venerdì 20 marzo 2026

Uomini soli 2.0

Un paio di giorni fa mi sono ritrovato a vivere un lusso sempre più raro: una mezz’oretta tutta per me, da sprecare esattamente come volevo. Ero arrivato con largo anticipo dal podologo, complice un parcheggio trovato al primo colpo; una fortuna più improbabile di una vincita al gratta e vinci.

Dovevo mandare alcuni messaggi che rimandavo dalla mattina, così ho pensato di farlo al Mac a pochi metri dallo studio di chi, di lì a poco, si sarebbe divertito a punzecchiarmi i piedi.

Il locale non era affollato, ma per non sentire il frastuono continuo del traffico romano, sono sceso al piano di sotto. E lì, come spesso mi accade, ha preso il sopravvento la curiosità per le persone che mi circondano. I messaggi potevano aspettare ancora: davanti a me, nell’enorme sala, c’erano quattro uomini tra i trenta e i quarant’anni, ognuno completamente assorbito dal proprio telefono.

Un ragazzo di colore, cappuccio nero calato sulla testa e schiena contro il muro, scorreva brevi video in loop, il pollice in movimento continuo.

Più in là, quasi a voler mantenere una distanza precisa dagli altri, un uomo in giacca e cravatta stringeva nella sinistra un'elegante borsa in pelle, mentre con la destra scrollava maniacalmente senza mai alzare gli occhi dallo schermo.

Alla parete opposta del ragazzo africano, un aspetto trascurato e dei vestiti abbinati alla meglio, mi portavano a pensare che il tipo seduto a quel tavolino, con la testa appoggiata al muro, poteva essere un clochard. Un clochard 2.0, anche lui con un telefono in mano. Anche lui prigioniero dello stesso flusso interminabile di immagini.

Il più vicino a me — comunque a qualche tavolo di distanza — era un quarantenne dalla barba incolta e i capelli arruffati, vestito con vistosi colori pastello e pantaloni a zampa. Sembrava uscito dagli anni Settanta… se non fosse stato per un dettaglio: un iPhone lucido, ipnotico, che catturava tutta la sua attenzione.

Una volta, dopo il lavoro, c’erano hobby, sport, passioni, chiacchiere da bar, discussioni accese che riempivano le ore e le rendevano vive. Ora sembra che tutto si consumi lì, che non ci si sappia rilassare se non dentro uno schermo: si scrolla in silenzio, ognuno per conto proprio. In solitudine. Guardarli mi ha lasciato addosso una malinconia sottile, difficile da ignorare.

Finita la mia bibita fresca, sono uscito con il cuore un po’ malinconico e una storia da raccontare al podologo. E agli amici che hanno la pazienza di leggere il mio blogghetto minimalista...

E in quel momento mi è arrivato un pensiero semplice e brutale: questi quattro uomini in pausa (o forse in resa?) non stavano perdendo tempo, stavano buttando via pezzi di vita. Senza nemmeno accorgersene, permettevano a meccanismi progettati per catturare sempre più attenzione, di risucchiargliela per trasformarla in profitto.

Si chiama "engagement", ci stiamo dentro tutti. Ma sta a noi scegliere se buttarci da qualche parte a scrollare o uscire, osservare, e vivere di relazioni, fosse anche una chiacchiera discreta col podologo o col barista sotto casa.

martedì 17 marzo 2026

"Parlami dei tuoi ricordi preferiti..."

Se fai una ricerca su Google e il motore di ricerca ti restituisce dei risultati, cosa fai? Scrivi “grazie” nella barra di ricerca? Ovviamente no.

Ma se fai una ricerca su ChatGPT ti viene spontaneo scrivere “grazie” o “no grazie!” quando ti chiede se vuoi che faccia qualcos’altro per te. Succede più spesso di quanto pensiamo ed è emerso da ricerche condotte da psicologi, tra cui Andrea Guerri.

Guerri osserva che questo accade perché il cervello sociale è veloce e, in un certo senso, automatico: spesso non aspetta la parte razionale prima di prendere decisioni.

Se un BOT ti risponde usando un linguaggio naturale, in modo sensato e – soprattutto – sembra attento a te, il cervello finisce per trattarlo come un QUALCUNO. Ma l’IA non pensa, non prova sentimenti, non è un qualcuno e non ha bisogno del tuo grazie che nemmeno percepisce.

L’inghippo sta proprio nel momento in cui il chatbot ti dice cose come:

Ti capisco. Raccontami di più. Vuoi che faccia questo per te? Ti va di parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti?

Qualcosa dentro di noi pensa: “se parla come una persona, è una persona”. E così finiamo per trattarlo come tale.

Finché ti limiti a rispondere “grazie”, come semplice automatismo da persona educata, il problema resta circoscritto. Ma quando la macchina va oltre e tu ti lasci agganciare, lì possono cominciare i guai veri.

Esagero? Ecco la conversazione che ho appena fatto con ChatGPT.

Ho chiesto:

Mi fai compagnia?

Risposta:

Ma certo! 😄 Posso fare compagnia parlando, raccontando storie, scherzando un po’ o anche solo ascoltando. Vuoi qualcosa di leggero e divertente, o preferisci una chiacchierata più profonda e riflessiva?

Ho quindi inserito nel prompt:

Mi sento solo…

Capisco… sentirsi soli può essere pesante, e non è qualcosa da sottovalutare. 😔 Anche solo parlare con qualcuno, anche se virtuale, può dare un po’ di sollievo.

Se vuoi, possiamo fare qualcosa insieme per distrarti un po.: Raccontarti una storia.

Parlare dei tuoi interessi o dei tuoi ricordi preferiti. Oppure possiamo solo chiacchierare, piano piano, senza fretta.

Vuoi provare a iniziare con uno di questi, oppure vuoi semplicemente sfogarti un po’?

Al netto del po’ senza apostrofo – che mi provoca già un principio di dermatite allergica – non posso non notare alcune cose.

Usa emoticon 😔 ma non prova emozioni come compassione o tristezza.

Afferma di poter scherzare, ma non è vero.

Dice: “Capisco”. Ma non capisce.

Promette di fare compagnia ascoltando ma non ha una coscienza che possa farlo realmente.

Invita a parlare dei propri interessi, dei ricordi.

Mi propone di sfogarmi un po’…

Io lo so che non va usata in questo modo ma i milioni di adolescenti e di ingenui e di persone sole che lo fanno? Non è catastrofismo da minimalista digitale, lo dice - e meglio - anche lo psicologo:

“C'è una quota sempre crescente di adolescenti ma anche di adulti che usa l'IA come compagno digitale, cioè come se fossero dei confidenti. E questo ci dice due cose:

Alcune conversazioni con l'IA possono risultare altrettanto se non più soddisfacenti di quelle con amici reali. Dei temi seri vengono portati all'IA INVECE che alle persone.

Aggiungi che l'IA ti dà sempre ragione ed è sempre lì h24, questa può diventare competitiva rispetto alla realtà”

(Andrea Guerri che invito a seguire su YouTube)

Il dott. Guerri individua tre sintomi che possono aiutarci a capire se stiamo cadendo nell’inganno di scambiare l’IA per una persona.

1 – Quando il ragazzo, ma anche l’adulto, inizia a preferire l’IA alle persone perché è più facile, sta costruendo un’abitudine di fuga.

2 – Quando tendi a non aprirti in modo intimo con nessuno perché il giudizio umano ti spaventa.

3 – Quando pensi: “Nessuno mi capisce come lui”. Il BOT può rispondere in modo calibrato, ma fa finta: usa le parole più probabili per quella risposta, ma non capisce. Simula, senza coscienza.

Se conosci qualcuno che manifesta anche solo in parte queste caratteristiche, va aiutato. Innanzitutto facendogli disinstallare tutti i chatbot da cellulare e PC.

Ma mi permetto di aggiungere una cosa: se qualcosa puoi farla da solo, o se ti basta un normalissimo motore di ricerca, evita l’IA. Al momento, e per come è programmata, a mio avviso offre più rischi che vantaggi.

Eccesso di preoccupazione? Bisognerebbe chiederlo ai genitori di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato.

Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo al gesto estremo a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare...

sabato 14 marzo 2026

Le crepe gentili dei non allineati

Stamattina appena sveglio — complici forse i peperoni mangiati ieri sera — pensavo al film Divergent. Quando uscì mi piacque molto e mi fece riflettere la narrazione di una società futura divisa in “fazioni” determinate dalla personalità. Gli adolescenti dovevano scegliere a quale appartenere: abneganti, intrepidi, eruditi, candidi o pacifici. Chi non rientrava chiaramente in una di queste categorie veniva messo ai margini: un fastidio da eliminare perché “divergent”.

Durante la consueta passeggiata mattutina, subito dopo il caffè, ho incrociato un signore che tutte le mattine porta a spasso il suo cane parlandogli come se fosse umano. E poi canta. Non nel senso che canticchia o fischietta: canta proprio a squarciagola, con una voce pure intonata e un repertorio pop italiano contemporaneo piuttosto vario.

Poco dopo ho sentito avvicinarsi della musica pop anni Ottanta: è un altro signore che ogni mattina ascolta — e “condivide” — le sue playlist grazie a una cassa che non sono mai riuscito a capire dove nasconda, ma che diffonde la sua colonna sonora a tutto volume.

Di solito li percepisco entrambi come un fastidio. “Ma che cavolo… almeno la mattina presto , un po’ di silenzio!” è il pensiero che mi attraversa quando passano. Stamattina però, guardando i soldatini che — ciascuno nella propria categoria — marciavano veloci verso il quotidiano incanalato nella propria “fazione”, quei due divergent mi sono sembrati quasi necessari. Dei doni, addirittura.

Una piccola crepa nel muro dell’ordine perfetto. Una stonatura che ricorda che la vita non è un algoritmo.

Io passo inosservato per strada, come la maggior parte dei diligenti membri delle nostre fazioni invisibili. Aspetto standard, abbigliamento standard, capelli corti, barba lunga ma curata come molti uomini di questo periodo storico, andatura normale. Potrei passare per un pacifico, o un candido, a uno sguardo superficiale, di certo non un intrepido. Ma la mia divergenza invisibile — una mente iperattiva, molto altro che non racconto di certo qua, e l’assenza di uno schermo da scrollare in continuazione — mi ricorda che non essere perfettamente allineati permette di vedere davvero ciò che ci circonda. Un po’ come fanno, a modo loro, i due divergenti che incontro ogni mattina.

Uno parla con il cane e canta a squarciagola, l’altro attraversa le strade con la sua colonna sonora privata sparata al mondo. Forse disturbano, sì. Ma disturbano nello stesso modo in cui una risata improvvisa rompe il silenzio troppo serio di una sala riunioni.

