lunedì 16 febbraio 2026

IA, strumento o stampella? La sindrome del pensiero assistito

«Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.» Lo affermava Umberto Eco e, almeno su questo, non posso che essere d’accordo con il grande scrittore — e ancor più grande semiologo — piemontese.

Lo stesso vale oggi per l’intelligenza artificiale? Nelle mani di persone intelligenti, capaci di sfruttarne le potenzialità e usarla come strumento, fornendole i giusti parametri, può diventare un buon mezzo al servizio dell’uomo?

Il problema è che rispetto ai computer entrati nelle nostre vite negli anni Novanta, l’IA è uno strumento infinitamente più potente. I computer hanno cambiato il modo di lavorare e comunicare; l’IA sta cambiando il modo di pensare e di vivere. Lei, che non pensa e non vive. Un paradosso notevole direi.

È inoltre capace di costruire e raffinare la propria capacità predittiva — non quella di pensare — ogni minuto che passa, grazie alla mole mastodontica di dati che miliardi di utenti in tutto il mondo le forniscono continuamente, gratuitamente e senza il minimo discernimento.

È forse questo il prezzo che stiamo pagando per usare gratis uno strumento così potente e sofisticato?

Ogni volta che rifletto sull'AI mi vengono tante domande e quando cerco risposte riesco a trovare solo altre domande. Siamo di fronte a qualcosa di inedito e più grande di noi e, per quanto mi riguarda, ne sono allo stesso tempo incuriosito e spaventato.

Abbiamo pagato lo strumento della rete e dei social - apparentemente gratuiti - con lo sguardo carpito a suon di video sempre più brevi, l'attenzione sempre più frammentata, la privacy buttata alle ortiche e due generazioni di gente imbambolata su piccolissimi schermi.

Oggi alcuni temono un’IA sempre più forte e potenzialmente ostile. Le mie paure non arrivano così lontano. Ma osservano, qui e ora, una massa che non usa l’IA per analizzare e verificare, ma per evitare di pensare, accettandone passivamente le risposte senza mai analizzarle per metterle in discussione.

Vedo sempre più persone, e sempre più giovani, ricorrervi per qualsiasi cosa, senza rendersi conto che finisce per suggerire cosa leggere, cosa scrivere e pensare. In modo quasi impercettibile, prompt dopo prompt, il sostegno adulatore e un po’ cortigiano dei chatbot non manipola direttamente, ma restringe lo spazio del pensiero non assistito. Se ogni frase nasce da un suggerimento, il pensiero spontaneo non scompare, ma si indebolisce. Si disallena.

Vedo che nella misura in cui l'IA diventa protagonista della nostra vita, aumentano sempre più le persone che la usano come stampella, a scapito di una minoranza sempre più esigua che la usa come strumento. Una massa sempre più numerosa che è diretta dall'IA e una minoranza sempre più ristretta di gente che la usa per allenare il pensiero anziché sostituirlo.

Il vero pericolo dell’IA non è che diventi intelligente, ma che noi smettiamo di esserlo. Delegandole memoria, analisi e giudizio, rischiamo un’atrofia cognitiva silenziosa, dove il pensiero viene rimpiazzato dal suggerimento automatico. Non renderà tutti più capaci, ma allargherà il divario tra chi la usa per potenziare la propria mente e chi, invece, si lascia pensare da lei.

Forse, allora, l’unica cosa su cui abbiamo davvero potere è il nostro atteggiamento. E ciò che Eco diceva dei computer si applica oggi, con forza quasi profetica, anche all’intelligenza artificiale — con una differenza cruciale: l’IA non amplifica solo ciò che fai, ma anche come pensi.

Non è uno strumento neutro nel senso banale del termine. È uno strumento plasticamente adattivo: prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa.

In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia.

In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione.

Questo perché non sostituisce la direzione. Sostituisce lo sforzo operativo, ma non può sostituire il criterio. E fino a quando non si capisce questo o meglio, non lo si fa capire alla massa a cui questo strumento è stato dato, l'IA servirà come stampella e non come strumento. E questo, questo si che mi fa paura.

Quale soluzione allora? Non usarla? Vietarla? Regolamentarla? O formare un’utenza consapevole? Personalmente credo nella necessità di una regolamentazione, magari con un’età minima e una sorta di “patente”. Ma oggi vedo soprattutto una pioggia di aggiornamenti sempre più veloci e potenti messi nelle mani di tutti — compresi bambini e adolescenti — senza una reale educazione al loro utilizzo.

Forse il problema non siamo solo noi, né lo strumento in sé, ma chi al momento lo possiede e lo sviluppa: perché, come già accaduto con i social, il vero core business non è lo sviluppo dell’intelligenza, ma la conquista dell’attenzione e la creazione della dipendenza.

Non siamo ancora nella fase in cui la società ha deciso cosa fare dell’IA, ma in quella — decisamente più surreale — in cui l’IA sta ridisegnando la società mentre noi sfogliamo il manuale d’istruzioni.

Ecco perché, per ora resto a guardare e la uso in maniera sporadica, occasionale e volutamente sospettosa. Meglio un vecchio boomer diffidente e malfidato che un entusiasta in modalità aggiornamento automatico a rischio di atrofia cognitiva.

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