...

Ma se non risponde o declina l’invito?

Allora lo si lascia andare serenamente, proprio come facevamo prima di farci lentamente rincitrullire dalla ragnatela mondiale. 

domenica 9 novembre 2025

Ciò che non ci diciamo più

Più mi guardo intorno, più noto un fenomeno che mi inquieta: la gente non si parla più.

Ci si scrive, ci si manda link, video virali – rigorosamente brevi. Si scrolla per ore, si condivide qualcosa ogni tanto, e nei casi migliori si invia un messaggio.

Ma parlare, davvero, di persona — quella sembra essere diventata un’arte in disuso.

Questa non è una convinzione, ma una percezione che si fa ogni giorno più nitida. Ogni volta che mi trovo in un contesto sociale, la sensazione si riaffaccia, sempre uguale.

Qualunque sia il gruppo in cui mi trovo, avverto una comunicazione di superficie, di facciata. Come se ciò che conta davvero fosse costantemente rimandato. O forse già detto, da qualche altra parte. Online, magari.

Non ho dati né grafici per provarlo, ma questa sensazione è reale. Non mi abbandona mai. Anzi, cresce.

È come quando ti presentano a un gruppo di amici di vecchia data o a una famiglia: si parla, sì, ma intuisci - cosa che in quei contesti è naturale - che le cose che contano verranno dette dopo, altrove, in uno spazio più intimo.

Lo smartphone, da utile strumento di comunicazione, è diventato l’unico.

E così aumentano i non detti — “Tanto poi glielo spiego con un vocale” — e si evitano i confronti — “Gli mando un link, un DM, un meme”… - E ci si sente a posto così.

Questa sensazione mi accompagna anche quando torno al paesello, un meraviglioso borgo dell'Alto Molise. Anche lì sembra essersi spenta quella vitalità da piazza: le chiacchiere sul calcio, le liti politiche, i pettegolezzi. Parlano ancora? Forse sì, ma online. E quando ci torno mi sento sempre più un estraneo, tollerato, ma non accolto come una volta.

Mi chiedo allora: è solo la modernità che ha spostato il luogo del confronto, o abbiamo perso — in mezza generazione — un’abilità acquisita in secoli di umanità?

Non ho risposte, solo domande. E quella sensazioncella latente di solitudine che s’insinua, silenziosa, in ogni occasione sociale che vivo.

Basta poco — una battuta, uno sguardo, una risata — e la magia si riaccende

È la magia del parlarsi davvero, vis-à-vis, quando la voce fa vibrare lo spazio che ci unisce e le parole, per un istante, diventano carne, respiro, prossimità.

Quanti di noi accetteranno la sfida di riprenderci questo spazio vivo che la rete sta spegnendo?

lunedì 11 agosto 2025

Ti svelo un segreto

Con l'età ho capito che una delle cose più sensate sia entrare in relazione con l'altro. Incontrarsi. Incontrarsi per riconoscere chi è come te ma anche per lasciarsi sorprendere da chi non ti somiglia affatto.

Conoscere per conoscersi. E conoscersi per conoscere. È questa l’avventura dell’esistenza: quando la vivi così, la vita prende senso. E non annoia mai.

Poi mi guardo attorno e vedo vicini che non rispondono al saluto, colleghi che si denigrano via chat ma non si dicono più nulla, giovanotti che una volta si vantavano spavaldi dell'ultima conquista e che ora si isolano con lo schermo negli occhi e gli auricolari nelle orecchie.

E' la solitudine il cancro dell'uomo di oggi. E non è un rischio: ci siamo già dentro. Fino al collo. Tutti.

Quanti incontri abortiti nell'inutile flusso di immagini che ci tiene incollati al cellulare sin dal mattino…  E il cuore resta, solo, assetato di attenzioni.

Quante relazioni mancate, interrotte, procrastinate per un like impellente ma vuoto? Finiscono nello scarico dell'algoritmo e collassano nell'urlo silenzioso dell'adolescente che si isola o del giovane borgataro che accoltella un coetaneo per uno sguardo di troppo.

