sabato 2 agosto 2025
L'uomo che disse no all'Apocalisse
venerdì 1 agosto 2025
Effatà: il messaggio che non ti aspetti sul silenzio digitale
“Iperconnessi ma isolati”: più o meno così Papa Leone, mercoledì scorso, ha aperto l’udienza generale con una riflessione potente e attualissima sui social media.
"Viviamo in una società che si sta ammalando a causa di una “bulimia” delle connessioni dei social media: siamo iperconnessi, bombardati da immagini, talvolta anche false o distorte. Siamo travolti da molteplici messaggi che suscitano in noi una tempesta di emozioni contraddittorie..."
In questo caos digitale, cresce il desiderio di spegnere tutto, di chiudersi nel silenzio. Ma il rischio è di perdere anche il contatto con chi ci è vicino:
"Anche le nostre parole rischiano di essere fraintese e possiamo essere tentati di chiuderci nel silenzio, in una incomunicabilità dove, per quanto vicini, non riusciamo più a dirci le cose più semplici e profonde."
E qui il Papa propone un’alternativa. Racconta di Gesù che si avvicina a un uomo muto. Non parla subito. Prima lo incontra, lo incontra davvero, lo tocca, lo ascolta."Gli offre prima di tutto una prossimità silenziosa, attraverso gesti che parlano di un incontro profondo: tocca le orecchie e la lingua di quest’uomo" e poi dice: "Effatà!" – Apriti.
Ecco il messaggio forte:
«Apriti a questo mondo che ti spaventa! Apriti alle relazioni che ti hanno deluso! Apriti alla vita che hai rinunciato ad affrontare!»
Perché chiudersi, in fondo, non è mai una vera soluzione.
Se il cellulare e i social ci stanno togliendo tempo, emozioni e incontri reali, trasformandoci in scrollatori seriali, forse è il momento di fare un passo indietro.Non per sparire. Ma per riaprire il cuore. Alle persone, alla realtà, a Dio — se ci credi.
Perché siamo sempre connessi, ma ci incontriamo sempre meno.
E se andassimo contro corrente provando a... scollegarci un po’ per incontrarci davvero?-§-§-§-
P.S. Qualunque sia il tuo credo, che rispetto, queste parole mi sono sembrate troppo vere per non condividerle.
Fonte: https://www.vatican.va/martedì 29 luglio 2025
Cose che succedono mentre aspetti il verde
Una volta, quando ci fermavamo al semaforo, l’istinto era girare la testa e dare un’occhiata a chi si era fermato accanto.
Un sorriso, un'occhiata, magari un'occhiataccia se indugiavamo un po' troppo su un bel paio d’occhi femminili. Ma in ogni caso, c’era un contatto. Una connessione tra sconosciuti.
Oggi la sequenza è un’altra: scatta il rosso, freni, sblocchi lo schermo, abbassi lo sguardo, sparisci nel vortice sterile e scintillante del minischermo. E magari ti sorprendi se qualcuno — come me — strombazza quando il verde è già passato e tu resti lì, imbambolato.
E per un pedone che aspetta il suo turno? Stessa scena. Stesso capo chino...
Settantacinque anni fa lo scrittore americano Kurt Vonnegut scrisse una novella intitolata Harrison Bergeron.
Narrava un futuro distopico, in cui il governo controllava il libero pensiero stabilendo la libera uguaglianza. Chiunque desse segno di una maggiore abilità e intelligenza, doveva essere ricondotto nella media.
Come "normalizzare" il divergente? Lo si obbligava a indossare un dispositivo all'orecchio che emetteva un segnale acustico ogni venti secondi. Un segnale sempre diverso, talvolta interessante. L'obiettivo? Interrompere il pensiero prolungato affinché non traesse profitto dalla propria intelligenza.
Interrompere il pensiero prolungato…
Interrompere. Il pensiero. Prolungato.
Era il 1961. Tre generazioni fa. All’epoca sembrava solo un innocuo racconto di fantascienza.
Pensate.
Un dispositivo sempre con noi... Che interrompe il pensiero prolungato.
Vi ricorda qualcosa?
Forse la fantascienza era solo cronaca in anticipo. Oggi non ci serve un tiranno. Basta una distrazione attraente e breve, sempre più breve. Non imposta da un dittatore, ma offerta da multinazionali fameliche. E così seducente da essere scelta, e scelta e scelta, fino a quando non riesci più farne a meno.
