giovedì 18 settembre 2025

"Con la stessa forza…" per la dignità di ogni vita

La violenza è sempre un fallimento, in tutte le sue forme. Dalla vigliaccheria di un insulto online alla brutalità di un pugno, dall’eco di un urlo fino all’orrore di un omicidio.

Anche quando si traveste di rosso o di nero, di estremismi opposti, di uniformi, di buone intenzioni o di difesa di una categoria, resta ciò che è: una desolante sconfitta.

Ed è diabolica, perché questo travestimento la rende accettabile agli occhi di molti e genera ancor più divisione.

Oggi nel mondo si consumano violenze estreme, drammatiche, di proporzioni epocali.

Dei conflitti in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo, in Etiopia, in Sudan, in Burkina Faso, nel Sahel e in Mali pare non accorgersi nessuno, tranne un sant’uomo vestito di bianco che ha il coraggio di parlarne dalla finestra del suo studio.

Al netto di chi tace o si nasconde dietro un comodo silenzio, sul genocidio che si consuma a Gaza e sull’aggressione alla sovranità ucraina ognuno ha un’opinione, e fa bene a esprimerla.

Ma io non riesco a riconoscermi del tutto in nessuna di esse.

Fino a ieri, quando una cara amica mi ha inviato un articolo di Avvenire che parla di una rete di "Preti contro il genocidio".

Cito dall’articolo: "Non parliamo come politici ma come pastori e guide di comunità che credono nel Vangelo e della dignità di ogni vita umana. Non rappresentiamo solo noi stessi, ma anche le comunità affidate alle nostre cure come pastori della Chiesa cattolica. Il nostro messaggio non è contro nessuno, ma a favore della vita e della pace."

E a ribadire che il loro messaggio non è contro nessuno, affermano e rimarcano di nutrire "un profondo apprezzamento per la tradizione giudaica, dalla quale abbiamo ricevuto gli insegnamenti di Gesù e da cui ancora attingiamo grazia e sapienza. Per questo respingiamo ogni possibile accusa di antisemitismo sia nella definizione sia nella sostanza."

Mi ci riconosco in queste parole.

Più avanti c’è la frase più forte: "con la stessa forza con cui condanniamo il massacro del 7 ottobre, gli omicidi e i rapimenti compiuti dai terroristi di Hamas, con la stessa forza condanniamo la risposta sproporzionata, l’uccisione di persone innocenti giustificata come errori involontari, i bombardamenti di Paesi terzi sovrani, i crimini di guerra, la pulizia etnica, l’uso della fame come arma di sterminio e il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro la popolazione palestinese."

Di fronte a tante voci indignate che gridano l’una contro l’altra prima ancora che a favore di una pace vera, questa mi pare, per ora, l’iniziativa più equilibrata e coerente.

Vedo uomini, pastori, alzarsi a proclamare con forza la dignità sacra di ogni vita. Ogni vita.

Come loro mi schiero, ma non a favore di un'opinione che sventola una qualche bandiera, nemmeno quella della religione che professo con convinzione. Mi schiero a favore della vita e contro ogni violenza.

E forse una cosa la posso fare. Da credente sostenere, pregando, questi barlumi di pace che si accendono in un mondo sempre più buio.

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Qui le fonti dell'articolo.
Qui il sito del Saveriani in cui trovare il testo completo del documento.

martedì 16 settembre 2025

Come la superiamo sta "montagnola"?

Ogni mattina, passeggiando per via della Conciliazione, mi gusto i movimenti dei volontari e dei pellegrini mattinieri che cominciano ad affluire in Basilica per il Giubileo.

Ma sabato scorso l’atmosfera pareva speciale: un viavai febbrile, grandi strutture per fari, telecamere e altoparlanti che dominavano la piazza, come se si stesse preparando un mega concerto.

Curioso come una scimmia, sono andato a informarmi e ho scoperto che Papa Leone avrebbe ospitato la terza edizione del World Meeting on Human Fraternity, l’evento promosso dal Vaticano per incoraggiare fraternità, pace e cooperazione tra culture e religioni diverse.