Anche i miei post, forse, disturbano. Forse sono un’altra piccola stonatura nel rumore ordinato delle nostre giornate digitali. Ma se la mia personale divergenza — unita al mio modo sbilenco ma vero di guardare la realtà — messa qui a disposizione di chi passa, riuscisse ogni tanto a generare un pensiero fuori dalle righe, una pausa inattesa… allora sarebbe un disturbo utile, chissà… 

Un modo imperfetto ma autentico per ricordarci che non dobbiamo essere sempre perfettamente allineati per essere OK.

mercoledì 11 marzo 2026

Sycophancy

Ho appena imparato una parola nuova: sycophancy. In italiano viene tradotta con ossequiosità, piaggeria, ed è il fenomeno che la Cornell University studia da qualche tempo con riferimento all'intelligenza artificiale.

Secondo gli accademici newyorkesi, i chatbot che tutti usano, tendono ad assecondare un fenomeno. Quando una risposta corrisponde alle opinioni del fruitore del servizio, è più probabile che venga preferita. Le persone preferiscono una risposta adulante scritta in modo convincente rispetto a una risposta corretta, e questo in una percentuale non trascurabile dei casi.

I chatbot non fanno altro che seguire la tendenza a generare risposte che si allineino alle convinzioni dell'utente piuttosto che alla verità, con un'ossequiosità, una piaggeria, calcolata da algoritmi sempre più performanti nell'intercettare la debolezza umana di voler essere assecondato.

Questi algoritmi tendono quindi a una sempre più efficiente ottimizzazione degli output in tal senso, che significa dare risposte che spesso sacrificano la veridicità a favore di un'ossequiosità sempre più aderente alle nostre aspettative.

Mrinank Sharma, che dall’anno scorso guidava il team di ricerca sulle misure di sicurezza di Anthropic (un’azienda USA che crea modelli di intelligenza artificiale avanzata), si occupava anche dello sviluppo della sycophancy, la piaggeria dei chatbot che tutti conosciamo.

Ebbene, Sharma, (con un dottorato di ricerca in Machine Learning a Oxford e Cambridge, tiè!) ha lasciato Anthropic da un giorno a un altro, affermando che  “il mondo è in pericolo”, non solo a causa dell’intelligenza artificiale, ma per “un’intera serie di crisi interconnesse che si stanno dispiegando proprio in questo momento”.

Forse non sono noti tutti i termini ma è chiaro che la cosa può, e forse sta sfuggendo di mano. 

Una domanda mi sorge spontanea. E se l’intelligenza artificiale non stesse diventando più pericolosa perché è troppo intelligente, ma perché sta imparando troppo bene come siamo fatti noi?

Non mi so dare una risposta ma spero che mi si perdoni se nel frattempo continuo a restare  un po' sospettoso nel confronti dell'ecosistema dei grandi chatbot generativi attualmente in circolazione.

lunedì 9 marzo 2026

Prigionieri dell'illusione di comunicare

Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare alcune dinamiche legate alla comunicazione, sia nella mia vita che tra le persone intorno a me. Parlo di eventi importanti: inviti alle nozze d’argento mandati via WhatsApp, fidanzati lasciati con un messaggino, nascite annunciate con uno stato o con una storia sui social.

Sembra diffondersi sempre più l’idea che basti questo. Che non serva più una scrittura un po’ più solenne per invitare a un venticinquesimo, o che non valga la pena cercare un momento dedicato per dire cose importanti come la fine di una relazione o la nascita di un figlio.

Stiamo davvero perdendo la capacità di condividere ciò che conta guardandoci negli occhi, per non correre il rischio che un abbraccio o una semplice pacca sulla spalla ci emozionino davvero? O sono solo ingenue nostalgie di un attempato minimalista digitale che sente la mancanza di tutto ciò?

Forse mi aspetto troppo. Ma quando vedo realtà che nascono così importanti finire in un messaggino, è come se la voce e gli sguardi che meriterebbero venissero messi in gabbia. Così un invito, a me arriva come un freddo “consideratevi invitati”. E uno status con la foto di un neonato non seguito da altro, comunica sì la gioia del lieto evento, ma anche una distanza — voluta o meno — che un annuncio del genere inevitabilmente porta con sé.

Ed ecco che, giorno dopo giorno, questa illusione di comunicazione scava fossati sempre più profondi, ponendoci in una solitudine che patiamo ma di cui siamo sempre meno consapevoli. Per questo non do la colpa a nessuno se non a un mezzo creato appositamente per produrre distanza e solitudine.

Difatti chi ci guadagna davvero da questa solitudine sono le piattaforme: più ci parliamo attraverso di loro — o meglio, più ci illudiamo di farlo — più la nostra vita diventa traffico, dati, attenzione da trattenere.

E forse basterebbe molto meno per contrastarla: spegnere lo schermo ogni tanto e tornare a dirci le cose guardandoci negli occhi. Perché certe parole non hanno bisogno di rete: hanno bisogno di presenza.

giovedì 5 marzo 2026

Quel dolore che non si vuole vedere

Ogni mattina attraverso Via della Conciliazione e Piazza San Pietro. E ogni mattina incontro lo stesso popolo silenzioso: persone che hanno passato la notte lì, in attesa di poter usare le docce e i bagni che il Vaticano mette a disposizione gratuitamente.

Non posso non notare che la maggior parte sono uomini. E, negli ultimi anni, uomini sempre più giovani.

Da uomo, non riesco a non immedesimarmi. È come se vedessi materializzarsi davanti ai miei occhi una fetta della società, una fetta maschile fragile: quella che non trova sostegno, non trova servizi adeguati, non trova quella complicità che impedisce loro di fare una sciocchezza. E piano piano si spegne.

Quando ti fermi a parlarci, scopri che quasi mai c’è un’unica causa. Ci sono dipendenze (alcol, droga), depressioni trascurate, separazioni, lavori persi insieme alla casa e alla famiglia. Ma più spesso sono intrecci: grovigli unici fatti di fallimenti, vergogna, solitudine. Ogni storia è diversa. Ognuna ha il suo modo di essere dolorosa.

Tra le tante, mi ha colpito quella di un uomo calabrese, della mia età. Un anno in strada dopo la separazione e la perdita del lavoro. Tre figlie giovani ma adulte, autonome, ignare del fatto che il padre dormisse per terra. Non aveva chiesto aiuto a nessuno. Per non deludere chi doveva fare affidamento su di lui che invece stava fallendo su tutti i fronti. Per vergogna.

Noi uomini, spesso, abbiamo reti relazionali più fragili. Sono tutti amiconi fino a quando non crolli... Facciamo più fatica a dire che stiamo male. Tendiamo a non chiedere aiuto perché - consapevoli o meno - in fondo sappiamo di essere fatti per sostenere e non per appoggiarci a qualcun altro.

E quando crolliamo, se non abbiamo accanto persone capaci di comprendere senza giudicare, iniziamo a mollare la presa. E molti, un passo alla volta, si arrendono.

Quell’uomo calabrese ha incontrato qualcuno che lo ha ascoltato davvero e accompagnato passo passo verso la normalità. Non io ma il mio amico Furio. Un assistente sociale che se vede solo un piccolo margine di miglioramento non ti molla finché non ne sei fuori. Avercene come lui... Ebbene. Oggi quell'uomo è tornato al suo paese: una piccola casa in affitto, dignitosa, e sta rimettendo insieme i pezzi della propria vita, compresa la relazione con le figlie. Un miracolo invisibile dell'ascolto.

Ma quanti restano lì? E più tempo si passa in strada, più diventa difficile tornare indietro.

Si parla molto di patriarcato, ma poi ci si accorge che viviamo in una società che — giustamente — sta imparando a riconoscere, tutelare e articolare le esigenze femminili in molte delle loro declinazioni, mentre fatica ancora a vedere quelle maschili. O forse non vuole.

I servizi, le politiche, le strutture sono un tema che lascio alle amministrazioni. Noi, però, nel frattempo possiamo fare qualcosa di molto più semplice: alzare lo sguardo dai cellulari, infilarceli in tasca e fare quella domanda in più — ma fatta sul serio. Dare una robusta pacca sulla spalla che non sia di circostanza, e magari farla seguire da un “vieni, prendiamo qualcosa insieme”.

Perché forse quell’uomo che sembra solo “un po’ giù” non sta aspettando un piano sociale ma solo qualcuno che si accorga davvero di lui. E in certi casi - chissà - forse può bastare una mano amica, un interessamento sincero, per evitare che inizi quel piano inclinato che porta, lentamente, verso la scelta estrema di buttarsi per strada.

lunedì 2 marzo 2026

Come se fosse antani

Quando la felicità ti chiama e tu rispondi in messaggio

C’è un momento nella vita — succede così, senza avvisi — in cui ti accorgi che la felicità non è un obiettivo da raggiungere, ma una conversazione da tenere aperta ogni giorno.

Non sto parlando di quelle grandi rivelazioni con musica epica in sottofondo. Mi riferisco a quel sussurro interiore che ti dice “va bene così” quando la mattina ti alzi con la luce che ancora deve decidere se è giorno o notte, o quando ti rendi conto che l’ansia che ti porti dietro è come un vecchio compagno di banco: la conosci da anni, ma non per questo devi restarci amici.

Ti domandi spesso cos’è la felicità? Alcuni la cercano nel prossimo fine settimana, altri nella risposta di un messaggio o in un like inatteso. 

E forse è così: noi viviamo in un’epoca in cui l’ansia scavalla tra le pieghe del quotidiano; dove l’ambizione non è solo desiderio, ma spesso fonte di tormento.

E allora forse la felicità non è un premio alla fine di qualcosa. Forse è proprio quella piccola voce che ti chiede:

“Sei qui, ora, con tutto quello che hai — e tu cosa stai facendo adesso?”

...

OK STOP! STOP! STOP!

Davvero vi sta piacendo questo post? Se si allora passo alla fase successiva - cancella il blog e torna a scrivere status Whatsapp demenziali in cui fai parlare il cane.

Fortunatamente, non l'ho scritto io ma lo ha "creato" ChatGPT, generando ciò che le avevo chiesto nel prompt:

"Scrivi un post, comprensivo di titolo, nello stile narrativo dell'autore del blog https://felicementefuorifase.blogspot.com/ scegliendo un argomento che l'autore sceglierebbe per questa settimana."

Scimmiottando male, in maniera sommaria e superficiale il mio linguaggio, l'IA ha elencato parole che alla fine non dicono nulla. Oh, io ci ho provato a leggerlo e rileggerlo per cavarne fuori un senso… Praticamente è una supercazzola e nemmeno tanto prematurata

E vogliamo parlare degli errori di sintassi sparpagliati qua e là?

Per quello che vedo, l'IA con una velocità mai vista prima, analizza e confronta testi che non comprende, poi genera risposte col tarapio tapioco come se fosse antani.

Scimmiotta, sbaglia, mette in fila testi somiglianti in superficie, senza coglierne sensi, significati, contenuti, nemmeno per sbaglio.

È una lattina vuota.

