Essendo nato nel 1970, ho vissuto pienamente un’epoca ancora totalmente analogica. Negli anni Ottanta il digitale fece timidamente il suo ingresso in casa mia con il mitico Commodore Vic 20 che mio padre, appassionato di elettronica, acquistò con orgoglio e curiosità.
Il computer con la tastierona e il lettore a cassette fu presto sostituito dal Commodore 64. Qualche anno più tardi arrivò un Olivetti con floppy disk che mi introdusse alla videoscrittura con Word Perfect. Nel ’95, poi, ero già tra i primi ad avere Internet: un browser spartano per navigare con meraviglia ed Eudora per gestire la posta elettronica.
Eppure, dal Vic 20 all’ipertesto del nuovo Internet, le mie abitudini di vita erano rimaste quasi immutate. Gli orari non cambiavano, facevo colazione senza schermi, in macchina o sul motorino cantavo a squarciagola e nelle file mi annoiavo, e proprio in quei vuoti spesso nascevano le idee più creative.
La navigazione era legata a un luogo specifico: il computer piazzato nella mia cameretta, in un mobiletto dedicato tra la scrivania e lo stereo. E aveva tempi definiti. A volte mi perdevo un po’ nelle ricerche, ma alla fine arrivava sempre il logout, sollecitato da mia madre stufa della linea telefonica occupata troppo a lungo dal modem.
E tornavo alla realtà, cento per cento presente a me stesso nel bene e nel male che la vita mi riservava, come a tutti.
Poi sono arrivate le comodità perennemente online che ti consentono di fare tutto con un "tap" del pollice con l'unico sforzo di tirare fuori lo smartphone dalla tasca. Qui racconto come ci sono finito anch'io con tutte le scarpe.
Fino al giorno in cui mia figlia adolescente, nativa digitale aggiornata ma cresciuta con regole chiare, mi disse: “Papà, ai vostri tempi eravate più liberi senza Internet”.
Forse è stato in quel momento che ho preso davvero coscienza dei rischi del vivere costantemente online, senza mai fare quel logout che negli anni Novanta ci garantiva ancora una discreta salute mentale.
Ho capito l'inganno sottile in cui siamo caduti tutti: crediamo di essere “ok” solo perché non perdiamo mai un aggiornamento, una notifica, un flusso di contenuti. Ma a forza di restare loggati smettiamo di accorgerci di ciò che abbiamo davanti, non viviamo più quelle pause che prima ci rigeneravano, quei vuoti che davano spazio alle idee e a una sana serenità.
Realizzo allora quanto fosse prezioso quel gesto semplice e inevitabile degli anni Novanta: il logout. Una soglia che chiudeva una parentesi e ne apriva un’altra, restituendoci la possibilità di essere presenti, davvero.
Forse dovremmo smetterla di raccontarcela: non siamo fatti per restare connessi senza tregua.
Abbiamo ancora la libertà di fare login e logout, login e logout… Ma abbiamo la forza di carattere di usarla?
Se vogliamo davvero riprenderci l'attenzione, quindi la mente, dobbiamo avere il coraggio di un atto di libertà: uscire. Fare logout. Staccare la spina al flusso che ci divora e tornare, finalmente, pienamente presenti a noi stessi.
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P.S. Abbiamo anche un altro potere, ancora più sovversivo: spegnere il cellulare di tanto in tanto. Ma di questo parlerò in un prossimo post ;-).
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