Prevost non è mai banale e non ho resistito. Sono andato a leggermi le parole del Pontefice ai partecipanti - se vi interessa l'intero discorso cliccate qua - e una frase mi ha colpito profondamente:

"Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?"

Poco dopo, il Papa offre una risposta che fa riflettere:

"La risposta non può essere il silenzio. Tu sei la risposta, con la tua presenza, il tuo impegno e il tuo coraggio. La risposta è scegliere una direzione diversa di vita, di crescita e di sviluppo."

La risposta è scegliere una direzione diversa di vita, di crescita e di sviluppo.

Scegliere una direzione diversa di vita… per essere presenza.

Si vabbè, ma come? E Papa Leone conclude con una frase che riassume il vangelo:  «Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (13,34-35)

Ma se stiamo sempre appiccicati a uno schermo come possiamo amarci gli uni gli altri?

Come la superiamo sta "montagnola"?

domenica 14 settembre 2025

Leoni da tastiera o ebetini da tastierino?

Non so se siano peggio i leoni da tastiera o gli ebetini da tastierino 🤔.

I primi commentano di pancia, senza riflessione né rispetto. Polemici e risentiti, attaccano ogni cosa soprattutto perché non hanno capito o contestualizzato ciò che hanno letto.

I secondi, invece, non riescono a staccare lo sguardo dal cellulare proprio quando sarebbe meglio tenerlo in tasca. Te li ritrovi dappertutto: a spolliciare al semaforo, a camminare storditi per strada o — peggio ancora — a guidare distratti.

Stamattina ne ho incrociati due in monopattino: naturalmente senza targa e senza casco, una mano sull’acceleratore e l’altra sullo smartphone. Lo sguardo? Di certo non sulla strada.

Non so se faccia più danni il leone da tastiera o l’ebetino da tastierino. Ma entrambi hanno in comune una cosa: hanno perso la percezione di chi hanno davanti.

Quando mia moglie e io regalammo il primo cellulare a nostra figlia, le facemmo firmare un decalogo. Che poi diventò un “dodecalogo”, firmato e controfirmato da lei e da noi✍️.

Molti di quelli che all’epoca ci dissero che eravamo esagerati, che la volevamo indottrinare, che la limitavamo, negli anni ci hanno chiesto una copia di quelle dodici regole: semplici ma preziose perché pensate per proteggere ma anche custodire l'umanità della nostra ragazza.

Un giorno forse ci scriverò un post. Ma oggi me ne torna alla mente una, che negli anni si è rivelata indispensabile anche per noi:

"Quando scrivi un messaggio fallo come se avessi la persona davanti." 💬

Ed è questa la chiave: la presenza. Perché sia i leoni da tastiera che gli ebetini da tastierino, in fondo, hanno smarrito la capacità di esserci davvero.

Il primo dimentica che dietro ogni parola c’è una persona in carne e ossa che puoi ferire, offendere. Il secondo non si accorge del mondo che gli passa accanto e pure lì sono guai.

Certo, è questione di educazione digitale — che spesso manca e che non forniamo ai nostri ragazzi.

Ma soprattutto è questione di allenare uno sguardo più umano, che non si lasci monopolizzare dallo schermo e non si nasconda dietro la rabbia virtuale.

Quel “dodecalogo” che a molti sembrava un eccesso, oggi è un promemoria di responsabilità: regole pensate per i ragazzi, ma valide per tutti noi che viviamo sospesi tra reale e digitale.

La sfida, alla fine, non è scegliere se siano peggiori i leoni da tastiera o gli ebetini da tastierino. La vera sfida è riuscire a non diventarlo💡.

venerdì 12 settembre 2025

Inside Out dal vivo. La mia passeggiata in 3D

Stamattina, scena già vista: incrocio un conoscente, vorrei salutarlo… ma niente, lo sguardo è inchiodato sul cellulare come se stesse contemplando il sacro Graal.