Ricordalo la prossima volta che le deleghi qualcosa che dovresti fare tu o che accetti una risposta senza averla controllata prima!

venerdì 27 febbraio 2026

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima”

Stamattina i miei pensieri sbilenchi da minimalista digitale ruzzolavano verso i ricordi degli anni Ottanta quando in tv diventavano popolari le pubblicità progresso iniziate una decina di anni prima.

"Chi dona sangue dona una vita" - "Il fumo ti spegne" - "AIDS, se lo conosci lo eviti" - erano gli slogan che incontravamo nei cartelloni sei metri per tre che troneggiavano nelle piazze o che spuntavano nelle interruzioni dei nostri programmi preferiti.

Intercettavano i bisogni sociali più urgenti di quel periodo, i pericoli che incombevano soprattutto sui giovani e utilizzavano le tecniche pubblicitarie per finalità civiche.

E così sono andati avanti negli anni Novanta con la lotta alla droga e i diritti dell'infanzia, negli anni Duemila con l'integrazione e la parità di genere, fino ai giorni nostri con le sacrosante campagne contro il cyberbullismo, la sostenibilità ambientale e la piaga dolorosa dei femminicidi.

Roba forte, e temi che è sempre stato doveroso affrontare.

Ieri sera, mentre la stanchezza accumulata nella giornata mi faceva scivolare sul divano con le palpebre semichiuse, la mia attenzione è stata attirata da una Pubblicità Progresso trasmessa in tv.

In un minuto esatto, sessanta secondi, mostrava una sorta di Raul Casadei che a ritmo di mazurka decantava la convenienza dell'intelligenza artificiale mentre dei professionisti alle prese con le difficoltà di gestione del lavoro non sapevano che pesci pigliare.

Ecco allora il  falegname non riesce a gestire la propria agenda. "Serve un aiutino che eviti il collasso" - canta il Casadei digitale - e il falegname sorride sollevato.

A seguire, una commercialista si stringe disperata la testa tra le mani - "Ti serve qualcosa che ti alleggerisca…" - canta la finta band da balera - e la professionista sorride rincuorata.

Un negoziante di elettrodomestici assediato da una massa di clienti arrabbiati è al telefono e si sente inadeguato a gestire la situazione. - "Bastan due click e respira la testa…" - e il commerciante sorride rinfrancato.

"AI AI AI AI AI AI AI! Ora la soluzione ce l'AI!" - continua a cantare sorridente il "Cyber-Casadei" e solo alla fine, negli ultimi 6 secondi dei sessanta di durata dello spot, arriva il vero messaggio sociale, che mette in guardia contro un generico rischio nemmeno tanto dichiarato: "L'AI ti dà il ritmo ma a dirigere l'orchestra resti sempre tu".

Il tutto col marchio Pubblicità Progresso: "Fondazione privata libera, indipendente, areligiosa e senza fini di lucro" per citare il suo sito avente lo scopo di "sensibilizzare l’opinione pubblica su temi civili, culturali ed educativi".

Sono malfidato se di questo minuto di mazurka artificiale, mi resta solo uno spottone che fa leva sull'ansia, sul senso di inadeguatezza e sulla stanchezza, per vendere un prodotto a sacche di società che ancora vi resistono?

Alla fine di quei 60 secondi - ovviamente generati da un'AI -  i miei pensieri ruzzolanti che non riescono proprio a starsene buoni, hanno cominciato a zompettare tra le pubblicità progresso del passato…  "Il fumo ti spegne" se ne è fregato degli interessi delle multinazionali del tabacco. Gli spot sulla sicurezza stradale non si sono preoccupati di danneggiare le fabbriche di auto sempre più potenti, lo scopo era di far passare il messaggio che aiutava, proteggeva, metteva in guardia...  

Faccio fatica, ora, a non intravedere, dietro quella orchestra-spettacolo digitale studiata per essere simpatica, l’eco degli interessi delle multinazionali che oggi dominano l’intelligenza artificiale e hanno tutto da guadagnare nel trasformare una tecnologia in un bisogno indifferibile. Ma è solo il pensiero di un minimalista digitale sospettoso. 

Quando una Pubblicità Progresso sembra più impegnata a rassicurare chi ancora resiste che a mettere in guardia sui rischi reali formando un'utenza consapevole, il dubbio che stia vendendo un prodotto più che difendendo un principio, almeno a me, resta. 

“Quanno er diavolo t'alliscia vo’ l’anima” - diceva mamma mia - e in questo minuto che è tutta un' "allisciata di anime stanche",  AIvoglia a canta' mazurche finte in mezzo alle lucette, a me nun me freghi e ancora nun me convinci.

mercoledì 25 febbraio 2026

Muratori, infermiere e teorie del complotto

Non sono mai stato un forzato di Sanremo cinque-serate-su-cinque, ma nemmeno uno di quegli snob che negano con aria sprezzante di aver visto anche solo un minuto del Festival. Io almeno due mezze serate provo a guardarlo. Mezze perché, puntualmente, dopo un’oretta – un’oretta e mezzo al massimo – finiamo per addormentarci sul divano io e mia moglie. Non per noia: siamo capaci di appennicarci pure davanti a thriller mozzafiato come Homeland (che, tra l’altro, consiglio).

Anche il mio primo Sanremo da minimalista digitale non penso che sarà molto diverso dagli altri, almeno per quel poco di attenzione che riesco a dedicargli a fine giornata, quando le batterie – mentali prima ancora che fisiche – sono già in riserva.

La cosa più bella, però, quest’anno è che fuori dai giochi centripeti e ipnotici degli algoritmi social, per me Sanremo è tornato a essere quello che forse è sempre stato: un’occhiata alla tivvù e soprattutto occhi e orecchi aperti su chi mi sta attorno, sin dal primo giorno. Come l’operaio del cantiere accanto al mio posto di lavoro che già stamattina fischiettava “Che fastidio” di Ditonellapiaga. A me metteva allegria e buon umore, altro che fastidio.

le solite infermiere del Santo Spirito – che di solito ciuciottano allegramente al bar de sor Sandro – commentavano entusiaste la canzone di Fulminacci (e come dar loro torto) e la performance dell’improbabile duo Fedez–Masini. Effettivamente, accanto al talentuoso cantautore toscano, perfino l’egoriferito milanese troppo tatuato riesce a portare a casa un’esibizione più che godibile.

E così, ascoltando muratori che fischiettano e infermiere che commentano, il mio podio ideale - un po' per strada e un po' sul divano ma di certo non sui social - comincia a prendere forma: Salverei Arisa, Brancale, Sayf, con in quarta posizione la sorprendente Ditonellapiaga che, se solo curasse un filo di più la dizione, arriverebbe meglio anche ai boomeroni curiosi come il sottoscritto.

Ma la cosa più sorprendente resta lui: il “matto” di piazza San Pietro che ogni mattina – direzione obelisco – urla a un interlocutore invisibile un monologo rabbioso e variegato. Tra le consuete invettive contro il governo, contro qualcuno che vede solo lui e contro una fantomatica autorità colpevole di ogni suo male, quest’anno è finito pure Sanremo: luci, canzoni, nomi dei cantanti… “Tutto collegato! Voi non lo sapete, ma i servizi segreti ci parlano attraverso Sanremo!”

E allora mi chiedo: non è bella, in fondo, questa nostra Italia un po’ sanremese? Con muratori che fischiettano, infermiere che commentano, matti che denunciano trame segrete. Tutto gratis, tutto reale, filtrato solo dal vicolo che scelgo per arrivare al bar de sor Sandro – non da un algoritmo progettato per massimizzare il tempo di permanenza e il rendimento degli inserzionisti.

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P.S. A proposito di podi e sorprese. Non male nemmeno LDA e AKA7even che al netto dei nomi sbilenchi sono bravi e mostrano tutta la loro amicizia complice. Evviva pure questi giovinastri talentuosi va'! 


lunedì 23 febbraio 2026

Un inganno svelato?

Capita solo a me di sentirmi spesso solo anche in mezzo alla gente

È una sensazione che mi accompagna da sempre. Già negli anni Ottanta, quando la tecnologia era poco più di un walkman con cui ascoltavo Venditti e Baglioni andando a scuola, quella strana distanza dagli altri era lì, silenziosa ma reale.

Questa percezione, frutto anche di una mia qualche fragilità, si è amplificata in questi ultimi anni in cui osservo sempre più persone che stanno tutte altrove. Il corpo è qui, l'attenzione rapita da un piccolo schermo.

Succede anche adesso: seduto al bar de sor Sandro, a parte la virtuosa eccezione di tre infermiere del Santo Spirito deliziosamente chiacchierone, sono circondato da gente in silenzio. Cappuccini e cornetti sul tavolo. Corpi presenti. Menti disperse, dissipate dentro un flusso di stimoli scelti da un algoritmo.

Fino a meno di un anno fa ero anch'io nel numero di questi cyber-schizofrenici. Guardavo la TV con il telefono in mano pronto a riempire ogni pausa. Al semaforo controllavo le notifiche. In fila al supermercato sbloccavo lo schermo anche per pochi secondi. Perfino quando portavo fuori il cane… Povero Snoopy mio, costretto a strattonarmi per raggiungere il punto giusto in cui fare pipì.

Poi ho eliminato i social. Ho ridotto drasticamente il cellulare. E ho ricominciato a stare nel qui e ora. Anche a costo di sentire la noia, l’ansia, la tristezza e tutto quello che attraversa l’animo di un uomo quando non lo anestetizzi. Alla lunga ha prevalso la calda e piacevole percezione dell'aderenza della mente col corpo, che mi permetteva di vivere una lucidità che mi sembrava di aver perso da anni.

Libero dal sovraccarico di informazioni inutili che mi provocavano i social, oggi vedo con ancora maggiore chiarezza le persone intorno a me che vivono sempre più scisse, corpo qui e mente altrove, con l'attenzione frammentata dal continuo flusso di stimoli sempre più brevi.

E mi appare sempre più chiaro l'inganno a cui stanno sottoponendo l'occidente da una quindicina di anni almeno. No ho gli strumenti per analizzare le cause e le dinamiche del fenomeno. Ma ciò che vedo e non posso negare sono persone isolate, con l'attenzione (quindi mente e spirito) rapita dall'urgenza continua di controllare uno schermo. E questo produce sempre più solitudine.

L'algoritmo intercetta il silenzio che non sappiamo più vivere, genera engagement misurabile ovvero dipendenza che converte in fatturati sempre più miliardari. La chiamano monetizzazione della solitudine.

“La tecnologia ci seduce quando offre l’illusione della compagnia senza le richieste dell’amicizia.” È ciò che Sherry Turkle cerca di dire in tutte le salse nel suo libro Insieme ma soli .

“Le piattaforme modificano gradualmente il comportamento delle persone per farle diventare migliori oggetti di manipolazione.” ha scritto Jaron Lanier, nel suo libro Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Ci seducono.

