Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.
Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.
Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.
Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.
Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.
Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.
Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.
Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.
Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...
E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.
Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.
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