E invece lui - o meglio, il mio mini-me sarcastico - dentro di me come nel film Inside out esclama già: “Guarda fratè che se continui così fai scopa con un lampione!”

Oppure: “Ma che te stai a guardà un tutorial su come salutà i vecchi amici?”

Ma rimane tutto lì, a fermentare nella mia mente, mentre rimugino sul marciapiede come un minimalista digitale un po' frustrato.

Poi la mia traiettoria incrocia quella di un ragazzotto che, sguardo fisso al suo bellissimo iPhone e pollice scatenato, cammina dritto verso di me, ignaro di tutto. Tre metri di distanza.

"Me piji! Me piji! Me piji!" – mi scappa spontaneo con un mezzo sorriso.

Lui continua imperterrito. Due metri.

"Me piji! Me piji!" – continuo, fintamente allarmato tra i passanti che iniziano a notare la scena e a ridacchiare.

Un metro

"Me piji! Me piji!" - STOONK! - "M'hai preso!"

Risate dei passanti. Lui, invece, mi guarda seccato, per mezzo secondo e se ne va.

Pazienza. Forse la prossima volta, prima di digitare l’ennesimo messaggio, accosterà. O forse no. Ma intanto sono riuscito a dar voce al minimalista dissacrante che è in me. 🎭📱💥

E andiamo!

mercoledì 10 settembre 2025

Uno gnomo felice in un lunedì storto

"A Sandrì, 'ndo te ne vai co' st'andatura da gnomo felice?" - È stato il saluto che ho ricevuto lunedì mattina da una persona che non vedevo da più di un anno.

Ora, diciamocelo: non sono certo una pertica… e uno gnomo mi rappresenta più di uno stambecco. Ma la parola che mi ha colpito non è stata quella. È stata: felice.

Perché in realtà, in quel momento, la mia testa era piena di pensieri. Mi rodeva per questioni mie, il ginocchio tornava a farmi male, e per di più era lunedì. Eppure, lui ha visto uno gnomo (per via della barba forse 😉…), ma felice.

La verità è che ogni giorno affronto le stesse sfide di tanti altri: quelle di un padre, di un marito, di un lavoratore che inizia a fare i conti con i capelli bianchi… ma che, tutto sommato, è ancora contento di averli tutti sulla testa.

Le sfide del vivere in uno spazio-tempo che ci appesantisce con stanchezza, caldo, visite mediche, bollette, appuntamenti settembrini di un anno che ricomincia… Niente di più, niente di meno.

E poi mi guardo intorno: gente che litiga con i vocali di WhatsApp, una ragazza che rischia di essere investita perché le cuffiette l'hanno isolata dal mondo e dal clacson che le strombazzava a un metro, sguardi bassi imbambolati su una tavoletta di vetro e plastica.

E allora sì, forse qualcosa di meno c’è.

E capisco perché, nonostante il ginocchio dolorante e i fastidi del lunedì, quell’amico abbia visto in me uno gnomo felice. 🧙‍♂️😊

lunedì 8 settembre 2025

Analogico 1 – Digitale 0. Uno sguardo batte migliaia di schermi

Leggo su Vatican News che, nell'udienza giubilare di ieri, tra decine di migliaia di cellulari alzati per immortalare "il momento col papa", Leone XIV ha notato l’unico che teneva in mano non un telefono, ma un cartello scritto a mano: "Santo Padre, abbraccio per favore".

E così papa Prevost fatto cenno all’autista di fermarsi, ha spalancato le braccia e si è avvicinato a Kevin, nativo digitale che, senza tecnologia, ha “battuto” tutti gli schermi puntati in piazza San Pietro.

Analogico 1 – Digitale 0.

Il minimalista digitale che è in me esulta (interiormente) con striscioni, trictrac e putipù, ma la scena va ben oltre il mio tifo personale.