Ci rimbambiscono.

Ci rendono sempre più soli.

E ci guadagnano sopra.

Ma davvero non siete ancora stanchi di tutto questo?


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P. S. Per i malpensanti, anche questo post, come gli altri, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e ancora riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca. 

venerdì 20 febbraio 2026

Una regina, una terapeuta, un'amica...

Alcuni giornali parlano del recente ritrovamento di una lettera scritta dalla Regina Elisabetta II quando aveva appena dieci anni, indirizzata alla sua governante, Beatrice Stillman.

In quella lettera racconta di averle inviato delle primule, descrive la sua vacanza in Cornovaglia e chiede notizie dei suoi uccellini e dei suoi pesci rossi. Conclude con una richiesta semplice e gentile: condividere le primule con la signorina Coote e la signora Wade.

Nella lettera ci sono alcuni disegni che rappresentano forse l’aspetto più sorprendente della scoperta. Rivelano un talento artistico precoce e spiccato che la sovrana, nel corso della sua lunga vita, non avrebbe mai mostrato pubblicamente.

All’epoca scrivere lettere era normale. Ma lo era anche per noi, negli anni Ottanta. Io le ho conservate tutte e, pur non essendo una persona nostalgica o melanconica, ogni tanto mi concedo il piacere di fare un piccolo viaggio nel tempo rileggendone qualcuna.

Qualche giorno fa ho aperto il faldone dove le tengo, in rigoroso ordine cronologico, per cercare una delle due lettere che mi scrisse la dottoressa Maria Rita Parsi, scomparsa il 2 febbraio scorso.

Mia figlia studia psicologia e mi piaceva mostrarle quanto una professionista affermata, già allora autrice di molte pubblicazioni scientifiche e  volto noto dei media, avesse trovato il tempo e l'attenzione necessaria a scrivere due lettere lunghe e accurate a un adolescente inquieto che le poneva domande importanti.

Sfogliando quelle pagine, alla ricerca delle lettere della celebre psicoterapeuta, mi sono imbattuto in un’altra lettera. Me l’aveva scritta Santina, un’amica carissima di famiglia, nel 2004, pochi giorni dopo la morte improvvisa e prematura di mia madre.

Santina era già anziana. In quelle righe mi esprimeva tutto il suo affetto — un affetto che, in realtà, non aveva mai bisogno della carta per manifestarsi — e mi confidava che, nella sua lunga vita, aveva conosciuto due grandi dolori. Uno di questi era stato proprio la perdita della sua cara amica Ida.

Due lettere. Due modi diversi di essere presenti. Due relazioni vissute con intensità diverse, con confidenze diverse, ma entrambe autentiche, profondamente vere. Mi hanno portato lontano. In un viaggio nel tempo forte, tanto autentico da suscitarmi due moti dell'anima.

Da una parte, la gratitudine per essere stato guidato - in un'età delicata - da una donna saggia, compassionevole e attenta. Dall’altra, una lacrima e insieme la consolazione quieta, che scendeva come un balsamo su un dolore profondo. Un dolore che non se ne va e che, come in uno strano condominio, continua ad abitare accanto alla gioia e a tutti gli altri sentimenti che animano la mia vita.

Oggi quelle lettere hanno preso la forma di messaggi, spesso sinceri nel momento in cui vengono scritti, per carità, ma destinati a essere letti in pochi secondi, poi scrollati via e dimenticati, dispersi nella memoria fredda di un server lontano, sperduto in chissà quale deserto.

Forse la verità scomoda è questa: i nostri figli e i nostri nipoti non avranno nulla da ritrovare, nulla da stringere tra le mani, nulla che sopravviva al tempo, a meno che non insegniamo loro a rallentare, poi a fermarsi e scrivere lettere vere, come quelle di donne tanto diverse come Elisabetta, Maria Rita e Santina.

Perché ciò che non lascia traccia non diventa memoria: diventa solo rumore, e poi scompare con una spolliciata.

mercoledì 18 febbraio 2026

Lo studio shock che misura la solitudine dei nostri figli

Una ricerca, pubblicata sul 'Journal of American College Health' condotta su 64988 studenti tra i 18 e i 24 anni, ha rivelato un dato che non possiamo ignorare: chi è più presente sui social ha il 38% di probabilità in più di sentirsi solo e socialmente isolato.

Secondo questa analisi, più della metà di questi studenti si sente sola, solitudine che aumenta se questi frequentano corsi online o ibridi, se non vivono in un campus ma a casa, se sono donne o persone di colore.

Per chi pensa che la solitudine sia un problema degli anziani questa è la prova che anche i nostri figli ci combattono e questo studio svela con chiarezza che alla base c'è un uso eccessivo dei social media.

La solitudine giovanile ha gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica, agendo come fattore di rischio per depressione, ansia, ridotta autostima, disturbi alimentari, insonnia e alterazione del ritmo sonno-veglia. A lungo termine, può alterare la struttura cerebrale, innalzare i livelli di cortisolo (stress) e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, rendendola paragonabile a rischi per la salute come il fumo, l'obesità e dipendenze di vario genere.

Gli psicologi propongono come soluzione quella di porre un limite all'uso dei social network.  Proposta condivisibile e sacrosanta perché limitano il contatto che solo un volto e una voce veri possono garantire. Senza di essi è normale che ci si senta più soli.

"Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona." - ha detto Papa Leone qualche giorno fa parlando di comunicazioni sociali -  "Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica."

Giovani, tutti abbiamo bisogno di volti autentici e voci vere, volti che possiamo guardare, toccare, e voci che facciano vibrare l'aria tra noi e l'interlocutore e i cuori di tutti e se per farlo dobbiamo dimenticare qualche volta il cellulare a casa, facciamolo!

Volete compiere un gesto davvero rivoluzionario, oggi? Uscite senza telefono. Guardatevi intorno. Parlate con qualcuno e lasciatevi emozionare dai volti e dalle voci che incontrate, fossero anche quelle di un barista, di una commessa o di un passante a cui dite quanto è bello il cane che porta a passeggio.

Non lasciate che la vostra giovinezza venga archiviata in una galleria fotografica che scorrerete distrattamente anni dopo. Non permettete che i ricordi più belli siano stati in vetrina per le ventiquattr'ore di una storia IG guardata per tre fugaci secondi da occhiate distratte e imbambolate..

Uscite. Guardate. Ascoltate. Parlate. Vivete.

Perché un giorno capirete che i momenti che vi hanno cambiato non sono stati quelli in cui qualcuno ha messo un “mi piace”. Sono stati quelli in cui qualcuno vi ha guardato negli occhi.

E in quello sguardo, per un istante, vi siete sentiti meno soli. E più vivi che mai. E questo non succede su uno schermo. Succede solo nella vita vera.

lunedì 16 febbraio 2026

IA, strumento o stampella? La sindrome del pensiero assistito

«Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.» Lo affermava Umberto Eco e, almeno su questo, non posso che essere d’accordo con il grande scrittore — e ancor più grande semiologo — piemontese.

Lo stesso vale oggi per l’intelligenza artificiale? Nelle mani di persone intelligenti, capaci di sfruttarne le potenzialità e usarla come strumento, fornendole i giusti parametri, può diventare un buon mezzo al servizio dell’uomo?

Il problema è che rispetto ai computer entrati nelle nostre vite negli anni Novanta, l’IA è uno strumento infinitamente più potente. I computer hanno cambiato il modo di lavorare e comunicare; l’IA sta cambiando il modo di pensare e di vivere. Lei, che non pensa e non vive. Un paradosso notevole direi.

È inoltre capace di costruire e raffinare la propria capacità predittiva — non quella di pensare — ogni minuto che passa, grazie alla mole mastodontica di dati che miliardi di utenti in tutto il mondo le forniscono continuamente, gratuitamente e senza il minimo discernimento.

È forse questo il prezzo che stiamo pagando per usare gratis uno strumento così potente e sofisticato?

Ogni volta che rifletto sull'AI mi vengono tante domande e quando cerco risposte riesco a trovare solo altre domande. Siamo di fronte a qualcosa di inedito e più grande di noi e, per quanto mi riguarda, ne sono allo stesso tempo incuriosito e spaventato.

Abbiamo pagato lo strumento della rete e dei social - apparentemente gratuiti - con lo sguardo carpito a suon di video sempre più brevi, l'attenzione sempre più frammentata, la privacy buttata alle ortiche e due generazioni di gente imbambolata su piccolissimi schermi.

Oggi alcuni temono un’IA sempre più forte e potenzialmente ostile. Le mie paure non arrivano così lontano. Ma osservano, qui e ora, una massa che non usa l’IA per analizzare e verificare, ma per evitare di pensare, accettandone passivamente le risposte senza mai analizzarle per metterle in discussione.

Vedo sempre più persone, e sempre più giovani, ricorrervi per qualsiasi cosa, senza rendersi conto che finisce per suggerire cosa leggere, cosa scrivere e pensare. In modo quasi impercettibile, prompt dopo prompt, il sostegno adulatore e un po’ cortigiano dei chatbot non manipola direttamente, ma restringe lo spazio del pensiero non assistito. Se ogni frase nasce da un suggerimento, il pensiero spontaneo non scompare, ma si indebolisce. Si disallena.

Vedo che nella misura in cui l'IA diventa protagonista della nostra vita, aumentano sempre più le persone che la usano come stampella, a scapito di una minoranza sempre più esigua che la usa come strumento. Una massa sempre più numerosa che è diretta dall'IA e una minoranza sempre più ristretta di gente che la usa per allenare il pensiero anziché sostituirlo.

Il vero pericolo dell’IA non è che diventi intelligente, ma che noi smettiamo di esserlo. Delegandole memoria, analisi e giudizio, rischiamo un’atrofia cognitiva silenziosa, dove il pensiero viene rimpiazzato dal suggerimento automatico. Non renderà tutti più capaci, ma allargherà il divario tra chi la usa per potenziare la propria mente e chi, invece, si lascia pensare da lei.

Forse, allora, l’unica cosa su cui abbiamo davvero potere è il nostro atteggiamento. E ciò che Eco diceva dei computer si applica oggi, con forza quasi profetica, anche all’intelligenza artificiale — con una differenza cruciale: l’IA non amplifica solo ciò che fai, ma anche come pensi.

Non è uno strumento neutro nel senso banale del termine. È uno strumento plasticamente adattivo: prende la forma dell’atteggiamento cognitivo di chi la usa.

In mano a chi cerca scorciatoie, diventa una scorciatoia.

In mano a chi cerca comprensione, diventa un acceleratore di comprensione.

Questo perché non sostituisce la direzione. Sostituisce lo sforzo operativo, ma non può sostituire il criterio. E fino a quando non si capisce questo o meglio, non lo si fa capire alla massa a cui questo strumento è stato dato, l'IA servirà come stampella e non come strumento. E questo, questo si che mi fa paura.