Rialza lo sguardo. Riconquista qualche minuto di attenzione. È il primo passo per riprenderti tutto il resto.
lunedì 28 luglio 2025
A piede libero. O quasi
San Pietro, ore otto (o giù di lì): il degrado cammina a piedi parzialmente scoperti, osando prendersi tutta la scena.
Pensavo fossero estinti ma ne ho visti più di un paio di esemplari, oggi.
Brutti come un dispiacere, sono tornati…
I sandali coi calzini.
Avanzavano senza vergogna, come una coppia mal assortita: Mariangela Fantozzi al braccio del Grinch. Ogni passo era un oltraggio acustico: squish, squelch, squish, squelch, squaccheravano ciabattanti come se il disagio avesse trovato un ritmo.
Abbiamo mandato giù i ragazzetti coi pigiamini abbinati, gli shatush, le catene al portafoglio, le ciabatte con la pelliccia. Ma i sandali coi calzini sui piedi sudati no. Dai...
In casi straordinari di necessità e urgenza il Governo emette decreti legge. Cosa c'è di più necessario e urgente che rendere illegale un piede sudato che sgnacchera impunemente in un sandalo brutto come la morte?
E che c'entrano sandali e calzini con social e smartphone (con sui rompo sempre le scatole in questo blog)?
Entrambi sono nati per semplificare ma se non usi la testa sono il primo passo verso il disastro.
domenica 27 luglio 2025
Ciuffi di prezzemolo e cieli senza aerei
È passato più di un mese e mezzo da quando ho abbandonato i social e vivo con il cellulare della nonna di Cappuccetto Rosso. Una piccola reliquia, che suona solo quando serve, e tace volentieri.
Me ne sono accorto oggi, della libertà guadagnata. Mi sono affacciato al balcone e lo sguardo si è perso tra le curve morbide dei campi, che ondeggiavano lievi come fossero seta.
Non ho avuto l’istinto di scattare una foto. Mi sono perso lì, permettendo a ciò che vedevo, sentivo, annusavo, di toccarmi per davvero.
La bolla africana ha ceduto il passo al ponentino, tornato a soffiare piano, con pudore, come chi rientra a casa dopo lunga assenza. Quanto è bello sentirlo di nuovo sulla faccia e sulle braccia.
E contemplare il paesaggio è tornato ad avere senso. Dopo quasi vent’anni che vivo qui, ancora non riesco ad abituarmi a tanta bellezza.
Le balle di fieno, arrotolate dalla fatica paziente del contadino, punteggiano metà campo come pianeti su un tappeto d’erba. Gli alberi, da qui, sembrano ciuffi di prezzemolo che si lasciano cullare dal vento.
Il cielo è sgombro. Nessun aereo a graffiarlo, nessuna rotta da e per Fiumicino. Solo nuvole bianche, leggère come pensieri che risorgono liberi, non più soggiogati da immagini scelte da altri, che scorrono su un minischermo.
In fondo, forse, basta questo: una domenica pigra, un campo, un vento buono, e il silenzio che finalmente ho reimparato ad ascoltare.
venerdì 25 luglio 2025
Saremo ancora in tempo?
Permetteresti mai a tuo figlio minorenne di farsi iniettare volontariamente una sostanza che dà dipendenza, crea assuefazione e modifica il cervello?
No? Eppure è ciò che fai ogni giorno, mettendo uno smartphone in mano a un bambino e lasciandolo affondare per ore in un abisso chiamato “social media”.
Esagero?
Chamath Palihapitiya, ex responsabile della crescita di Facebook, lo ha detto senza mezzi termini:
"Vogliamo capire dal punto di vista psicologico come manipolarti il più velocemente possibile per restituirti un po' di dopamina. Lo abbiamo fatto noi di Facebook, lo ha fatto Instagram, Whatsapp, Snapchat, lo ha fatto Twitter"
È premeditato. È scientifico. È disumano. E tu pensi ancora che si tratti solo di “passatempo”, che siccome non pubblichi e lo usi solo per guardare i tutorial sia innocuo?