Kevin ha "vinto" su quella marea di pellegrini digitalizzati perché l’assenza del cellulare ha creato una connessione immediata e diretta. I suoi occhi, liberi da filtri, hanno incontrato quelli del Santo Padre.

Mentre la folla osannante cercava uno scatto da condividere, il cartello di Kevin chiedeva un contatto, una relazione. Contatto che il Papa ha colto al volo. Relazione che, pochi istanti dopo, si è trasformata in incontro.

Contatto diretto. Relazione autentica. Incontro vero.

Sfogliando il libro che sto leggendo – La generazione ansiosa di Jonathan Haidt – a pagina 179 trovo un passaggio illuminante. Gli esperimenti condotti dall’autore e da altri studiosi americani hanno mostrato che con l’arrivo degli smartphone nelle scuole, nei primi anni Dieci, "gli studenti parlavano di meno tra le lezioni, a ricreazione e a pranzo perché iniziavano a passare gran parte di quei momenti a controllare il telefono (...) Questo significa che guardavano qualcuno negli occhi meno di frequente, ridevano insieme di meno e perdevano l'abitudine a fare conversazione."

Da quasi tre mesi sto sperimentando la pienezza di una vita “a occhi alzati”: mani libere, sguardo attento, presenza nel qui e ora che mi gusto come non riuscivo a fare da anni.

Non tornerei indietro per nulla al mondo. Il poco che mi perdo avendo eliminato i social non regge il confronto con ciò che guadagno: il mondo che mi vivo, le relazioni che scopro, gli incontri che mi gusto, dai più significativi ai più superficiali come il sorriso di un bimbo o lo sguardo di un cane.

Per inciso, tre mesi senza social e gli sguardi che ricambiano di più sono proprio quelli di bambini e cani. Strano? O forse no: niente smartphone.

Forse la mia scelta è stata un po' radicale e non dico che debbano tutti seguire il mio esempio ma una sfida te la lancio.

La prossima volta che alzi il telefono per “catturare” qualcosa, prova invece ad abbassarlo. Non scattare, non scrollare, non filtrare. Semplicemente guarda.

Forse scoprirai che il momento che cercavi non era dentro lo schermo, ma davanti a te, vivo, reale, pronto ad abbracciarti.

venerdì 5 settembre 2025

Due giovani che mostrano che la mascolinità non è tossica

Come ogni mattina cammino lungo Via della Conciliazione. I nastri bianchi e rossi già sbarrano le vie laterali: i preparativi per qualcosa di grande sono in pieno fermento.

Giunto in piazza San Pietro, un cielo terso e luminoso come non mai avvolge la facciata della Basilica, sulla quale campeggiano le immagini di due giovani: Pier Giorgio, ventiquattro anni. Carlo, appena sedici.

Quei due volti luminosi come il cielo di oggi, ci ricordano che santità e gioventù, forse, sono un binomio ancora vivo, ancora possibile.

Sì, la mascolinità tossica esiste. È un drammatico dato di fatto, e ogni mancanza di rispetto — anche la più piccola — va riprovata e condannata senza esitazione.

Ma oggi sembra che si voglia narrare soltanto quella. In tv, in rete, sui social, la virilità viene descritta quasi sempre come aggressiva, come se essere uomini fosse una colpa di per sé, come se implicasse una tara a prescindere dalle virtù personali o persino di genere.

Perché sì, le virtù maschili esistono, anche se oggi sembrano dimenticate. Esiste la virtù del padre separato che dorme in macchina pur di permettere ai figli di praticare tennis e danza.

Esiste la resistenza silenziosa e umile degli uomini che ad agosto lavorano otto ore sotto il sole su un cavalcavia autostradale. Esiste la fedeltà del marito che condivide i compiti con una moglie sfinita dal lavoro e mille incombenze domestiche. Ne conosco tanti.

Esiste il coraggio del giovane che difende un compagno bullizzato fregandosene del branco che lo esclude.

Ed esiste l’autocontrollo ammirevole dell’uomo che ieri, per strada, pur provocato da un ragazzo violento con tanta voglia di menar le mani, rinunciava a reagire trasformando la lite in dialogo.

