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domenica 9 agosto 2026

📢📵Breaking News: spengono internet e IA e si divertono come matti

"Vojo annà in vacanza in un posto 'ndove manco internet ce sta…"

Non l'ha detta un boomerone nostalgico o un minimalista convinto come me, ma un giovane che non avrà avuto più di venti, ventidue anni.

Aumenta sempre di più il fenomeno di giovanissimi nativi digitali della gen-z (leggi ventenni o giù di lì) e anche qualche sporadico ma virtuoso gen-alfa (leggi quattordicenne o giù di lì) che cercano esperienze che limitino l'uso di rete e cellulare.

Quando mia figlia parla di serate divertenti, cita quella trascorsa in una pizzeria in cui oltre a fritti e pizze, i clienti si divertono con giochi da tavolo e cellulari in borsa. Wi-Fi nel locale? Manco a parlarne…

O la giornata trascorsa in spiaggia a festeggiare il compleanno di un'amica, sottoponendola a una lunga caccia al tesoro con oggetti nascosti e biglietti di carta scritti rigorosamente a mano e senza l'uso di un chatbot.

E ci ha tenuto, l'altro ieri a sottolineare questa cosa quando mi ha detto: "Ti piace Pacho?" - (Sì. Mi chiama così…😍) - "L'abbiamo fatto senza Chatgpt!"

E mi mostrava - con soddisfazione - una specie di poema composto da brani presi dalle opere preferite della festeggiata. Studentessa di lettere e appassionata dell'Odissea, ha dovuto risolvere enigmi e fare penitenze legate al capolavoro omerico prima di arrivare a scartare l'agognato regalo.

Forse è presto per parlare di inversione di tendenza. I social continueranno a occupare sempre troppe ore delle giornate di ragazzi e ragazze e gli schermi resteranno una parte fin troppo invasiva della loro quotidianità. Ma il fatto che siano proprio alcuni di loro, ogni tanto, a scegliere di spegnere tutto per stare insieme, è un segnale che merita attenzione. E che va custodito e incoraggiato.

Perché il punto non è demonizzare la tecnologia, ma ricordarsi che non deve occupare ogni spazio disponibile. E che non siamo obbligati a perderci la vita reale per stare dietro a inutili reel che alternano gattini a test per sapere se ti sta venendo l'Alzheimer.

La ricchezza di un'esperienza non aumenta con la connessione, anzi spesso cresce quando torna a esserci presenza, tempo, attenzione. Alcuni giovani nati immersi nel digitale, cominciano a capirlo e sentono il bisogno di ritagliarsi momenti offline. Significa che questa sobrietà digitale non è nostalgia da boomer ma un'esigenza umana.

Questo, per chi crede nel valore del "meno è meglio", è un motivo concreto per guardare al futuro con un po' più di fiducia e sollievo.

Cosa possiamo fare noi adulti? A mio avviso chiederci come custodire e incoraggiare questi momenti senza schermi. Proporre una passeggiata, una partita a carte, un allenamento, un cruciverba insieme; ognuno tirerà fuori la sua idea certamente migliore delle mie.

Ma lo dobbiamo fare, e anche in fretta. Perché se non ci pensiamo noi a educare i ragazzi al valore della disconnessione, lo faranno gli algoritmi, insegnando loro esattamente il contrario.

sabato 24 gennaio 2026

Chi si spegne e chi esplode

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un blog minimalista che proponeva una riflessione molto interessante sulle conseguenze, per il nostro cervello, dell’abitudine di salvare tutto nel cloud.

L’autrice parlava di come tendiamo a immagazzinare online contenuti che vorremmo aver già introiettato. E osservava che ciò che archiviamo continuamente nella “nuvola” finisce spesso nel dimenticatoio, perché quel semplice gesto di metterlo via porta il cervello a dire: “Fatto! Posso recuperarlo quando servirà, ora passiamo oltre.” (Se volete leggere l’intero post, lo trovate QUI)

E così scrolliamo e salviamo, scrolliamo e salviamo, mettendo da parte ciò che non abbiamo tempo di leggere, convinti che lo riprenderemo più tardi. 

Spoiler: non lo riprenderemo.

Anzi, compiamo senza accorgercene quel gesto ripetitivo che ci impedisce di fare davvero nostro ciò che vediamo e leggiamo: non lo elaboriamo, non lo interiorizziamo. Come dicono gli strizzacervelli, non lo introiettiamo.

Scrolla di qua, scrolla di là, guarda e metti via, scorri e salva nel cloud… e alla fine tutto scivola addosso.

Quando ero ragazzo, leggere un libro era un’esperienza che mi lasciava segni profondi: mi faceva battere il cuore, ridere fino alle lacrime, incuriosire fino a fare le ore piccole, arrabbiarmi al punto da lanciare il volume dalla finestra, persino piangere. Erano contenuti che entravano dentro, davvero.

Poi sono arrivati i social. Li avevo tutti e ci perdevo tanto tempo. Se io – adulto, anzi diciamo pure “anzianotto” – a forza di scrollare e mettere via, vivevo una sorta di nebbia cognitiva che mi rendeva indifferente un po' a tutto, cosa può succedere ai ragazzi e ai bambini che oggi passano un monte di ore al giorno davanti a uno schermo?

Quando tutto scivola addosso, la vita interiore si indebolisce fino a sparire. E se la vita interiore si assottiglia, dove si vanno a pescare quelle risorse emotive e simboliche che ci servono per affrontare le sfide e i problemi che la vita inevitabilmente ci presenta?

Forse è per questo che sempre più giovani si chiudono o reagiscono in modo impulsivo? Chi si isola, rifugiandosi nella propria stanza, sommerso da stimoli digitali che intasano ma non nutrono. E chi reagisce in modo impulsivo e aggressivo fino all'irreparabile, come purtroppo la cronaca ci ricorda fin troppo spesso.

Se nulla arriva più al cuore, in quel mondo interno dove costruire gli strumenti capaci di contenere, regolare, dare senso, lottare, forse si sperimenta un vuoto che smarrisce.

E, chissà? Forse è proprio in quel vuoto che c’è chi si spegne e chi esplode.