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lunedì 12 ottobre 2026

Pro viris

Il minimalismo digitale che vivo da quasi due anni, ogni giorno che passa, mi porta a scorgere, e a gustarmi, particolari che prima non notavo.

Mi succede sempre più spesso. Noto persone, gesti, ma anche cose che prima mi passavano davanti non viste perché ero occupato, come tutti, a scrollare la timeline di Faccialibro o di Istagrammo.

È successo anche stamattina, nella "capatina" che faccio solitamente prima del lavoro alla chiesa di Santo Spirito in Sassia. Vicino alla porta di uscita notavo una lapide nel pavimento a cui non avevo mai fatto caso prima.

Una lapide tombale in marmo inserita nel mattonato, con un'iscrizione latina consumata da chissà quanti milioni di passi: "PRO VIRIS", per gli uomini.

Era tipico, nelle chiese antiche, realizzare sepolcri con lastre separate per gli uomini (pro viris) o per le donne (pro mulieribus) o per i bambini (pro infantibus).

Al netto del senso di questa suddivisione, legata probabilmente alle consuetudini funerarie dell'epoca, ciò che mi ha colpito è stata l'esistenza di una sepoltura dedicata agli uomini in quanto maschi. Al maschile, insomma. Non a una professione, a un titolo, a un ruolo sociale, ma semplicemente agli uomini.

E nel mio cervello iperattivo ha cominciato a frullare la domanda: oggi, chi si prende cura del maschile?

Non parlo di maschilismo o di rivendicazioni di genere. Parlo di noi uomini. Della nostra interiorità, delle fragilità e delle  paure che ci teniamo dentro. Di tutto ciò che spesso rimane nascosto dietro al ruolo che ricopriamo, alle aspettative che gli altri, e talvolta noi stessi, ci mettiamo sulle spalle.

Sul web, o in edicola per chi ancora legge il cartaceo, trovo riviste maschili che spiegano come sviluppare i muscoli, come prenderci cura del corpo affinché sia sano, efficiente e performante, persino bello. Ci insegnano come conquistare una donna, come aumentare la produttività, quali integratori prendere dopo una certa età, come raggiungere obiettivi, avere successo. E poi i soliti consigli da life coach per diventare uomini vincenti, sicuri di sé, capaci di affrontare ogni sfida.

Tutto bello per carità.

Ma chi mi consiglia cosa fare quando mi sento inadeguato nel proteggere la mia famiglia, quando non mi sento abbastanza? Quando sono stanco ma non mi posso fermare? Quando le forze scarseggiano, il cuore è pesante ma - Tutto a posto. Grazie! - mentre avresti avuto bisogno di qualcuno che si accorgesse davvero che eri sfinito?

Perché un uomo non parla di ciò che prova. Non perché non voglia farlo ma perché non ha mai imparato come. Ci insegnano fin da piccoli a temere il giudizio, a evitare di preoccupare chi ami, a non perdere credibilità, a trovare soluzioni senza cedere. E questo, un po', è anche nella nostra natura.

Allora nascondiamo la stanchezza dietro all'ironia, la paura dietro la rabbia, la tristezza dietro il silenzio.

"Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce" - dice un'inflazionata citazione di cui anche il web ignora la fonte. Ma ne condivido il senso. E la riporto qui per dire che non mi sto riferendo agli alberi cadenti degli uomini violenti, ma alle foreste silenziose degli uomini per bene, degli uomini buoni che costruiscono la società in cui viviamo.

E torno col pensiero a quel semplice PRO VIRIS scolpito nel marmo di una lapide nascosta in una chiesa romana. E mi ha fatto pensare a quanto poco, forse, la gente sia abituata a fermarsi a guardare gli uomini oltre ciò che sanno fare, oltre ciò che producono, oltre ciò che riescono a sostenere.

Quando è capitato a me, di sentirmi "coi baffi a terra" ho avuto la fortuna di una sposa, e un amico (facciamo due va...) che hanno accolto le mie fragilità senza giudizio, che mi hanno sostenuto aiutandomi a trovare la forza e le soluzioni per tornare a essere "in gamba". Ma quanti uomini non hanno questa fortuna?

I più, affrontano le proprie tempeste in silenzio e solitudine, convinti di dovercela fare da soli. Quanti hanno qualcuno a cui dire - Mi sento uno straccio! Non ce la faccio! - senza sentirsi sbagliati? E quanti di questi finiscono a dormire in una macchina o per strada?

Forse dovremmo cominciare proprio da qui: alzare un po’ più spesso gli occhi dallo schermo e posarli davvero sulle persone che ci stanno accanto, imparando a cogliere anche ciò che non dicono.

Perché a volte, un paio di occhiaie, una testa bassa e dei pantaloni sdrucidi, parlano più di mille richieste d'aiuto.

venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.