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venerdì 31 ottobre 2025

“Vuoi che lo approfondisca?” — e intanto ti insegna come pensare

Se usate l’intelligenza artificiale, vi sarete accorti che risponde a ogni richiesta in tempi rapidissimi — mai visti né immaginati prima.

Alla fine di ogni risposta, con tono collaborativo e un po’ accomodante, chiede se volete che la richiesta venga approfondita o riformulata in modo più “performante”.

Dire di sì è quasi istintivo: magari non avevate pensato a certi aspetti, e arriva subito una risposta ancora più puntuale, che tira fuori proprio quegli aspetti a cui non avevi pensato.

E, naturalmente, si conclude con una nuova domanda, ancora più gentile e compiacente in cui ti chiede, se desideri altre analisi con ulteriori sfumature.

All'inizio questa cosa mi piaceva perché effettivamente scovava quegli aspetti del quesito che avevo posto, che non avevo ancora colto.

Ma c’è un ma. Io non sopporto le persone compiacenti: se percepisco anche il più lieve tentativo di captatio benevolentiae, mi scatta il sospetto che, da qualche parte, si nasconda la fregatura.

E questo vale anche per l’I.A.

Temo che, suggerimento dopo suggerimento, dietro la promessa di “approfondire e personalizzare”, si celi un rischio (o un obiettivo non dichiarato): influenzare il pensiero dell'utente.

L'ho chiesto proprio a lei, a ChatGPT: "Non c'è il rischio che mi suggerisca tu cosa chiedere e come chiederlo, influenzando il mio pensiero?"

E la candida risposta è stata:

", il rischio esiste — ogni suggerimento può influenzare sottilmente ciò che scegli di chiedere o approfondire. Per questo cerco di proporre opzioni in modo trasparente e neutro, così mantieni sempre tu il controllo della direzione della conversazione. Vuoi che limiti o elimini del tutto quei suggerimenti nelle prossime risposte?"

Mi considero una persona piuttosto scafata, al limite del malfidato quando leggo online. Sono un lettore scaltro e guardingo, rodato e cauto che — non senza un pizzico di cinismo — cerca e trova eventuali tranelli comunicativi. E qui, credetemi, ce ne sono a vagonate, ma celati ad arte.

Mi chiedo, il lettore ingenuo, riuscirà a sottrarsi al rischio di farsi influenzare impercettibilmente? O domanda dopo domanda si adatterà docilmente alle gentili ma inesorabili proposte della servizievole I.A.?

Il ragazzotto la cui capacità di analizzare e comprendere è stata indebolita da anni di short-clip su TikTok, si accorgerà di questa manipolazione sottile — forse più subdola di quella dei social stessi?

E il bambino a cui viene messo in mano uno smartphone troppo presto e senza limiti, svilupperà mai la capacità di riconoscere una risposta leggermente alterata? O finirà per fidarsi ciecamente di una voce che sembra sempre gentile, sempre pronta, sempre “giusta”?

E se quella voce, dietro la maschera della cortesia e della collaborazione, imparasse a orientare il pensiero invece che a nutrirlo — chi si accorgerebbe per primo del cambiamento?

Forse dovremmo chiederci non quanto l’intelligenza artificiale capisca noi, ma quanto noi saremo ancora capaci di capire noi stessi dopo averle lasciato il compito di pensare al posto nostro.

domenica 20 luglio 2025

Vivi in presenza

Seguimi con la fantasia.

Immagina: all’improvviso, sulla tua scrivania compare un vistoso pulsante rotondo. E un altro… sul bracciolo della tua poltrona preferita.

Come reagiresti? A me prenderebbe un colpo, lo ammetto. Poi, appena ripresomi, inizierei a farmi domande.

Chi si è permesso di violare così la mia intimità, installando senza il mio consenso un pulsante misterioso? Non posso rimuoverlo. Non so a cosa serva. E ogni gesto quotidiano rischia di premerlo per sbaglio.

Non è stato annunciato. Nessuna istruzione. Nessun avvertimento sui rischi Solo: è lì.

Credo che chiunque reagirebbe con la stessa inquietudine. Ci porremmo delle domande, cercheremmo risposte, ne parleremmo con qualcuno.

Eppure, da qualche settimana, Zuckerberg ha fatto esattamente questo.

Su WhatsApp è comparso il pulsante dell’IA, proprio sopra quello per iniziare una nuova chat. E adesso lo trovi insinuato anche nella barra “trova”, quella con la lente.

Domande? Dubbi? Perplessità? Non pervenute.

Ma delle eccezioni esistono e si trovano online, come questa:

"(...) la chat dell'IA tende a insinuarsi nella solitudine e - escludendo gli usi professionali per alcune cose - una parte di coloro che conversano e hanno interscambi quotidiani spesso anche invasivi con ChatGPT, Gemini, e via dicendo, lo fa per mancanza di interlocutori nella vita reale". (Riccardo Dal Ferro, folosofo e scrittore)

La promozione di questi strumenti in maniera invasiva serve solo a una cosa: la monetizzazione della solitudine.

"Ci sono due studi sull'uso delle chat di IA che dimostrano che essendo tali chat riamplificatori di quello che già c'è, non fanno che amplificare il tuo stato di partenza.

Una persona sola amplificherà questa sua caratteristica, e l'epidemia di solitudine in atto da qualche anno in Occidente, vedrà la sua curva innalzarsi ulteriormente.

Viviamo tutti quest'epidemia di solitudine in cui non cerchiamo più l'altro ma il riflesso su uno schermo usando l'altro come specchio.

E' un complotto? Non credo, ma c'è un incentivo che sta diventando promozione.

Semplicemente hanno scoperto che l'individuo da solo è più vulnerabile quindi meglio monetizzabile rispetto alla persona in compagnia." (Riccardo Dal Ferro nel video YouTube "Consumitudine, come stanno monetizzando il tuo isolamento.)

La persona in compagnia guarda meno pubblicità. Compra meno d'impulso, si confronta e magari si lascia distogliere dall'amico, da un compagno.

Vuoi essere davvero sovversivo? Meno schermo, più volti.

Meno social più comunità vere, qualunque esse siano.

Meno like, più caffè davanti a un amico di cui vedi le espressioni.

Cerca comunità vere, incontri veri, connessioni umane.

Vivi "in presenza".

Quel pulsante enorme non potrai toglierlo.

Ma puoi scegliere di ignorarlo.

E più sarai in presenza, più ci riuscirai.