giovedì 23 aprile 2026

Abbiamo tutti bisogno di un camerino

Uno dei problemi più subdoli dei social è il confronto costante con le vite degli altri. E mentre scorri la timeline — come osserva lo psicologo Andrea Guerri — finisci per leggere te stesso come un risultato misurabile. E questo cambia tutto.

È qui la grande novità: siamo continuamente esposti a modelli irraggiungibili, e questo altera il modo in cui ci percepiamo. Più si è fragili, più si è vulnerabili a dinamiche progettate proprio per colpire lì. E chi è più vulnerabile di un bambino? Di un adolescente con autostima, ormoni ed emozioni sulle montagne russe?

Sapere che ciò che vediamo online è artefatto, serve fino a un certo punto. Siamo abbastanza consapevoli del fatto che le persone mostrano solo i picchi: i momenti migliori, i successi, la versione più riuscita di sé. Eppure — dice Guerri — “una parte di noi reagisce alla struttura dell’esperienza”. È un po' come quando guardi un film horror: sai che è finto, ma ti spaventa lo stesso.

Il professionista osserva, nella sua pratica clinica, un fenomeno ancora più profondo: dipendere da un social e dai suoi like, porta progressivamente a modificare il proprio comportamento in funzione di quel consenso farlocco.

Arrivano i like, cresce la dipendenza. Arrivano i commenti, cresce l’adattamento. Post dopo post, si apre una frattura, una scissione: da una parte l’avatar che modelliamo in base al consenso, dall’altra ciò che siamo davvero. E a volte ciò che siamo è anche meglio — ma non è “in trend”.

E così, lentamente, la parte autentica resta indietro. E ciò che siamo davvero si sente sempre più solo.

C'è un sociologo, Erving Goffman che nel libro - La vita quotidiana come rappresentazione - sostiene che quando interagiamo con gli altri, non siamo mai completamente "noi stessi", ma mettiamo in atto strategie di controllo, delle impressioni per apparire in modo credibile nel ruolo che stiamo interpretando in quel momento.

Possiamo paragonare i nostri spazi pubblici a un palcoscenico, e quelli privati in cui smettiamo di performare, di rappresentare. Lì ci togliamo la maschera, ci rilassiamo, respiriamo, ci nutriamo, perché nessuno può stare sempre a mille su di un palcoscenico senza consumarsi. Abbiamo bisogno di un camerino in cui non siamo guardati e misurati, in cui non dobbiamo per forza essere sempre impeccabili.

I social hanno ridotto quello spazio al minimo. Lo hanno consumato del tutto in certi casi limite.

Ogni accesso, ogni like, ogni commento è un ritorno sul palco, e più ci stiamo, meno abbiamo un luogo in cui smettiamo di performare in base a sollecitazioni esterne che ci chiedono di essere in un certo modo. Ci passiamo sempre più tempo. Ed è lì che facciamo il botto.

I social sono creati per questo, per trattenere le persone usando insicurezze e debolezze. Dirò di più: per allenarle e guadagnarci sopra. Funziona al massimo con le persone fragili, ma fa il suo sporco lavoro anche con gli equilibrati che pensano di poterlo gestire. Oggi si definirebbe un ambiente tossico.

Tossico al punto da addomesticare l'utente, uno scroll dopo l'altro, a trovare sempre quei contenuti che illudono di riempire un vuoto. Un flusso senza fine calcolato dall'algoritmo che misura fragilità, debolezze, desideri.

Molti pensano di poter gestire questo rapporto. Lo pensavo anch’io. E ammiro chi riesce a procurarsi sempre più spazi sani fuori dalla rete. Ma quando capisci che certe piattaforme sono progettate per creare dipendenza, diventa legittimo reclamare sul serio il proprio “camerino”: uno spazio privato, non misurabile.

Per me ha significato uscirne del tutto. Perché se un ambiente è tossico, lo è anche a piccole dosi.

E non devo arrivare a pensare al caso estremo di un tredicenne che tenta di sopprimere una prof perché nutrito da follie misogine di fuffa-guru online selezionate e proposte negli anni da un algoritmo insipiente.

Mi basta guardare le nuche chinate di chi aspetta un autobus o al semaforo, coppie al ristorante che non si guardano negli occhi, per capire che la libertà non ha prezzo e che non si può negoziare con un algoritmo addestrato per conoscere le tue vulnerabilità e venderle al miglior offerente.

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