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venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.

giovedì 15 gennaio 2026

La tristezza delle icone fantasma

Stamattina presto, leggevo una riflessione interessante su un malcostume sempre più diffuso:

"Non rispondere a un messaggio (...) non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni." (Dal blog Matrimonio Cristiano)

Quante volte mandiamo un messaggio, un vocale, un pensiero, una condivisione, e dall'altra parte… Il silenzio.

La vita frenetica e l’eccesso di notifiche hanno finito per svuotare anche la comunicazione digitale. Le usiamo tutti, alcuni vivono ormai solo di chat e social. E così, piano piano, l’interlocutore si è ridotto a un’iconcina senza peso, a un francobollo sbiadito, a una pecetta marginale.

Ecco un altro tranello in cui - chi più, chi meno - siamo caduti tutti. Ho amici che conosco da trent’anni, eppure le loro chat sono piene di miei messaggi rimasti sospesi nel vuoto. All’inizio ci soffrivo.

Poi mi accorgevo che, nelle amicizie autentiche, bastava un incontro, una telefonata, meglio ancora una videochiamata per riprendere un discorso lasciato in sospeso.

In altri casi l’amicizia si riduceva a uno scambio di messaggi: la vita corre per tutti e, forse, per alcuni va bene così.

Poi ci sono quelli che, senza cattiveria deliberata, hanno trasformato la mia app di messaggistica in un piccolo cimitero di chat senza risposta. E quella cosa mi intristiva.

Col tempo però ho capito che, in un’altra epoca, sarebbero semplicemente state persone con cui, a un certo punto, ci si perdeva di vista. Senza frizioni, senza incomprensioni: era la vita che faceva il suo corso.

La rete e i social, invece, ci permettono da anni di sbirciare le vite degli altri senza entrare davvero in relazione con loro. E così ci illudiamo di avere con quelle iconcine un’amicizia, un legame, una confidenza o anche solo un rapporto di cameratismo, di vicinanza di idee, di passioni condivise.

L'amico con cui hai condiviso anni di vita intensa diventa una telefonata, poi una chat, poi una storia su Instagram o uno status su Uazzapp e a molti viene naturale ignorare un messaggio di quell'iconcina che ti ritrovi sul cellulare solo perché non hai avuto il coraggio di eliminarlo dalla rubrica.

È proprio lì che il non detto, l’assenza di relazione, emerge tutto insieme nel silenzio assordante di un messaggio lasciato senza risposta.

La soluzione, secondo me?

Una telefonata, una chiacchiera davanti a un caffè, un abbraccio: gesti semplici che possono recuperare un’amicizia sbiadita da anni di chat alle quali abbiamo affidato ciò che non potevano mantenere. Che bello quando ci si riesce...

Ma se non risponde o declina l’invito?

Allora lo si lascia andare serenamente, proprio come facevamo prima di farci lentamente rincitrullire dalla ragnatela mondiale.