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, questa domenica, saranno lì a ricordarci che virilità e mascolinità non sono soltanto tossiche, ma possono essere luminose e virtuose, fino a condurre — per chi crede — a godere pienamente Dio. E io ci credo.

La mascolinità fedele, coraggiosa, allegra, protettiva e tenace di Pier Giorgio può essere un modello vincente per i ragazzotti della Generazione Z.

La virilità leale, responsabile, creativa, casta e umile di Carlo Acutis può offrire un’alternativa credibile ai maschi che oggi si smarriscono e indeboliscono davanti alle immagini vuote e desolanti di un minischermo. Non a caso è considerato il santo patrono di internet...

Il messaggio di questi due giovani uomini, santi e moderni, è una luce per tutti - credenti e non - capace di mostrare che essere uomini significa... amare con forza, servire con coraggio, vivere con speranza.

E noi. Siamo disposti a mostrare questi modelli virtuosi ai nostri figli maschi?

mercoledì 3 settembre 2025

Margherita. Una persona da incontrare o un contenuto da scrollare?

A Scanno c’è una donna di quasi novantaquattro anni, Margherita Ciarletta. Ogni giorno, dal 1949, indossa il costume tradizionale del suo paese. Non per folklore, non per scena. Perché le piace. E tanto basta.

“Il costume di Scanno è bello, a me mie è piaciuto e l'ho indossato. E basta. Poi degli altri a me non mi interessa.”

Nelle sue parole c’è una semplicità disarmante, quella che appartiene solo a chi ha vissuto una vita intera senza cercare approvazioni. “Sei contenta della vita che hai fatto?” le chiedono. Certo!

Settantaquattro anni di matrimonio, raccontati con un sorriso e con una frase che sembra custodire un mondo: Poi a me della gloria non importa per niente (…) non ci fai nessun progetto.

Non ha un cellulare, non conosce Wi-Fi né social. Eppure oggi il suo volto gira ovunque. È diventata virale senza volerlo, senza nemmeno sapere cosa significhi. Lei accoglie questa notorietà con stupore e gentilezza: non rifiuta una foto, non nega un saluto, ma si sorprende che qualcuno la cerchi fin sulla soglia di casa.

E allora viene da chiedersi: cosa cerchiamo davvero in lei? Forse l’illusione di autenticità in un mondo che corre troppo. Forse solo l’ennesimo contenuto che gli algoritmi sanno far brillare per qualche ora perché funziona per far guadagnare gli inserzionisti...

L'immagine di Margherita in abito tipico è di una viralità fragile, destinata a durare il tempo di un trend: presto sarà archiviata, insieme ai gattini e ai balletti scemi che riempiono i feed. Ma Margherita è molto più di un contenuto: è una persona. Una custode di memoria, di tempo, di vita.

Io penso che la forza di nonna Margherita sia in quel contatto solido con se stessa che noi abbiamo perso perché perennemente distratti da qualcos'altro.

Se vuoi incontrarla davvero, se vuoi ritrovare quel contatto col qui e ora che questi vecchi ancora custodiscono, puoi andare a Scanno ma anche farti una passeggiata in uno dei tanti borghi d'Italia in cui tante Margherita – e anche qualche uomo – siedono davanti a una porta, traboccanti di vita e di storie autentiche da raccontare.

Perché l’Italia è piena di questi grandi vecchi: musei viventi, disincantati ma autentici, sobri e preziosi. Quanti di loro sonnecchiano, invisibili nelle RSA di tutta Italia? 

Incontrarli sul serio è forse una delle cose più sensate che potremmo fare in questo periodo in cui tutto scorre senza lasciare veramente il segno.

Cercarli e ascoltare le loro storie potrebbe fare questo piccolo miracolo in ciascuno di noi.


lunedì 1 settembre 2025

Il problema sono i furbi

Al giallo del semaforo rallento. Sono in corsia per svoltare a destra, ma un’auto da sinistra mi taglia la strada e mi si piazza davanti. Non per necessità, ma solo per guadagnare quello spazio che mi serviva a frenare senza scossoni.

