venerdì 7 novembre 2025

Un gabbiano, una donna e una malinconica assenza

Mi è sempre piaciuto osservare. Mi incuriosisce tutto, mi attrae tutto — anche ciò che agli altri sembra insignificante.

Come il cucciolo di gabbiano che stamattina mi zampettava intorno, per niente intimorito, forse sperando di rimediare qualcosa da mangiare.

Attorno, le decine di senza tetto che passano la notte sotto la presenza rassicurante del Cupolone hanno già smontato le tende.

Una donna ripiega con calma il suo telo isotermico, di quelli che si vedono nei film quando i pompieri salvano qualcuno: lo piega con una cura quasi maniacale, come se in quel gesto ci fosse tutta la sua dignità.

Da qualche giorno non vedo più il mio collega, quello che porta a spasso Poldo — un cocker bianco e nero, anziano, mezzo cieco e un po’ zoppo, che ogni mattina, dopo mezzo giro di palazzo, guardava il padrone come per dire: Torniamo a casa, non ce la faccio più?

Due minuti dopo lo incontro; mi dice che Poldo è morto. Nel dirlo gli si incrina appena la voce, ma non si lascia andare. Sorride, come si fa quando si vuole dare dignità a una perdita, e aggiunge piano: “Almeno non ha sofferto.” Poi abbassa lo sguardo e si allontana, come se avesse paura di abituarsi troppo presto all’assenza.

Resto lì, qualche secondo, a fissare il punto dove Poldo di solito si fermava, testardo, deciso a non fare un passo di più. È strano come certi piccoli dettagli restino sospesi nell’aria anche dopo che chi li creava non è più qui.

Mi sembra quasi di sentire ancora il ticchettio delle sue unghie sul selciato, il respiro affaticato. Vedo le orecchie penzoloni che toccavano terra quando si chinava ad annusare, quello sguardo buono che sapeva farsi capire...

Il gabbiano è tornato. Fissa una briciola, indeciso se fidarsi o no. Attorno, la città si risveglia come ogni giorno, indifferente e perfetta nel suo rumore di fondo — che a quest’ora è ancora sopportabile.

Alzo lo sguardo: tutti fissano il cellulare, ipnotizzati da un altrove che li fa stare qui col corpo e chissà dove con la mente. Intanto si perdono i dettagli più belli: la luce che cambia sui muri, la luna che svetta sul Cupolone, una coperta termica piegata ad arte, un gabbiano che non sa ancora volare.

Forse è per questo che mi piace osservare — perché da quando ho smesso di riempirmi la testa di notifiche e schermi, sento di nuovo il mondo.

Ogni dettaglio mi arriva davvero.

E mi accorgo che, togliendo il superfluo, resta solo ciò che conta.

E finalmente… basta.

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