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mercoledì 18 febbraio 2026

Lo studio shock che misura la solitudine dei nostri figli

Una ricerca, pubblicata sul 'Journal of American College Health' condotta su 64988 studenti tra i 18 e i 24 anni, ha rivelato un dato che non possiamo ignorare: chi è più presente sui social ha il 38% di probabilità in più di sentirsi solo e socialmente isolato.

Secondo questa analisi, più della metà di questi studenti si sente sola, solitudine che aumenta se questi frequentano corsi online o ibridi, se non vivono in un campus ma a casa, se sono donne o persone di colore.

Per chi pensa che la solitudine sia un problema degli anziani questa è la prova che anche i nostri figli ci combattono e questo studio svela con chiarezza che alla base c'è un uso eccessivo dei social media.

La solitudine giovanile ha gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica, agendo come fattore di rischio per depressione, ansia, ridotta autostima, disturbi alimentari, insonnia e alterazione del ritmo sonno-veglia. A lungo termine, può alterare la struttura cerebrale, innalzare i livelli di cortisolo (stress) e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, rendendola paragonabile a rischi per la salute come il fumo, l'obesità e dipendenze di vario genere.

Gli psicologi propongono come soluzione quella di porre un limite all'uso dei social network.  Proposta condivisibile e sacrosanta perché limitano il contatto che solo un volto e una voce veri possono garantire. Senza di essi è normale che ci si senta più soli.

"Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona." - ha detto Papa Leone qualche giorno fa parlando di comunicazioni sociali -  "Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica."

Giovani, tutti abbiamo bisogno di volti autentici e voci vere, volti che possiamo guardare, toccare, e voci che facciano vibrare l'aria tra noi e l'interlocutore e i cuori di tutti e se per farlo dobbiamo dimenticare qualche volta il cellulare a casa, facciamolo!

Volete compiere un gesto davvero rivoluzionario, oggi? Uscite senza telefono. Guardatevi intorno. Parlate con qualcuno e lasciatevi emozionare dai volti e dalle voci che incontrate, fossero anche quelle di un barista, di una commessa o di un passante a cui dite quanto è bello il cane che porta a passeggio.

Non lasciate che la vostra giovinezza venga archiviata in una galleria fotografica che scorrerete distrattamente anni dopo. Non permettete che i ricordi più belli siano stati in vetrina per le ventiquattr'ore di una storia IG guardata per tre fugaci secondi da occhiate distratte e imbambolate..

Uscite. Guardate. Ascoltate. Parlate. Vivete.

Perché un giorno capirete che i momenti che vi hanno cambiato non sono stati quelli in cui qualcuno ha messo un “mi piace”. Sono stati quelli in cui qualcuno vi ha guardato negli occhi.

E in quello sguardo, per un istante, vi siete sentiti meno soli. E più vivi che mai. E questo non succede su uno schermo. Succede solo nella vita vera.

mercoledì 10 dicembre 2025

Segnaposti sonori in cerca di senso

Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi. Sembrano nomi di protagonisti di una saga fantasy.

Alcuni di essi sono arrivati alle mie orecchie di minimalista digitale attempato, apprendendo la notizia dei cantanti scelti da Carlo Conti per il prossimo festival di Sanremo.

In effetti sono colleghi dei più famosi Rkomi, Bresh, e del notissimo (ahimè) Fedez e, forse, funzionano proprio per lo stesso motivo per cui funzionerebbero in una saga fantasy.

Non indicano età, genere, provenienza geografica. Sono etichette di un'entità astratta, nomi dal suono alieno. Non vogliono sembrare reali e sembrano progettati per esprimere un personaggio più che una persona.

Non so, e non pretendo di spiegare se dietro a questi nomi ci sia la creatività di chi vuole esprimere qualcosa di nuovo, il giovane dall'animo celato che in qualche modo si protegge, o se si tratti di mero marketing discografico.

Ma osservo e ciò che noto sono artisti che vogliono sembrare altro, non appartenere a un luogo, a un tempo, ma che finiscono per creare una micro famiglia di nomi artistici italiani che funzionano come nomi fantasy.

Nomi che sembrano universali ma che alla fine funzionano come segni tribali. “Si chiamano tutti allo stesso modo” - commentavo giorni fa con mia moglie - ma forse siamo noi a non possedere il dizionario simbolico necessario per distinguerli.

Sembrano delle rune, segni simbolici che però facciamo fatica a leggere. Una runa non racconta una storia, non spiega un’origine, non descrive una persona: segna una presenza. Dice “c’è qualcosa qui”, non “ecco chi è”.

Forse è proprio la nostra generazione ad aver consegnato alla loro, tempi poco leggibili, ad averli irresponsabilmente buttati in un mondo digitale che crea più ansia che senso di libertà. Un mondo in cui vale tutto e puoi essere tutto e il contrario di tutto. E alla fine non sai più che sei. Chissà...

E allora, forse, Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi, non sono grida di originalità ma dei segnaposti che dicono - sono qua ma non so ancora cosa significhi esserlo. Sono qua ma non so chi sono.

E la colpa è anche un po' nostra.

giovedì 9 ottobre 2025

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.

In giro si vedono sempre più ragazzi con le cuffie.

Non parlo degli auricolari che usiamo un po’ tutti, ma di quelle grandi cuffie che ricordano quelle degli stereo anni ’80. Solo che oggi sono qualcosa di più.

Molti liquidano il fenomeno con un’alzata di spalle: “sono i soliti adolescenti che si isolano”. Forse.

Altri dicono che lo facevamo anche noi quando andavamo in giro con il walkman e le cuffiette. Ci creavamo una nostra personale colonna sonora di una vita che percepivamo come imposta. Forse lo fanno anche loro. Forse.

Ma secondo me c'è di più.

I loro sguardi bassi ricordano i nostri, quando ci estraniavamo con Baglioni o Michael Jackson a palla nelle orecchie. Ma più li osservo, più noto che in quei volti c'è qualcosa di diverso.

Vedo un'ansia e una paura che noi non avevamo. Sembrano in apnea.

Come se quelle cuffie fossero una bombola d’ossigeno, necessaria per resistere fuori dalla rete, giusto il tempo di tornare online appena arrivano a destinazione, per ubbidire all’urgenza di fissare lo schermo, di scrollare, di rituffarsi nel flusso.

E' solo la mia impressione.

Intanto, però, gli studi parlano chiaro: cresce in modo vertiginoso il fenomeno del peer phubbingignorare chi ci sta accanto per guardare il telefono —, direttamente collegato alla dipendenza da smartphone (fonte).

E così, mentre il mondo reale scorre accanto a loro — fatto di odori, di sguardi, di silenzi e di incontri — loro restano sospesi in una realtà filtrata, levigata, dove il peso dello spazio e del tempo sembra sospeso.

Non si isolano per scelta, ma perché la rete li trattiene dolcemente, come una ragnatela invisibile e attraente. Sono connessi a tutto, ma disconnessi da sé stessi.

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.