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sabato 22 agosto 2026

Quando WhatsApp diventa Facebook

Ho appena finito di vedere un video di Irina Potinga, youtuber che parla di minimalismo e, quindi, anche di minimalismo digitale.

Nel raccontare la sua esperienza di donna moderna che non riusciva a rilassarsi nemmeno in vacanza, perché il cellulare era comunque sempre presente e fonte di stress, a un certo punto rivolge alcune domande al suo pubblico.

Qual è stata l'ultima volta che hai fatto qualcosa senza il telefono?

Quando è stata l'ultima volta che sei uscito lasciando il cellulare a casa?

Quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa senza l'obiettivo di metterla online?

Quando è stata l'ultima volta in cui hai guardato la TV senza, nel frattempo, scrollare la timeline di un social?

Sono domande familiari, che mi sono posto più volte e che, a più riprese, mi hanno aiutato a conquistarmi una routine serena ed equilibrata con la tecnologia.

Oggi, però, quelle domande mi hanno praticamente sbattuto in faccia una realtà: sebbene abbia ridimensionato il cellulare ed eliminato i social, da qualche tempo mi sto ritrovando a usare come se lo fossero due applicazioni come YouTube, che non posso disinstallare, e WhatsApp, che purtroppo devo utilizzare nella vita quotidiana.

In questi ultimi mesi, senza nemmeno accorgermene, sono scivolato lungo il gradevole — almeno in un primo momento — piano inclinato degli shorts che YouTube continuava a propormi.

E mio cervello creativo e un po' iperattivo, mi ha portato a costruire contenuti per gli status di WhatsApp un po' a tutte le ore del giorno. Certo, sono destinati a persone reali, gente vera che popola la mia vita e una rubrica che ho già più volte ripulito dai contatti non più autentici.

Ma alla fine che differenza c'è con le storie di FB o di IG che mi vanto di aver abbandonato da più di un anno?

Ripenso allora alle domande di Irina, e realizzo di aver ricominciato - mio malgrado -  a fare le cose con il telefono, per mezzo del telefono e con lo scopo di condividerle nel telefono.

E così mi sono ritrovato col guinzaglio di Snoopy in una mano e il cellulare nell'altra, pronto a fotografarlo nella posa più adatta a uno status. Ma vale davvero la pena rinunciare alla libertà di gustarsi un momento presente al 100% per mendicare uno sguardo distratto che, probabilmente, non susciterà nemmeno una risposta?

Sono andato in camera da letto e ho scoperto che i tre libri che aspettavano di essere letti due mesi fa, erano diventati cinque.

È bastato abbassare solo un po' la guardia per ritrovarmi, dopo due mesi, a chiedermi dove fosse finito il tempo: passato a scrollare inutili shorts di cui non ricordo nulla. E, nel frattempo, a dissipare i doni più importanti che abbiamo: il tempo e l'attenzione. Basta davvero poco per farsi acchiappare di nuovo dal mulinello mangia ore che alla fine ti lascia solo stanchezza.

Ma, grazie a Dio, il cervello è elastico. E se gli permettiamo di adagiarsi su una brutta piega, basta un po' di accortezza e qualche sana regola per aiutarlo a tornare a respirare l'aria buona del contatto con noi stessi, con il mondo reale e con forme di intrattenimento che non ci rintontoniscono.

Ho ripreso il foglio che giaceva spiegazzato dentro l'agenda, quello col decalogo che mi ero inventato per vivere la tecnologia con vera libertà e, dopo averlo riletto, l'ho messo bene in vista sul mio comodino, sopra ai cinque libri che attendono di essere letti.

Sono regole che funzionano con me e che mi sono cucito addosso per sentirmi un uomo libero, meno manipolato e felicemente in contatto con me stesso e con il mondo. Non pretendo che siano valide per tutti.

Ma forse, chissà, possono essere uno spunto per buttare giù il proprio decalogo e ridimensionare una tecnologia che nasce per essere al nostro servizio, ma che troppo spesso ha finito per renderci schiavi un po' rimbambiti.

Eccole.