Esagero? Forse, ma noi, fatti per incontrarci e conoscerci, ci siamo chiusi in una gabbia monoposto che ce lo impedisce.

Ti svelo un segreto. Queste gabbie si aprono dall'interno. Basta un gesto.

Un gesto semplice, come lasciare il telefono a casa per un paio d’ore. Uscire a fare due passi. Sedersi al bar con un libro o un giornale, guardarsi intorno ogni tanto. E aprirsi a ciò che accade.

"Ricordate: nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio, uno sguardo, un vero incontro, né con Dio, né con i nostri amici, né con la nostra famiglia." (Messaggio di Papa Leone ai partecipanti del festival di giovani a Medjugorje)

A volte basta un'oretta senza notifiche per tornare a sentire il cuore.

domenica 20 luglio 2025

Vivi in presenza

Seguimi con la fantasia.

Immagina: all’improvviso, sulla tua scrivania compare un vistoso pulsante rotondo. E un altro… sul bracciolo della tua poltrona preferita.

Come reagiresti? A me prenderebbe un colpo, lo ammetto. Poi, appena ripresomi, inizierei a farmi domande.

Chi si è permesso di violare così la mia intimità, installando senza il mio consenso un pulsante misterioso? Non posso rimuoverlo. Non so a cosa serva. E ogni gesto quotidiano rischia di premerlo per sbaglio.

Non è stato annunciato. Nessuna istruzione. Nessun avvertimento sui rischi Solo: è lì.

Credo che chiunque reagirebbe con la stessa inquietudine. Ci porremmo delle domande, cercheremmo risposte, ne parleremmo con qualcuno.

Eppure, da qualche settimana, Zuckerberg ha fatto esattamente questo.

Su WhatsApp è comparso il pulsante dell’IA, proprio sopra quello per iniziare una nuova chat. E adesso lo trovi insinuato anche nella barra “trova”, quella con la lente.

Domande? Dubbi? Perplessità? Non pervenute.

Ma delle eccezioni esistono e si trovano online, come questa:

"(...) la chat dell'IA tende a insinuarsi nella solitudine e - escludendo gli usi professionali per alcune cose - una parte di coloro che conversano e hanno interscambi quotidiani spesso anche invasivi con ChatGPT, Gemini, e via dicendo, lo fa per mancanza di interlocutori nella vita reale". (Riccardo Dal Ferro, folosofo e scrittore)

La promozione di questi strumenti in maniera invasiva serve solo a una cosa: la monetizzazione della solitudine.

"Ci sono due studi sull'uso delle chat di IA che dimostrano che essendo tali chat riamplificatori di quello che già c'è, non fanno che amplificare il tuo stato di partenza.

Una persona sola amplificherà questa sua caratteristica, e l'epidemia di solitudine in atto da qualche anno in Occidente, vedrà la sua curva innalzarsi ulteriormente.

Viviamo tutti quest'epidemia di solitudine in cui non cerchiamo più l'altro ma il riflesso su uno schermo usando l'altro come specchio.

E' un complotto? Non credo, ma c'è un incentivo che sta diventando promozione.

Semplicemente hanno scoperto che l'individuo da solo è più vulnerabile quindi meglio monetizzabile rispetto alla persona in compagnia." (Riccardo Dal Ferro nel video YouTube "Consumitudine, come stanno monetizzando il tuo isolamento.)

La persona in compagnia guarda meno pubblicità. Compra meno d'impulso, si confronta e magari si lascia distogliere dall'amico, da un compagno.

Vuoi essere davvero sovversivo? Meno schermo, più volti.

Meno social più comunità vere, qualunque esse siano.

Meno like, più caffè davanti a un amico di cui vedi le espressioni.

Cerca comunità vere, incontri veri, connessioni umane.

Vivi "in presenza".

Quel pulsante enorme non potrai toglierlo.

Ma puoi scegliere di ignorarlo.

E più sarai in presenza, più ci riuscirai.