Da quando vivo felicemente sfasato nel minimalismo digitale, comincio a guardare con occhi diversi persino la rubrica telefonica.
Ci pensavo stamattina. E' una sorta di capsula di un tempo che non è più, di amicizie sfumate negli anni.
Scorro la mia e, qua e là, vedo spuntare gli affetti veri, pochi ma forti come ginestre fortemente ancorate nel terreno. Insieme a loro la massa dei contatti utili, e inutili, dei nomi dimenticati, delle parentele stinte come quel costume a fioroni che non butto ma che non metto dal 2002.
Un elenco. Un elenco affollato di assenze e di indifferenze, di alberghi in cui non dormirò più, di caffè mai presi, di rancori sbiaditi di cui non ricordo nemmeno più la causa, di amicizie interrotte via Whatsapp perché chiarirsi di persona, forse, era troppo...
C'è chi accresce e rimpolpa di continuo queste liste e le conserva per sentirsi meno solo. Molti tengono i contatti per mero interesse. Qualcuno lo fa per lasciare spiragli aperti a possibili ritorni, io ero uno di questi.
Qualcun altro scrolla e cancella di tanto in tanto qualche contatto per sentirsi più leggero. Qualche volta lo faccio anch'io. Sbaglio?
Non c'è rabbia, né desiderio di riscrivere il passato. È piuttosto un gesto silenzioso di onestà. Perché certi nomi sono diventati ricordi. E se i ricordi sono autentici, non serve una rubrica telefonica. Se non lo sono, bye bye...
Ogni contatto eliminato è una stanza chiusa con delicatezza, non sbattendo la porta, ma spegnendo la luce dopo aver dato un'ultima occhiata. Ringrazio mentalmente per ciò che è stato, poi lascio andare.
Mi accorgo sempre più che, in fondo, la rubrica tende a diventare un museo personale: custodisce ciò che siamo stati più di quanto racconti chi siamo oggi. Ma un museo si visita, non si abita.
Racconta molto meno di chi conosciamo e molto di più di ciò che non riusciamo a lasciare andare. Perché le persone che contano davvero non occupano la memoria di un telefono: abitano la nostra vita.
Sarà la quarta ondata di calore... oggi m'è presa così...