Scatta il rosso, poi il verde. Il frenetico usurpatore di spazio riparte in ritardo, distratto dal cellulare, ostacolando chi lo segue. E nel tirare dritto costringe altri due a brusche frenate.

È lunedì mattina, e da un episodio banale mi scatta la riflessione semaforica: quando occupi ciò che non ti spetta – che sia una corsia, una precedenza, o uno spazio di manovra – non ottieni un vantaggio. Generi solo disagi, rallentamenti, fastidi e spesso crei situazioni di pericolo.

E non riguarda soltanto la strada. Vale per la burocrazia, il lavoro, le gare d’appalto, la politica: ogni volta che qualcuno “si infila” dove non dovrebbe, il risultato è sempre lo stesso. Un danno a qualcun altro.

Un conoscente tempo fa mi disse che se tutti rispettassimo le regole, il mondo sarebbe più noioso.

No! Sarebbe un mondo in cui avremmo tutti tempo ed energie per ciò che conta davvero. Per crescere, per affrontare le domande importanti della vita, per fare progetti, coltivare affetti, relazioni, cultura, natura. Persino lo spirito.

Il vero rischio non è la noia, ma lo spreco, come gettare via tempo prezioso per contemplare rettangolini di vetro e plastica pieni di niente.

giovedì 28 agosto 2025

Il cuculo che spegne i nostri figli, ma qualcuno ancora vola


Sono in spiaggia. Un venticello leggero muove i bordi degli ombrelloni mentre io e mia moglie sonnecchiamo sui lettini.

Davanti a noi, un gruppo di ragazzini sudati giocano a racchettoni; poco più in là, alcune signore ballonzolano a ritmo incerto nella lezione di balli di gruppo.

Potrebbe sembrare una scena degli anni ’90 o 2000… se non fosse per gli adolescenti (e non solo) che non staccano mai lo sguardo dal cellulare, mai, nemmeno per un bagno.

Uno di essi, a due ombrelloni dal mio, non avrà più di diciassette anni, passa l’intera giornata così. L’intera giornata.

Neanche in hotel va meglio: nella sala ristorante oltre metà dei tavoli è dominata dagli smartphone di gente che mangia incantata a contemplarli.

A colpirmi è una bambina di dieci anni: si siede, poggia il telefono sulla bottiglia e mangia scrollando TikTok senza mai alzare gli occhi. Per i genitori, tutto normale.

Il bimbo di due anni scapriccia? Gli appioppano il cellulare in mano e la creatura si spegne.

Sfoglio il libro che sto leggendo sotto l’ombrellone, La generazione ansiosa di Jonathan Haidt. A pagina 122 scrive:

«Di fatto, smartphone e altri dispositivi digitali offrono a bambini e adolescenti così tante esperienze interessanti da causare un grave problema: riducono l'interesse per tutte le forme di esperienza che non avvengono tramite uno schermo.

Gli smartphone sono come il cuculo che depone le uova nei nidi degli altri uccelli. L'uovo di cuculo si schiude prima di tutti gli altri e i pulcini gettano immediatamente le altre uova giù dal nido in modo da impossessarsi di tutto il cibo portato dall'ignara madre.

Analogamente quando uno smartphone (…) fa la comparsa nella vita di un bambino, scaccerà almeno parzialmente la maggior parte delle altre attività

Chiudo il libro scoraggiato.

Penso al giovanotto insensibile a giochi, musica, sport, belle figliole in costume, alla vita, e alla bambina che mangia alienata e sola...

Poi un urlo rompe il silenzio: “Gooooool!”

Una decina di adolescenti maschi e femmine, si sta ammazzando di pallone: tuffi, placcaggi, cadute, risate, sguardi paraventi, sfottò in tutti i dialetti d'Italia… E non vedo smartphone. E mi rincuoro.