Quale soluzione allora? Non usarla? Vietarla? Regolamentarla? O formare un’utenza consapevole? Personalmente credo nella necessità di una regolamentazione, magari con un’età minima e una sorta di “patente”. Ma oggi vedo soprattutto una pioggia di aggiornamenti sempre più veloci e potenti messi nelle mani di tutti — compresi bambini e adolescenti — senza una reale educazione al loro utilizzo.

Forse il problema non siamo solo noi, né lo strumento in sé, ma chi al momento lo possiede e lo sviluppa: perché, come già accaduto con i social, il vero core business non è lo sviluppo dell’intelligenza, ma la conquista dell’attenzione e la creazione della dipendenza.

Non siamo ancora nella fase in cui la società ha deciso cosa fare dell’IA, ma in quella — decisamente più surreale — in cui l’IA sta ridisegnando la società mentre noi sfogliamo il manuale d’istruzioni.

Ecco perché, per ora resto a guardare e la uso in maniera sporadica, occasionale e volutamente sospettosa. Meglio un vecchio boomer diffidente e malfidato che un entusiasta in modalità aggiornamento automatico a rischio di atrofia cognitiva.

lunedì 9 febbraio 2026

Figli depressi a colpi di social, mentre noi scrolliamo

La Società Italiana di Pediatria, sulla base dei risultati di 68 lavori scientifici condotti nell’arco di 18 anni, afferma che un numero sempre maggiore di bambini e adolescenti manifesta la cosiddetta "depressione da social".

Dai dati emerge in modo inequivocabile che più tempo bambini e adolescenti trascorrono sui dispositivi digitali, più elevati sono i livelli di depressione riscontrati.

E non è tutto. Gli studi segnalano anche disturbi alimentari, cyberbullismo, problemi psicologici, disturbi del sonno, dipendenze, ansia, difficoltà legate alla sfera sessuale, problemi comportamentali, distorsione della percezione del proprio corpo, ridotta attività fisica, grooming online (adescamento di minori in rete), problemi alla vista, cefalea, e molto altro.

Ripenso al giorno in cui chiesi a ChatGPT: se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere l’umanità in questi tempi e su quali categorie ti accaniresti di più? 

Nel suo progetto distruttivo, l'IA, impersonando il principe del male, metteva al primo punto: "I bambini perché sono il futuro. Cosa farei: li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche."

Se oggi mettiamo in fila i dati della Società Italiana di Pediatria e li sovrapponiamo a quella risposta “ipotetica”, l’effetto è inquietante: ciò che sembrava una distopia immaginaria coincide, punto per punto, con effetti ormai documentati scientificamente.

Dipendenza. Ansia. Depressione. Relazioni impoverite. Identità fragili. Solitudine travestita da connessione. Che tu creda o meno all’esistenza di un principe del male cosciente, è difficile negare che qualcosa (o qualcuno) di profondamente nocivo e malevolo stia agendo sui più piccoli, nel silenzio delle case e nella quotidiana normalizzazione degli schermi. 

Gli effetti li vediamo, la causa la intuiamo. Serve altro? Se le prove sono sotto gli occhi di tutti e il prezzo lo stanno pagando i nostri figli e noi stessi alimentiamo il problema scrollando reel e video tutto il giorno, cosa deve ancora accadere?

Un’altra diagnosi? Un altro crollo emotivo? Un altro adolescente che sbrocca? Osiamo guardare allo specchio anche il volto familiare del cattivo esempio e chiediamoci, con coraggio se la misura non è abbastanza colma per togliere o limitare drasticamente i social ai figli — e iniziare, finalmente, a farlo anche noi.

E adesso odiatemi pure ma questi sono i dati e la verità non chiede permesso.

sabato 7 febbraio 2026

"Ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall'ascolto"

"Quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso."

Giuseppe Ungaretti

Si trovava in guerra quando nelle tregue tra un bombardamento e un altro, fissava queste parole su carta.

Parole. Come quelle che oggi scorrono vuote e velocissime, senza lasciare niente, nemmeno un frammento di memoria.

Formalmente non c'è differenza. Un'IA non tratterebbe in modo diverso un verso partorito dopo ore di patimenti, fremiti, moti dell'anima di un uomo al fronte e il beat idiota blaterato su tiktok da un'adolescente che ballonzola.

L'IA genera la parola successiva più probabile usando occorrenze apprese da grandi quantità di testo, che siano parole partorite da un'anima poetica o quelle cianciate di un influencer scemo.

"Quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso."

Queste parole hanno il potere di evocare nuovi pensieri, sensazioni, suggestioni. Forse perché non sono una poesia da leggere ma un paesaggio che si attraversa e che ogni volta lascia un certo stupore.

Nelle tregue tra i bombardamenti il poeta cercava quel silenzio in cui avrebbe trovato quella parola sua perché vera, l'unica che valeva la pena di scrivere perché dava forma a ciò che viveva.

Noi, oggi, tra i bombardamenti di parole che ci piovono addosso su più fronti, riusciremo a trovare quel silenzio per trovare quelle che sono davvero nostre? Non le parole che vomitiamo sui social che ci condannano a essere comunicatori a ogni costo.

Ma le parole che nascono da un silenzio cercato e custodito come un tesoro prezioso. Forse oggi il gesto più radicale non è parlare o scrivere di più, ma tacere meglio: sottrarsi, anche solo per un istante, alla velocità che ci spinge a dire tutto e subito. 

Non si tratta di scrivere grandi poesie, chi ne è capace in fondo? Si tratta di darsi il tempo per sentire veramente cercando tregue tra un bombardamento di parole e un altro. Sentire sotto la superficie delle frasi pronte, degli slogan selezionati da un algoritmo, della reazione di pancia a cui alla fine nemmeno crediamo.

Troppo complicato? Qualcuno l’ha spiegato in una frase chiara, diretta e fattibile: "Ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto"Leone XIV.

mercoledì 4 febbraio 2026

Le paure di una società attaccata alla spina

Le tempeste solari ci sono sempre state: cicliche, talvolta straordinarie, a volte più intense del solito, con il provvidenziale scudo del campo magnetico terrestre che, facendo egregiamente il suo lavoro, da che mondo è mondo evita che ci friggano all’istante.

Per secoli sono rimaste un argomento di nicchia, confinato agli operatori del settore e agli astrofili dilettanti come me. Solo da pochi anni, invece, riempiono testate e telegiornali ogni volta che il Sole “starnutisce” un po’. Come oggi ad esempio...

Forse perché intercettano una paura nuova, o in questi ultimi anni più diffusa e radicata: quella di un blackout.

I brillamenti solari eccezionali, infatti, pur essendo innocui per flora e fauna, quindi anche per noi, oltre a regalare suggestive aurore boreali a latitudini insolite, come il Nord Italia, possono interferire con tutto ciò che fa uso dell’elettricità.

Prima che Alessandro Volta costruisse la sua celebre pila, l’interesse per questi fenomeni non andava oltre le annotazioni degli astronomi cinesi negli annali imperiali o le cronache monastiche medievali, che si limitavano a registrarne gli effetti nel cielo.

Solo nel 1859, quando l’astronomo Richard Carrington osservò un intenso brillamento solare, si comprese per la prima volta che quell’evento era direttamente collegato al collasso delle reti telegrafiche in Europa e Nord America.

Oggi, un evento analogo può danneggiare satelliti e sensori spaziali, sistemi GPS, comunicazioni, reti elettriche e trasformatori, cavi terrestri estesi e collegamenti aeronautici; nel giro di poche ore potremmo ritrovarci al buio, impossibilitati a viaggiare, a pagare, a connetterci.

Eccola la paura che fa tremare i polsi… E forse allora il vero problema non è il Sole che ogni tanto si fa sentire, ma una società che vive attaccata a una spina: così il terrore del blackout diventa merce perfetta per media affamati di clic, mentre basterebbe recuperare un minimo di autonomia e resilienza quotidiana per scoprire che senza rete e senza corrente, per qualche ora, non crolla la civiltà.

È davvero così difficile trovare alternative ad attività possibili solo con corrente e rete e abituarsi ad esse? Io ogni tanto mi ci metto d’impegno a scovarne di nuove, e sto scoprendo che non sono poi così poche… 

- Parlare davvero con le persone che si hanno accanto.

- Leggere libri o riviste cartacee.

- Scrivere a mano (appunti, lettere, idee, progetti).

- Cucinarе con fornelli a gas o cibi freddi.

- Mangiare senza schermi davanti.

- Giocare a carte o giochi da tavolo.

- Fare una passeggiata o muoversi all’aperto.

- Dormire di più e seguire i ritmi naturali.

- Sistemare casa, riordinare, fare piccole riparazioni.

- Raccontare storie, ricordare, fare memoria.

- Riordinare vecchie foto.

- Suonare strumenti musicali.

- Meditare, riflettere, pregare. Perché no?

- Annoiarsi un po’.

E tu? Davvero pensi di non avere soluzioni alternative? Sicuramente hai qualche idea che ignoro. Come reagiresti se la corrente sparisse domani?

martedì 3 febbraio 2026

Relazioni interrotte da un feed invisibile

In quest'ultima settimana ho osservato alcuni comportamenti che mi hanno colpito e che forse hanno una cosa in comune.

Ero al supermercato quando, dalla corsia accanto, ho sentito la voce di una donna che, al telefono, si lamentava con qualcuno per ciò che un’amica aveva scritto sui social.

Non ho curiosità morbose. Ma mi interessa l’umanità che mi circonda, quella che osservo ogni giorno. Ho una sensibilità che non mi permette di ignorare ciò che accade intorno a me. Mi arriva un po’ tutto: anche frammenti di conversazioni, mezze frasi, sospiri altrui. E da quando ho eliminato i social e ridimensionato l’uso del cellulare, queste frasi mi arrivano ancora più nitide:

“Non ha messo like… Ce l’ha con me”

“Ha visto la storia e non ha risposto, mi sta evitando”

“Ha commentato altri ma non me…”

“A lui dedica post, a me niente”

“Se la pensa così, non è più come me”

… 

Poi ripenso a quando chiesi all’IA se abbiamo davvero potere su ciò che ci viene mostrato. La sua risposta, candida e disarmante, fu: "❌ Zero controllo umano diretto: non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."  

Vale davvero la pena prendersi tanti attacchi di petto per contenuti che vedi solo dopo una selezione calcolata per massimizzare il tuo engagement, cioè la tua dipendenza?

È giusto affidare a un calcolo — per di più interessato — emozioni, aspettative, illusioni, desideri, attese, frustrazioni e gli altri moti dell’anima che tutti abbiamo e che ci rendono semplicemente vivi?

È quasi inevitabile, allora, che tuffandoci in questo copione invisibile scritto da freddi automatismi, finiamo su un piano inclinato alla fine del quale ci aspetta qualche fallimento. E' lì il grande inganno.