1 - Mai a tavola, mai al bagno, mai in camera da letto, mai quando porto fuori il cane, mai quando ti alleni. E la notte si spegne.

2 - A parte quelle di moglie e figlia, disattiva tutte le notifiche. Tutte!

3 - Se puoi farlo senza cellulare, fallo senza cellulare; scrivere, ricordare, trovare una strada, redigere una lista, la sveglia del mattino...

4 - Non puoi disinstallare YouTube, ma puoi disattivare la cronologia e inibire i suggerimenti.

5 - Mettiti offline un giorno alla settimana. Col tempo, magari anche un'ora al giorno...

6 - Schermata home vuota e non installare giochi.

7 - Se puoi leggere news o argomenti importanti sul sito, fallo dal browser - meglio se da PC - anche se l'app dedicata sarebbe più comoda e veloce. Ogni tanto compra un giornale cartaceo.

8 - Status WhatsApp solo in un momento della giornata. Ma poi, servono davvero a qualche cosa?

9 - Filtra le persone che nutrono la dipendenza dai messaggi. Chiama, incontra.

10 - Usa la modalità aereo quando serve concentrazione: fare un lavoro, leggere, guardare un bel film, giocare con la famiglia, fare un coso, meditare...

sabato 23 agosto 2025

Guardignorare

Sto seriamente pensando di scrivere all’Accademia della Crusca per proporre un nuovo verbo italiano: “guardignorare”.

D'altra parte, se emergono nuove realtà, è accettabile generare neologismi atti a descriverle.

"Guardignorare". Un termine che racchiuda l’arte sottile di chi legge un post sui social e poi passa oltre senza finirlo.

Una parola nuova che si presti a descrivere l'azione di chi scrolla le storie su Instagram senza concedere neanche un pensiero fugace a ciò che vede e senza fermarne nemmeno uno, se emerge.

Si presterebbe anche a chi sbircia gli status di WhatsApp senza mai lasciare un messaggio, una comunicazione.

In altre parole, la perfetta definizione di chi osserva senza partecipare, spettatore silenzioso di mondi altrui, "guardignoratore" seriale.

Del resto non viviamo in un mondo in cui osservare senza partecipare è diventato un’arte raffinata? Dove il “mi piace” è troppo impegnativo, l'interazione pura utopia. Eppure questi "guardignoratori" digitali sono ovunque: silenziosi, invisibili, onnipresenti.

Sono l'eccesso opposto degli odiatori seriali, dei commentatori di pancia. E se fossero due facce della stessa medaglia? La medaglia che celebra l'incapacità acquisita di mettersi veramente in relazione con l'altro.

Forse è il momento di ammettere che, nell’era dei “mi piace” e delle conferme di lettura, non rispondere è diventata una forma d’arte.

E se così è, allora “guardignorare” merita finalmente un posto nel dizionario.

domenica 20 luglio 2025

Vivi in presenza

Seguimi con la fantasia.

Immagina: all’improvviso, sulla tua scrivania compare un vistoso pulsante rotondo. E un altro… sul bracciolo della tua poltrona preferita.

Come reagiresti? A me prenderebbe un colpo, lo ammetto. Poi, appena ripresomi, inizierei a farmi domande.

Chi si è permesso di violare così la mia intimità, installando senza il mio consenso un pulsante misterioso? Non posso rimuoverlo. Non so a cosa serva. E ogni gesto quotidiano rischia di premerlo per sbaglio.

Non è stato annunciato. Nessuna istruzione. Nessun avvertimento sui rischi Solo: è lì.

Credo che chiunque reagirebbe con la stessa inquietudine. Ci porremmo delle domande, cercheremmo risposte, ne parleremmo con qualcuno.

Eppure, da qualche settimana, Zuckerberg ha fatto esattamente questo.

Su WhatsApp è comparso il pulsante dell’IA, proprio sopra quello per iniziare una nuova chat. E adesso lo trovi insinuato anche nella barra “trova”, quella con la lente.

Domande? Dubbi? Perplessità? Non pervenute.

