venerdì 20 febbraio 2026

Una regina, una terapeuta, un'amica...

Alcuni giornali parlano del recente ritrovamento di una lettera scritta dalla Regina Elisabetta II quando aveva appena dieci anni, indirizzata alla sua governante, Beatrice Stillman.

In quella lettera racconta di averle inviato delle primule, descrive la sua vacanza in Cornovaglia e chiede notizie dei suoi uccellini e dei suoi pesci rossi. Conclude con una richiesta semplice e gentile: condividere le primule con la signorina Coote e la signora Wade.

Nella lettera ci sono alcuni disegni che rappresentano forse l’aspetto più sorprendente della scoperta. Rivelano un talento artistico precoce e spiccato che la sovrana, nel corso della sua lunga vita, non avrebbe mai mostrato pubblicamente.

All’epoca scrivere lettere era normale. Ma lo era anche per noi, negli anni Ottanta. Io le ho conservate tutte e, pur non essendo una persona nostalgica o melanconica, ogni tanto mi concedo il piacere di fare un piccolo viaggio nel tempo rileggendone qualcuna.

Qualche giorno fa ho aperto il faldone dove le tengo, in rigoroso ordine cronologico, per cercare una delle due lettere che mi scrisse la dottoressa Maria Rita Parsi, scomparsa il 2 febbraio scorso.

Mia figlia studia psicologia e mi piaceva mostrarle quanto una professionista affermata, già allora autrice di molte pubblicazioni scientifiche e  volto noto dei media, avesse trovato il tempo e l'attenzione necessaria a scrivere due lettere lunghe e accurate a un adolescente inquieto che le poneva domande importanti.

Sfogliando quelle pagine, alla ricerca delle lettere della celebre psicoterapeuta, mi sono imbattuto in un’altra lettera. Me l’aveva scritta Santina, un’amica carissima di famiglia, nel 2004, pochi giorni dopo la morte improvvisa e prematura di mia madre.

Santina era già anziana. In quelle righe mi esprimeva tutto il suo affetto — un affetto che, in realtà, non aveva mai bisogno della carta per manifestarsi — e mi confidava che, nella sua lunga vita, aveva conosciuto due grandi dolori. Uno di questi era stato proprio la perdita della sua cara amica Ida.

Due lettere. Due modi diversi di essere presenti. Due relazioni vissute con intensità diverse, con confidenze diverse, ma entrambe autentiche, profondamente vere. Mi hanno portato lontano. In un viaggio nel tempo forte, tanto autentico da suscitarmi due moti dell'anima.

Da una parte, la gratitudine per essere stato guidato - in un'età delicata - da una donna saggia, compassionevole e attenta. Dall’altra, una lacrima e insieme la consolazione quieta, che scendeva come un balsamo su un dolore profondo. Un dolore che non se ne va e che, come in uno strano condominio, continua ad abitare accanto alla gioia e a tutti gli altri sentimenti che animano la mia vita.

Oggi quelle lettere hanno preso la forma di messaggi, spesso sinceri nel momento in cui vengono scritti, per carità, ma destinati a essere letti in pochi secondi, poi scrollati via e dimenticati, dispersi nella memoria fredda di un server lontano, sperduto in chissà quale deserto.

Forse la verità scomoda è questa: i nostri figli e i nostri nipoti non avranno nulla da ritrovare, nulla da stringere tra le mani, nulla che sopravviva al tempo, a meno che non insegniamo loro a rallentare, poi a fermarsi e scrivere lettere vere, come quelle di donne tanto diverse come Elisabetta, Maria Rita e Santina.

Perché ciò che non lascia traccia non diventa memoria: diventa solo rumore, e poi scompare con una spolliciata.

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