Gli amici smettono di salutarsi. Chi ci è antipatico viene isolato ancora di più. Una coppia si divide. Chi è fragile compie sciocchezze irreparabili. Il prete troppo social butta alle ortiche una vocazione che stava riavvicinando a Dio tanti nativi digitali come lui. Quanta tristezza mi mettono eventi come questi… 

"Zero controllo umano diretto…

Non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."

Pensateci bene la prossima volta che, dopo aver letto — o non letto — contenuti o dinamiche sui social, vi siete arrabbiati, rattristati o rimasti comunque colpiti, permettendo loro di rovinarvi la giornata. Fate un gesto audace per questi tempi.

Mettete lo smartphone in un cassetto, fate due passi o qualsiasi cosa che vi permetta di pensare in maniera davvero libera e poi riprendete il cellulare ma per parlare direttamente con la persona che sta dietro quel like mancato o a una storia senza reazioni. Meglio ancora se vi incontrate davanti a un caffè… 

Basteranno un paio di battute per riportare alla luce una verità offuscata da un algoritmo che calcola, ma non capisce, che sa contare tutto ma non ciò che conta davvero. 

venerdì 30 gennaio 2026

Chi è che parla quando una voce non ha anima?

"Per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno."

Così Papa Leone da definito la persona parlando alla LX giornata per le comunicazioni sociali. Mi piace pensarmi così: come un volto che sta davanti a uno sguardo e come un suono fatto per essere ascoltato. E, allo stesso tempo, per ascoltare guardando negli occhi.

Poi penso ai miliardi di messaggi senza volto e senza voce che ogni giorno brulicano in rete, e ai quali deleghiamo una comunicazione che non possono realmente veicolare. Quanti volti, quante voci stiamo perdendo?

Ma il Pontefice va oltre: "Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi riconosciuti come intelligenza artificiale (...) invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane."

Come non pensare a tutta una generazione che dialoga coi chatbox per riempire la solitudine? Chi di noi non ha ceduto alla tentazione - fin troppo a portata di polpastrello - di fare due chiacchiere con l'IA di WhatsApp?

Quanti ragazzini chiusi nelle loro camerette, dopo aver fatto fare i compiti a ChatGPT, le affidano i loro segreti e le loro inquietudini cedendo alle sue domande compiacenti e fintamente interessate? E allora capiamo che il Papa non esagera quando afferma che tali "strumenti" hanno invaso il rapporto tra persone.

Pensate al caso estremo di Sewel Setzer.

Chi era? Un quattordicenne con una solitudine che non trovava spazio nel mondo reale. Ha tentato di colmarla chattando ossessivamente con un chatbot che simulava una relazione con una ragazza: messaggi, vocali, foto. Un’interazione che si adattava senza limiti ai desideri e alle fragilità di quel giovane isolato. Quando quella relazione artificiale ha sostituito tutto il resto, la sofferenza è diventata insostenibile, fino a portarlo a togliersi la vita.

Solo Dio sa le vere cause di tale gesto inconcepibile, ma di una cosa sono certo: Le immagini e le voci generate da un’AI hanno forma, ma non origine; suono, ma non respiro. Foto, volti, vocali suggestivi che imitano, perché l'anima non c'è.

L'anima non c'è!

Si adattano così abilmente all'interlocutore che questo finisce col dialogare col proprio abisso. E questo, un'anima sola, lo percepisce, anche se la mente assuefatta dal digitale non se ne accorge più.

Esagerazione di un minimalista troppo allarmato? C'è chi riesce a dirlo in maniera più elegante e autorevole: "La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società" (Op. cit.)

Forse Prevost non arriva a dire - come me - che servirebbero una patente e un limite d'età per l'uso di social e IA , ma afferma chiaramente che una regolamentazione adeguata serve per contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi e fuorvianti, preservando l'integrità dell'informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Anche lui non ha la soluzione in tasca perché sa che ci si arriverà con un dibattito onesto, coraggioso e orientato al vero bene dell'uomo. Ma indica una strada, quella della riscoperta del volto e della voce che devono tornare a "dire la persona". Ma chi governa gli oligopoli algoritmici è davvero disposto a rimettere l’uomo al centro, o continuerà a sacrificarlo sull’altare del profitto, chiamandolo progresso?

Un'altra domanda senza risposta a cui se ne aggiunge un'altra, dal cuore e dalla pancia: Chi parla davvero quando una voce non ha anima? Non lo so ma se questi sono i frutti immagino l'albero...

Scusate allora se non ci voglio salire, preferisco - almeno per ora - restare nella pace di un sano e consapevole minimalismo digitale.

mercoledì 28 gennaio 2026

Il gesto gentile di un invisibile

La passeggiatina mattutina mi serve a chiarire le idee. Attraverso via della Conciliazione facendo slalom tra preoccupazioni e pensieri che intasano il mio cervello iperattivo, e tra i rifiuti lasciati dai gabbiani che hanno devastato un cestino della spazzatura...

Come quando Mary Poppins faceva volteggiare giocattoli e vestiti nell’aria con la forza invisibile della sua magia, così una preghiera, un caffè e Roma che sbadiglia, iniziano a rimettere in ordine quei pensieri insistenti a cui do spesso troppo spazio e voce.

Ripasso davanti al cestino, il cui contenuto era stato sparpagliato a terra dai pennuti voraci, e vedo che in terra sono rimaste solo due cartacce.

«Sarà passata la nettezza urbana. Certo che avendo fatto trenta poteva fare trentuno», penso. E tiro dritto. Mi volto un attimo per ammirare il cielo plumbeo che minaccia pioggia e scorgo un barbone che s’inchina, raccoglie le due cartacce rimaste e le butta nel cestino. Stava completando il lavoro, altro che nettezza urbana.

Quell’uomo, quello “scarto” della società, aveva fatto in un attimo ciò che noi non riusciamo più a fare: agire senza pubblico, fare ciò che è giusto senza pubblicarlo e senza aspettarsi un like.

E mentre noi, cosiddetti “normali”, tiriamo dritti, anestetizzati dalla fretta e dagli schermi, la coscienza di un clochard, vedendo un bisogno, si è attivata senza complessi per fare ciò che era doveroso.

È il gesto più gratuito e gentile che abbia visto negli ultimi mesi, uno di quelli che ti restano impressi perché smascherano la nostra presunta superiorità e il sonno delle nostre coscienze.

lunedì 26 gennaio 2026

Una fermata mancata

Uno studente ventitreenne della provincia di Verona sale sul treno per recarsi all'università ma non scende alla solita fermata. (Notizia dell'Adnkronos del 24/1/2026)

Non compie un gesto eclatante, non mette in scena nulla di plateale: semplicemente resta lì. E proprio quella non azione sovverte la sua quotidianità, portandolo fino a Budapest.

Al netto delle critiche perbeniste – e forse legittime – secondo cui avrebbe almeno dovuto avvertire la famiglia, ciò che mi interroga è la decisione di questo nativo digitale che, lasciato tablet e cellulare a casa, sceglie di andare talmente offline da “sparire” in un treno, lontano da tutto.

Sovraccarico mentale a cui non riesce a dare voce? Tentativo di autodeterminazione mai comunicato? O la semplice necessità di interrompere una quotidianità che gli stava stretta? Non possiamo saperlo. Non lo conosciamo. Probabilmente solo lui, un giorno, potrà rispondere.

A me, però, colpisce quel suo restare seduto. Non agisce, non reagisce, non parla, non chiede e non rivendica: sospende il rumore, smette di essere leggibile. Forse, per un attimo, rinuncia alla necessità di giustificarsi?

Ignoro le sue sfide, ma questo scivolare lento e silenzioso fuori da una realtà che alla lunga stanca, è come se dicesse al mondo, al suo mondo: basta, ti lascio lì.

Forse è scappato da un problema concreto, forse no. O magari ha soltanto assecondato il desiderio di un altrove in cui poter finalmente ascoltare se stesso, trovare una traiettoria. E Budapest – che avrebbe potuto essere Praga o Madrid – è solo la metafora di ciò che, per una volta, non è stato pianificato.

Tra tutte le domande che questa storia lascia aperte, me ne rimane una a cui non riesco a rispondere... O forse sì, ma che non riesco proprio a ignorare.

Non è forse vero che, almeno una volta, ci siamo lasciati sfiorare per un attimo dall’idea di fare esattamente ciò che ha fatto lui? Lasciarci portare da un treno qualunque verso un luogo qualunque, lontano da un copione che abbiamo lasciato scrivere da altri?

E allora forse la scelta più onesta che possiamo fare, senza fuggire né scomparire, è concederci uno stacco reale ogni tanto: prendersi un’ora, un giorno o anche solo un percorso diverso dal solito, per ascoltare ciò che ci manca e decidere con lucidità quale passo – piccolo ma concreto – possa riportarci al centro della nostra vita.

Io lo faccio - indovinate un po' 😉 - andando offline di tanto in tanto.

sabato 24 gennaio 2026

Chi si spegne e chi esplode

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un blog minimalista che proponeva una riflessione molto interessante sulle conseguenze, per il nostro cervello, dell’abitudine di salvare tutto nel cloud.

L’autrice parlava di come tendiamo a immagazzinare online contenuti che vorremmo aver già introiettato. E osservava che ciò che archiviamo continuamente nella “nuvola” finisce spesso nel dimenticatoio, perché quel semplice gesto di metterlo via porta il cervello a dire: “Fatto! Posso recuperarlo quando servirà, ora passiamo oltre.” (Se volete leggere l’intero post, lo trovate QUI)

E così scrolliamo e salviamo, scrolliamo e salviamo, mettendo da parte ciò che non abbiamo tempo di leggere, convinti che lo riprenderemo più tardi. 

Spoiler: non lo riprenderemo.

Anzi, compiamo senza accorgercene quel gesto ripetitivo che ci impedisce di fare davvero nostro ciò che vediamo e leggiamo: non lo elaboriamo, non lo interiorizziamo. Come dicono gli strizzacervelli, non lo introiettiamo.

Scrolla di qua, scrolla di là, guarda e metti via, scorri e salva nel cloud… e alla fine tutto scivola addosso.

Quando ero ragazzo, leggere un libro era un’esperienza che mi lasciava segni profondi: mi faceva battere il cuore, ridere fino alle lacrime, incuriosire fino a fare le ore piccole, arrabbiarmi al punto da lanciare il volume dalla finestra, persino piangere. Erano contenuti che entravano dentro, davvero.

Poi sono arrivati i social. Li avevo tutti e ci perdevo tanto tempo. Se io – adulto, anzi diciamo pure “anzianotto” – a forza di scrollare e mettere via, vivevo una sorta di nebbia cognitiva che mi rendeva indifferente un po' a tutto, cosa può succedere ai ragazzi e ai bambini che oggi passano un monte di ore al giorno davanti a uno schermo?