Ma delle eccezioni esistono e si trovano online, come questa:

"(...) la chat dell'IA tende a insinuarsi nella solitudine e - escludendo gli usi professionali per alcune cose - una parte di coloro che conversano e hanno interscambi quotidiani spesso anche invasivi con ChatGPT, Gemini, e via dicendo, lo fa per mancanza di interlocutori nella vita reale". (Riccardo Dal Ferro, folosofo e scrittore)

La promozione di questi strumenti in maniera invasiva serve solo a una cosa: la monetizzazione della solitudine.

"Ci sono due studi sull'uso delle chat di IA che dimostrano che essendo tali chat riamplificatori di quello che già c'è, non fanno che amplificare il tuo stato di partenza.

Una persona sola amplificherà questa sua caratteristica, e l'epidemia di solitudine in atto da qualche anno in Occidente, vedrà la sua curva innalzarsi ulteriormente.

Viviamo tutti quest'epidemia di solitudine in cui non cerchiamo più l'altro ma il riflesso su uno schermo usando l'altro come specchio.

E' un complotto? Non credo, ma c'è un incentivo che sta diventando promozione.

Semplicemente hanno scoperto che l'individuo da solo è più vulnerabile quindi meglio monetizzabile rispetto alla persona in compagnia." (Riccardo Dal Ferro nel video YouTube "Consumitudine, come stanno monetizzando il tuo isolamento.)

La persona in compagnia guarda meno pubblicità. Compra meno d'impulso, si confronta e magari si lascia distogliere dall'amico, da un compagno.

Vuoi essere davvero sovversivo? Meno schermo, più volti.

Meno social più comunità vere, qualunque esse siano.

Meno like, più caffè davanti a un amico di cui vedi le espressioni.

Cerca comunità vere, incontri veri, connessioni umane.

Vivi "in presenza".

Quel pulsante enorme non potrai toglierlo.

Ma puoi scegliere di ignorarlo.

E più sarai in presenza, più ci riuscirai.

sabato 12 luglio 2025

Finestre finte e muri colorati

Uno dei problemi più tristi e diffusi di oggi è la solitudine.

Salvo poche eccezioni virtuose, abbiamo perso quelle forme naturali di socialità che un tempo tenevano insieme la comunità: la piazza, la parrocchia, il circolo culturale o politico, la comitiva al muretto. Oggi tutto questo è sempre più raro o relegato alla provincia.

I social hanno accelerato questo distacco, illudendoci di essere un’alternativa moderna – e persino migliore – agli incontri reali.

L’ho provato sulla mia pelle. Passavo i momenti vuoti scrollando le belle copie delle vite degli altri, e mi sentivo ancora più solo.

Mi illudevo che il gruppo Facebook di quartiere fosse indispensabile per coordinare le attività dell’associazione locale. Ma col tempo abbiamo smesso di vederci davvero. E smesso anche di fare cose utili.

Pensavo che i social fossero strumenti provvidenziali per mantenere viva la relazione con quegli amici che vivevano all'estero, quel compagno di classe ritrovato dopo anni.

Pensavo male perché quello che appariva come un mezzo di comunicazione, era un ulteriore muro bello, colorato e pieno di finestre finte, che si frapponeva tra noi. Quei like, quelle faccine inviate ogni tanto, finivano per rendere ancora più evidente il vuoto. Non avevamo più molto da dirci.

Poi abbiamo iniziato a risolvere tutto via WhatsApp: si discute, si litiga, si parla, si sparla. E si passa metà del tempo a cercare di ricomporre malintesi nati proprio lì, tra i messaggi.

Ma a meno che tu non sia Manzoni o Montale, nessuno riesce a far passare davvero un’emozione, uno sguardo, o anche solo una sfumatura di senso in un messaggio. Eppure pretendiamo di risolvere la vita scrivendo nelle chat.

“Quel messaggio aveva un tono…” – è la frase che sento più spesso. Il tono in un messaggino? Il tono lo cogli solo quando parli. Meglio ancora, quando guardi in faccia qualcuno.

O quando lo tocchi. A volte basta una mano amichevole sulla spalla, senza aggiungere altro, per sistemare tutto.