Forse è presto per il meteorite estintivo.

martedì 26 agosto 2025

Sempre altrove. La tragedia comica del maschio moderno

"Immaginate di essere caduti in un sonno profondo il 28 giugno 2007, il giorno dopo l'uscita dell'iPhone.

Come Rip Van Winkle, il protagonista di un racconto di Washington Irving del 1819, vi svegliate dieci anni dopo e vi guardate attorno.

L'ambiente fisico vi sembra in linea di massima lo stesso, ma le persone si comportano in modo strano. Quasi tutti stringono in mano un rettangolino di vetro e metallo e, non appena si fermano, si chinano a guardarlo.

Lo fanno anche quando sono seduti in treno, entrano in ascensore o stanno in fila. Nei luoghi pubblici regna un silenzio innaturale: persino i bambini piccoli stanno zitti, ammaliati da quei rettangoli.

Quando si sente la voce di qualcuno, di solito sembra che parli da solo, con un paio di auricolari bianchi alle orecchie." (Honathan Haidt, La generazione ansiosa, Rizzoli, pag. 63)

Quel libro, uscito appena un anno fa, ci invita a un gioco di immaginazione. Io mi chiedo: cosa direbbe oggi - 25/8/25 -  quel povero dormiente se si risvegliasse e vedesse quello che ho visto io negli ultimi giorni?

Un ciclista contromano, rapito dal suo rettangolino magico, ha rialzato gli occhi solo alla seconda robusta botta di clacson che gli ha evitato un frontale da manuale. Il tempo di sollevare lo sguardo per rendersene conto e, già era tornato a fissare lo schermo. Evidentemente, morire in carne e ossa è un rischio minore che perdere un reel su TikTok.

La scena migliore, però, l’ho vista al centro commerciale più grande di Roma. Ero ai bagni – mi perdonino le signore la scivolata di gusto – con una fila di uomini, immobili, faccia al muro e aria un po' stupida, impegnati nella più banale delle faccende. Tutti, tranne tre. Si, tre. Questi - tutti sotto ai trent'anni - con la mano libera, sfogliavano distrattamente lo smartphone. Come se non fossero in bagno, ma in attesa del tram.

Come ha scritto nel 2015 Sherry Turkle, professoressa al MIT, "con gli smartphone siamo sempre altrove".

Sempre altrove: forse è per questo che sembriamo così idioti anche qui.

sabato 23 agosto 2025

Guardignorare

Sto seriamente pensando di scrivere all’Accademia della Crusca per proporre un nuovo verbo italiano: “guardignorare”.

D'altra parte, se emergono nuove realtà, è accettabile generare neologismi atti a descriverle.

"Guardignorare". Un termine che racchiuda l’arte sottile di chi legge un post sui social e poi passa oltre senza finirlo.

Una parola nuova che si presti a descrivere l'azione di chi scrolla le storie su Instagram senza concedere neanche un pensiero fugace a ciò che vede e senza fermarne nemmeno uno, se emerge.

Si presterebbe anche a chi sbircia gli status di WhatsApp senza mai lasciare un messaggio, una comunicazione.

In altre parole, la perfetta definizione di chi osserva senza partecipare, spettatore silenzioso di mondi altrui, "guardignoratore" seriale.

Del resto non viviamo in un mondo in cui osservare senza partecipare è diventato un’arte raffinata? Dove il “mi piace” è troppo impegnativo, l'interazione pura utopia. Eppure questi "guardignoratori" digitali sono ovunque: silenziosi, invisibili, onnipresenti.

Sono l'eccesso opposto degli odiatori seriali, dei commentatori di pancia. E se fossero due facce della stessa medaglia? La medaglia che celebra l'incapacità acquisita di mettersi veramente in relazione con l'altro.

Forse è il momento di ammettere che, nell’era dei “mi piace” e delle conferme di lettura, non rispondere è diventata una forma d’arte.

E se così è, allora “guardignorare” merita finalmente un posto nel dizionario.