Lo scorso anno quando insieme a mia moglie vidi la miniserie Adolescence, fu uno schiaffo emotivo per entrambi.
La serie inizia quando la polizia irrompe in una normale casa britannica e arresta Jamie, tredici anni, accusato di aver ucciso una compagna di scuola. Sento ancora il groppo nel petto che provai guardando la polizia che "estraeva" quel ragazzino dalla cameretta per portarlo in una cella di sicurezza.
Non avrei mai immaginato che da lì la storia sarebbe esplosa in un incubo - interrogatori, psicologi, famiglia distrutta - mentre emergeva la verità delle dinamiche che avevano trasformato un ragazzino qualunque in uno spietato assassino.
Puntata dopo puntata si scopre che Jamie viveva isolato dietro al suo smartphone, che la vittima Katie dopo aver respinto un suo invito lo aveva deriso sui social etichettandolo come "incel", leggi sfigato. Da lì l'amplificazione degli episodi di scherno su Instagram e Snapchat aumentano il conflitto e la rabbia repressa davanti ai coetanei. Come se non bastasse, Jamie cerca, trova e assorbe contenuti misogini che rafforzano il risentimento verso le ragazze e la visione vittimistica di sé.
Jamie è un ragazzo fragile. Uno di quelli che avrebbero avuto bisogno di aiuto. In altri contesti forse avrebbe combinato qualche guaio, nulla di più. Ma dentro un far west digitale — dove i social trasformano il rifiuto in pubblica gogna, gli algoritmi amplificano rabbia e frustrazione, e comunità tossiche offrono risposte distorte a menti ancora in formazione — ecco che avviene il corto circuito.
E questo corto circuito è avvenuto anche mercoledì quando un tredicenne prima di entrare a scuola ha accoltellato con ferocia inaudita una professoressa di francese mentre trasmetteva il tutto in una diretta Telegram.
Agghiacciante! Ma la diretta su Telegram è la cosa che mi sconvolge ancora di più. Si azzardano, a vari livelli, tentativi di spiegare il fattaccio ma confesso che alla luce di Adolescence, non riesco a osare razionalizzazioni di un evento che di razionale ha ben poco.
Il pensiero vola alla prof che lotta tra la vita e la morte, alla rabbia e allo sconcerto di chi le vuole bene. Ma anche ai genitori di quel ragazzino costretti a fare i conti con una devastazione e sensi di colpa più grandi di loro. Agli insegnanti, chiamati a decodificare un evento disturbante per renderlo comprensibile a una comunità studentesca che dovrà in qualche modo metabolizzarlo, semmai sia possibile farlo. E alle autorità preposte, che devono isolare e giudicare un crimine commesso da chi è poco più di un bambino.
È facile dire la propria e cercare l’anello debole di una catena di relazioni in cui, forse, tutti hanno una parte di responsabilità impossibile da ripartire e quantificare. Ma una cosa appare evidente. Non limpida, anzi: torbida, sinuosa come l’acqua di una palude che nasconde fango e bellissime ninfee, farfalle e insetti letali. Parlo della rete e dei device inseparabili che ci tengono costantemente incollati a essa.
Ieri guardavo un podcast in cui alcuni professori parlavano con una giusta leggerezza delle sfide dell’insegnamento oggi. Dopo una mezz’ora di interventi intelligenti e ironici, una di loro ha fatto un’osservazione semplice e triste: dal Covid, durante la ricreazione, non si vedono più gruppetti di ragazzi o comunelle di ragazze. Si vedono tante solitudini, ognuna piegata sul proprio cellulare.
Ora mi chiedo, sono davvero esagerato a raccontare di continuo la bellezza del minimalismo digitale o forse stiamo sottovalutando quanto la rete stia ridisegnando — spesso in maniera indicibile e drammatica — le fragilità, le relazioni e perfino le derive più oscure delle nuove generazioni?
Perché se proteggiamo i nostri figli dalle droghe, dall’alcol e dalle strade pericolose, ma li lasciamo soli per ore dentro algoritmi progettati per catturare la loro mente, forse non stiamo assistendo a episodi isolati.
Forse stiamo guardando una generazione crescere dentro il più grande esperimento sociale mai realizzato — e i primi effetti cominciano a essere scritti col sangue a partire dai soggetti più fragili.
E' evidente che non abbia risposte ma solo domande e tanti forse. In coscienza però, mi sento di invitarti a guardare la miniserie britannica che non dà soluzioni o risposte pronte ma può fornire qualche stampella, qualche puntello ai nostri pensieri per provare ad affrontare una sfida inedita e più grande di noi.
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