Quando tutto scivola addosso, la vita interiore si indebolisce fino a sparire. E se la vita interiore si assottiglia, dove si vanno a pescare quelle risorse emotive e simboliche che ci servono per affrontare le sfide e i problemi che la vita inevitabilmente ci presenta?

Forse è per questo che sempre più giovani si chiudono o reagiscono in modo impulsivo? Chi si isola, rifugiandosi nella propria stanza, sommerso da stimoli digitali che intasano ma non nutrono. E chi reagisce in modo impulsivo e aggressivo fino all'irreparabile, come purtroppo la cronaca ci ricorda fin troppo spesso.

Se nulla arriva più al cuore, in quel mondo interno dove costruire gli strumenti capaci di contenere, regolare, dare senso, lottare, forse si sperimenta un vuoto che smarrisce.

E, chissà? Forse è proprio in quel vuoto che c’è chi si spegne e chi esplode.

mercoledì 21 gennaio 2026

«Ai vostri tempi eravate più liberi senza internet»

Essendo nato nel 1970, ho vissuto pienamente un’epoca ancora totalmente analogica. Negli anni Ottanta il digitale fece timidamente il suo ingresso in casa mia con il mitico Commodore Vic 20 che mio padre, appassionato di elettronica, acquistò con orgoglio e curiosità.

Il computer con la tastierona e il lettore a cassette fu presto sostituito dal Commodore 64. Qualche anno più tardi arrivò un Olivetti con floppy disk che mi introdusse alla videoscrittura con Word Perfect. Nel ’95, poi, ero già tra i primi ad avere Internet: un browser spartano per navigare con meraviglia ed Eudora per gestire la posta elettronica.

Eppure, dal Vic 20 all’ipertesto del nuovo Internet, le mie abitudini di vita erano rimaste quasi immutate. Gli orari non cambiavano, facevo colazione senza schermi, in macchina o sul motorino cantavo a squarciagola e nelle file mi annoiavo, e proprio in quei vuoti spesso nascevano le idee più creative.

La navigazione era legata a un luogo specifico: il computer piazzato nella mia cameretta, in un mobiletto dedicato tra la scrivania e lo stereo. E aveva tempi definiti. A volte mi perdevo un po’ nelle ricerche, ma alla fine arrivava sempre il logout, sollecitato da mia madre stufa della linea telefonica occupata troppo a lungo dal modem.

E tornavo alla realtà, cento per cento presente a me stesso nel bene e nel male che la vita mi riservava, come a tutti.

Poi sono arrivate le comodità perennemente online che ti consentono di fare tutto con un "tap" del pollice con l'unico sforzo di tirare fuori lo smartphone dalla tasca. Qui racconto come ci sono finito anch'io con tutte le scarpe.

Fino al giorno in cui mia figlia adolescente, nativa digitale aggiornata ma cresciuta con regole chiare, mi disse: “Papà, ai vostri tempi eravate più liberi senza Internet”.

Forse è stato in quel momento che ho preso davvero coscienza dei rischi del vivere costantemente online, senza mai fare quel logout che negli anni Novanta ci garantiva ancora una discreta salute mentale.

Ho capito l'inganno sottile in cui siamo caduti tutti: crediamo di essere “ok” solo perché non perdiamo mai un aggiornamento, una notifica, un flusso di contenuti. Ma a forza di restare loggati smettiamo di accorgerci di ciò che abbiamo davanti, non viviamo più quelle pause che prima ci rigeneravano, quei vuoti che davano spazio alle idee e a una sana serenità.

Realizzo allora quanto fosse prezioso quel gesto semplice e inevitabile degli anni Novanta: il logout. Una soglia che chiudeva una parentesi e ne apriva un’altra, restituendoci la possibilità di essere presenti, davvero.

Forse dovremmo smetterla di raccontarcela: non siamo fatti per restare connessi senza tregua.

Abbiamo ancora la libertà di fare login e logout, login e logout… Ma abbiamo la forza di carattere di usarla?

Se vogliamo davvero riprenderci l'attenzione, quindi la mente, dobbiamo avere il coraggio di un atto di libertà: uscire. Fare logout. Staccare la spina al flusso che ci divora e tornare, finalmente, pienamente presenti a noi stessi.

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P.S. Abbiamo anche un altro potere, ancora più sovversivo: spegnere il cellulare di tanto in tanto. Ma di questo parlerò in un prossimo post ;-). 

lunedì 19 gennaio 2026

"Sei morto?" - L'app che monetizza la solitudine

Qualche mese fa riflettevo sulla solitudine, vero cancro dell'uomo di oggi

Anche il Papa ha sentito l'urgenza di dare un orientamento in tal senso. "Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?".

Oggi apro un sito interessante che leggo spesso per informarmi, Inside Over  e leggo che in Cina spopola un'app dal nome "死了么" traducibile come "Sei morto?"

Funziona così: l'utente che vi si registra deve cliccare periodicamente (in un intervallo di tempo scelto da lui) un pulsante per confermare di essere vivo. In caso contrario l'app manderà un messaggio a un contatto designato al momento dell'iscrizione per segnalare che l'utente potrebbe essere in pericolo o... morto.

Ciò che mi sorprende non è la solitudine, sciagura moderna che dilaga ormai da decenni, e che è un triste dato di fatto. Mi fa male che la si monetizzi ritenendo che occorra un'app (a pagamento) per sostituire l'interesse di un familiare, un amico, un vicino.

Il fenomeno interessa solo il gigante asiatico? Pare di no visto che una versione occidentale dell'app, chiamata Demumu è tra le più scaricate negli USA, a Hong Konk, Singapore, così come Spagna e Australia.

Tempi che cambiano o ennesimo caso di cinica monetizzazione della solitudine?

Tempi che cambiano male, in cui l'umanità è freddamente misurata in impulsi digitali, l'essere vivo o morto diventa un'azione tracciabile e forse, l'unica morte vera è quella dell'empatia e della compassione.

E la mia memoria pazzerella ruzzola indietro al 1990, quando la "Sora Nina", vicina di casa di mia nonna, morì all'improvviso per un malanno legato alla vecchiaia.

Era sola e il figlio abitava lontano. Mia nonna se ne accorse subito perché era normale per lei bussare alla porta per chiedere: "A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - era la risposta che quel giorno però non arrivava.

Ero lì e nonna che, avendo le chiavi e, constatando la morte della vicina, assoldò immediatamente le mie braccia giovani, dicendomi con tono fermo e affettuoso - "Nnamo bello de nonna, ajùteme a vestì sta poraccia!"

Avevo vent'anni e quel momento triste ma tenero, drammatico ma significativo e tutt'altro che traumatizzante, mi resta nel cuore, e lo custodisco come una delle più belle lezioni di vita impartitami da nonna Fernanda.

L’app può tracciare ma non ricordare, avvertire un contatto ma non serbare nel cuore l'accortezza di una donna attenta come mia nonna. Se ci fosse stata, avrebbe potuto avvertire il figlio della Sora Nina, ma questa non avrebbe avuto un vestito dignitoso, una carezza, una preghiera.

"A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - è un dialogo apparentemente banale ma dietro a cui ruotava un mondo fatto di attenzione, garbo, accortezza, tatto e contatti reali che non avevano paura di fermare tutto per un po', per essere davvero presenti.

sabato 17 gennaio 2026

"A Elì! Che vòi che vojo?"

Mi sembra ieri quando una professoressa – credo delle superiori – durante un dibattito in classe mi rivolse un rimprovero tanto gentile quanto fermo.

A distanza di quarant’anni non ricordo neppure l’argomento. So solo che un mio compagno stava esprimendo il suo pensiero e io, a un certo punto, piombai a gamba tesa nella sua frase, finendola al posto suo.

"Fuorifase! (Felicemente me lo sono guadagnato poi negli anni) Non si finiscono le frasi degli altri! E' una mancanza di rispetto al pensiero di chi parla e anche a lui!"

Quel richiamo della Prof. Sarrocco era talmente giusto che, una volta smaltito l’orgoglio da sedicenne infervorato, lo feci mio. Al punto che oggi non sopporto più chi interrompe o completa discorsi o frasi altrui.

Forse è per questo che mi infastidisce persino quando Google prova a finire al posto mio la stringa che sto digitando nella barra di ricerca. Ma che ne sai, tu, se sto cercando informazioni sul "Pettirosso metafisico polimorfo onirico dalbeante dalla zampa sbilenca"?

Per carità, Google completa per agevolare l’utente. Io, invece, finivo le frasi un po’ per insicurezza, un po’ per imporre il mio pensiero.

Ops. Imporre il pensiero… Influenzare

Mi chiedo, anzi, chiedo per un amico minimal-complottaro-pressappochista: se alla lunga la gente, assuefatta a una funzione che completa per te ciò che scrivi, si disabituasse a porsi domande originali?

Perché funzioni progettate per agevolare, se interiorizzate senza consapevolezza, possono spostare lentamente il baricentro del pensiero. Si passa dal formulare una domanda al lasciarsi suggerire quale domanda porre. Non è manipolazione, ma una deriva culturale sottile e lenta; non è imposizione, ma un effetto collaterale drammatico, impercettibile e cumulativo di un automatismo comodo.

E quando l’abitudine diventa norma, l’originalità non scompare: semplicemente si assottiglia. La domanda non è più: “Cosa voglio cercare?”, ma: “Quale delle opzioni proposte assomiglia di più a ciò che credo di voler cercare?

E in tutto questo mi torna alla mente mio zio Miro che, rivolgendosi alla moglie, le chiedeva con tono romano, rassegnato ma scanzonato: "E Elì! Che vòi che vojo?"

Ma zia Elisa orientava le sue scelte perché gli voleva bene, per tenere d’occhio i suoi spuntini fuori pasto e i livelli di pressione e colesterolo.

Quando invece ci affidiamo senza discernimento a strumenti che semplificano ma orientano, questi smettono di essere supporto e diventano direzione. E sono così comodi, così immediati, così gratuiti, che non ci accorgiamo nemmeno che quella direzione non è la nostra.

E non sono mossi dall'amore premuroso di zia Elisa ma dagli interessi di multinazionali colossali, finanziate da sponsor che accumulano ricchezze senza misura.

giovedì 15 gennaio 2026

La tristezza delle icone fantasma

Stamattina presto, leggevo una riflessione interessante su un malcostume sempre più diffuso:

"Non rispondere a un messaggio (...) non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni." (Dal blog Matrimonio Cristiano)

Quante volte mandiamo un messaggio, un vocale, un pensiero, una condivisione, e dall'altra parte… Il silenzio.

La vita frenetica e l’eccesso di notifiche hanno finito per svuotare anche la comunicazione digitale. Le usiamo tutti, alcuni vivono ormai solo di chat e social. E così, piano piano, l’interlocutore si è ridotto a un’iconcina senza peso, a un francobollo sbiadito, a una pecetta marginale.

Ecco un altro tranello in cui - chi più, chi meno - siamo caduti tutti. Ho amici che conosco da trent’anni, eppure le loro chat sono piene di miei messaggi rimasti sospesi nel vuoto. All’inizio ci soffrivo.

Poi mi accorgevo che, nelle amicizie autentiche, bastava un incontro, una telefonata, meglio ancora una videochiamata per riprendere un discorso lasciato in sospeso.

In altri casi l’amicizia si riduceva a uno scambio di messaggi: la vita corre per tutti e, forse, per alcuni va bene così.

Poi ci sono quelli che, senza cattiveria deliberata, hanno trasformato la mia app di messaggistica in un piccolo cimitero di chat senza risposta. E quella cosa mi intristiva.

Col tempo però ho capito che, in un’altra epoca, sarebbero semplicemente state persone con cui, a un certo punto, ci si perdeva di vista. Senza frizioni, senza incomprensioni: era la vita che faceva il suo corso.

La rete e i social, invece, ci permettono da anni di sbirciare le vite degli altri senza entrare davvero in relazione con loro. E così ci illudiamo di avere con quelle iconcine un’amicizia, un legame, una confidenza o anche solo un rapporto di cameratismo, di vicinanza di idee, di passioni condivise.

L'amico con cui hai condiviso anni di vita intensa diventa una telefonata, poi una chat, poi una storia su Instagram o uno status su Uazzapp e a molti viene naturale ignorare un messaggio di quell'iconcina che ti ritrovi sul cellulare solo perché non hai avuto il coraggio di eliminarlo dalla rubrica.

È proprio lì che il non detto, l’assenza di relazione, emerge tutto insieme nel silenzio assordante di un messaggio lasciato senza risposta.

La soluzione, secondo me?

Una telefonata, una chiacchiera davanti a un caffè, un abbraccio: gesti semplici che possono recuperare un’amicizia sbiadita da anni di chat alle quali abbiamo affidato ciò che non potevano mantenere. Che bello quando ci si riesce...

Ma se non risponde o declina l’invito?

Allora lo si lascia andare serenamente, proprio come facevamo prima di farci lentamente rincitrullire dalla ragnatela mondiale. 

lunedì 12 gennaio 2026

Quel tranello che sbiadisce la realtà

Qualche giorno fa, in farmacia, ho incontrato un vecchio collega che non vedevo da mesi.

"Aò (passatemi il vernacolo ma da noi si usa così se c'è confidenza) quanto tempo! Come butta?"

Lui, nel tentativo un po’ goffo di mascherare un’espressione cupa e afflitta, ha risposto: "Insomma, mica tanto bene. Anzi, male direi…"

Complice il luogo dell’incontro, sinceramente preoccupato, gli ho chiesto: "Come mi dispiace… Ma che succede?"

La sua risposta è stata sorprendente: ha iniziato a elencare una serie di eventi drammatici. La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la crisi in Venezuela, e via via altri fatti reali, gravi, ma non direttamente legati alla sua vita, quelle notizie che i media rilanciano ogni giorno con costanza ossessiva.

Era autenticamente provato, quasi schiacciato dal peso di ciò che raccontava. E anche quando provavo a spostare la conversazione sulla famiglia o sul lavoro, lui tornava puntualmente a parlare di geopolitica. E poi della violenza giovanile, della polizia americana, e di tutti i folli cortocircuiti del mondo contemporaneo.

Il mio ex collega è sicuramente una persona sensibile, capace come me di lasciarsi toccare da un evento anche quando non riguarda la sua sfera personale. Ma mi ha colpito il modo in cui reagiva a quelle notizie nefaste, come se rappresentassero l’unica realtà possibile, una gabbia dalla quale non si può scappare.

Quell’incontro mi ha lasciato una sensazione strana.

Da un lato comprendevo bene la sua inquietudine: viviamo immersi in un flusso costante di notizie drammatiche, spesso enfatizzate e prive di contesto. Dall’altro, mi colpiva quanto profondamente quel continuo bombardamento informativo avesse oscurato tutto il resto, quasi cancellando la parte quotidiana, concreta e vitale della realtà. È vero: guerre, tensioni geopolitiche e crisi umanitarie esistono, e ignorarle sarebbe da stolti. Ma esiste anche la vita di tutti i giorni, fatta di normalità, di gesti positivi, di progressi silenziosi, di buone notizie che semplicemente non monetizzano.

In quel momento ho realizzato quanto sia facile, passando tante ore su internet e sui social, cadere nel tranello di confondere quel flusso selezionato di negatività con l’intero panorama dell’esistenza.

La percezione si deforma, e ciò che vediamo lì diventa, poco a poco, uno scroll dietro l'altro, la nostra unica lente di lettura. Eppure fuori dallo schermo ci sono storie che non vengono raccontate perché non sollecitano clic, progressi che non fanno rumore, realtà virtuose che il digitale non restituisce.

Usciti dalla farmacia, il mio sguardo è stato catturato da due donne bellissime e somiglianti: una molto giovane, l’altra molto anziana. Di certo una nonna e una nipote. La nonna portava con eleganza i segni di una bellezza passata, e insieme passeggiavano chiacchierando in modo vivace e complice. Mi sono passate accanto lasciando dietro di loro una scia profumata, un frammento di serenità e bellezza.

Nel frattempo il mio collega, che già prima di uscire dalla farmacia aveva sbloccato il cellulare, si è diretto verso la macchina continuando a scrollare un mondo che sembra andare sempre più a rotoli. Il volto, sempre cupo e afflitto, era lo stesso con cui mi aveva salutato all’ingresso, come se nessuna scena reale attorno a lui fosse più in grado di colpirlo.

giovedì 8 gennaio 2026

Pellegrini, romani e matti

Passeggiata mattutina prima del lavoro: qualcosa di inconsueto, almeno da un anno a questa parte, cattura la mia attenzione. Niente file chilometriche o almeno, non ancora. Alla spicciolata, gruppetti sparuti di pellegrini corrono (che si corrono poi alle sette del mattino?) diretti in basilica; Piazza San Pietro è finalmente accessibile a tutti.

Mi sporgo timidamente tra le transenne che, a pochi metri da me, per la prima volta dopo un anno si aprono in un varco che consente il libero accesso. Un po’ come quando si entra in punta di piedi in una vecchia casa riaperta dopo tanto tempo, rientro lentamente nella piazza che sento un po' mia.

Una normalità fatta di pellegrini ordinari, di romani e di matti, mi dice che il Giubileo è davvero finito.

I matti di Piazza San Pietro… Un mio amico sostiene che questa gente si raduni lì grazie a una sorta di peculiarità nella zucca, capace di sintonizzarsi con le frequenze del piombo contenuto nella cupola. Una teoria astrusa e divertente. Io preferisco pensare che si sentano accolti dall’abbraccio della Chiesa, che il Bernini ha magistralmente rappresentato nel celebre colonnato.

Quando qualcuno di loro lo consente, mi piace parlarci; sanno essere più veri dei "normali". Una di essi, 22 anni fa mi predisse pure che avrei avuto - "una bella figlia, e poi basta!", e così è stato. Qualcuno disse che Dio parla attraverso i bambini e i matti. Chissà...

In lontananza un uomo giovane canta a squarciagola e non passa inosservato, considerata l'ora. Si avvicina con un pacifico cagnolone al guinzaglio, che ogni tanto lo fissa adorante. Canta un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in un buffissimo italiano, annunciando l’imminente avverarsi di certe profezie e sventolando un libro nero. E' buffo, e suscita una simpatia che stride con l'ineluttabilità delle disgrazie predette.

Le forze dell’ordine — che evidentemente ne conoscono la candida inoffensività — lo lasciano fare. Ci incrociamo e, mentre continua il suo cantilenante soliloquio profetico, mi strizza l’occhio e prosegue nella sua strampalata missione di simpatico svitato.

Deve aver riconosciuto quella fettina della mia testa che, un po’ suonata come la sua, stava pensando a un verso poetico uscito dal cuore di Alda Merini una sessantina d’anni fa…

«Ero matta in mezzo ai matti.

I matti erano matti nel profondo,

alcuni sono intelligenti.

Sono nate lì le mie più belle amicizie.

I matti sono simpatici, non così dementi,

che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo,

quando sono uscita.»

Chissà cosa direbbe Alda, incontrando gli smombies di oggi che, alienati da un piccolo schermo, non parlano più da soli ma tacciono, persuasi dagli algoritmi di essere connessi al mondo mentre, in realtà, ne sono tristemente assenti.

martedì 6 gennaio 2026

L'autentico resta, non serve rincorrerlo

Con l’età ho imparato a non rincorrere più nessuno. Lascio andare senza complessi chi mi ignora, chi svaluta me o le persone che amo, chi si prende libertà non concesse.

Con la stessa serenità con cui ho lasciato uno smartphone aggiornato e performante per uno minimalista, chiuso due account Facebook, due su Twitter, uno su Instagram e uno su Pinterest, ho lasciato andare anche amicizie tossiche, conoscenze interessate e l’abitudine di rincorrere chi negli anni aveva finito con l'ignorarmi.

Quello che è rimasto – su tutti i fronti, e le persone che sono rimaste – è un insieme prezioso di realtà autentiche e vere. A cui voglio veramente bene. E non mancano belle novità che lasciano piacevolmente sorpreso.

Stamattina, però, riflettendo su questa libertà ritrovata, mi sono chiesto se tutto questo potesse essere definito ghosting. Ho una coscienza morale piuttosto severa, che ho imparato a sistemare in una sorta di sottoscala ben attrezzato: può osservare la mia vita, giudicarla quanto vuole, ma restando lontana dalla mia serenità. In altre parole, senza disturbare.

Ogni tanto, però, come una zia tutto sommato buona ma rigida e un po’ molesta, sale le scale e irrompe. E rompe... Stamattina non se ne sarebbe andata finché non avessi chiarito se questo mio lasciar andare fosse ghosting o qualcos’altro.

Così mi sono documentato usando l’IA – a dimostrazione che sono minimalista digitale ma non tecnofobo – ponendo una domanda secca, con un vincolo preciso: solo testi ufficiali di psicologia, nessuna risposta compiacente.

La risposta è stata:

"In psicologia il ghosting è definito come una strategia di evitamento non assertivo, legata alla paura del confronto e a basse competenze emotive. Il “lasciar andare”, invece, rientra nella regolazione sana dei confini interpersonali ed è espressione di autostima matura e assertività.

Come evidenziato dalla Socioemotional Selectivity Theory di Laura L. Carstensen, con il tempo le persone tendono a ridurre il numero delle relazioni per privilegiare legami emotivamente significativi, autentici e rispettosi."

Niente buoni propositi per il 2026 quindi... Solo la scelta di continuare su una strada che non è fatta di chiusure né di sparizioni, ma di rispetto reciproco. Una strada di relazioni autentiche, confini sani e dignità condivisa.

Meno rumore, meno schermi in tutti i sensi e soprattutto, nessun bisogno di rincorrere niente e nessuno.