Sandy Parakidas, ex operation manager di Facebook, ci ha sbattuto in faccia la verità nuda e cruda:
"Sei una cavia, lo siamo tutti. E non ci stanno usando per cercare la cura contro il cancro. Non è una cosa da cui noi traiamo qualche vantaggio. Siamo solo zombie e loro vogliono solo fare più soldi."
Hai capito? Ti stanno testando. E mentre tuo figlio scrolla TikTok per la quinta ora consecutiva, la sua mente viene lentamente riprogrammata per desiderare solo ciò che arricchisce loro e svuota lui.
Persino Tim Kendall, ex dirigente di Facebook e presidente di Pinterest, è caduto nel buco nero che lui stesso ha contribuito a scavare. Ha confessato con amarezza nel documentario The Social Dilemma:
"Ho provato con la semplice forza di volontà - Metterò via il telefono, lo lascerò in auto quando arriverò a casa. Credo di essermelo ripetuto migliaia di volte - Non porterò il telefono in camera da letto e poi, arrivavano le nove di sera e, beh..., la forza di volontà è stato il primo tentativo e il secondo tentativo è stato, la forza bruta."
Alla fine ha cancellato tutto. Perché non riusciva più a respirare.
L'ho fatto anch'io e ho ricominciato a vivere.
Allora chiediti: Vale davvero la pena sacrificare la salute mentale tua e dei tuoi figli per qualche like, una notifica, o un video da 10 secondi? E se dietro a depressioni, attacchi di panico, e tutti i disagi dei nostri figli ci fosse proprio tutto ciò?
Non sei ancora convinto? "Non controllano solo su cosa concentrano la loro attenzione; i social media in particolare cominciano a scavare sempre più in profondità nel tronco encefalico e prendono il controllo dell'autostima e dell'identità dei bambini." - aggiunge Sandy Parakidas già citato.
Ti lancio una sfida. Prova a passare mezza giornata offline. Quando ne hai sperimentata tutta la bellezza, proponila alla tua famiglia.
Non dire “è troppo difficile”. La verità è che ci hanno resi troppo deboli.
Forse sei ancora in tempo per uscire, almeno per qualche ora, da questo laboratorio in cui siamo le cavie.
mercoledì 23 luglio 2025
Dal glutine al cugino: viaggio nel monologo altrui
lunedì 21 luglio 2025
Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto
Primo giorno di ferie. Mia figlia è in piscina, mia moglie in giro a fare commissioni con sua madre. Io mi ritaglio un momento di zapping davanti alla tv.
Passo da un canale all’altro, poi mi fermo su Rai Premium: l’ennesima replica di Che Dio ci aiuti. Una prof di liceo, con il tono grave di chi certe cose le ha vissute, dice ai suoi alunni:
"Dovete fare attenzione a quell'apparecchietto che avete sempre tra le mani. Basta un clic per cambiare la vostra vita. Una foto che inviate, una critica fatta a qualcuno, un vocale. Un clic e avete rovinato la vita di qualcuno, e anche la vostra."
Il minimalismo digitale sembra perseguitarmi. E ne sono felice. Forse è Qualcuno che insiste a mandarmi segnali, oppure sono io che — con la mente più libera — inizio finalmente a vederli.
Guardo la prof parlare e mi torna in mente un episodio di dieci anni fa. Per sbaglio mandai al dietologo un messaggio che era destinato a mia moglie:
"Disdici tu che tanto la dieta l'abbiamo fatta male e secondo me nemmeno funziona."
"Ho provveduto a cancellare l'appuntamento" - fu la risposta laconica e del giovane professionista.
Mi sentii sciocco. E cattivo. Cattivo si, perché quello che avevo fatto era sleale. Avevo ferito l’amor proprio di un nutrizionista serio, con un messaggio stupido.
Quel giorno decisi che non avrei mai più usato una chat per sparlare ma nemmeno parlare di qualcuno. Né screenshot, né vocali girati, né commenti a bruciapelo. Cascasse il mondo.
E iniziai a lavorare su un proposito semplice:
Se non puoi parlarne bene, non parlarne affatto.
Da allora ho visto tante cose.
Litigate esplose su gruppi WhatsApp, amicizie finite per uno screenshot inoltrato, o per una frase estrapolata male.
Saluti tolti per un post su Facebook. Ho visto addirittura finire un matrimonio (o forse due) per colpa di un vocale girato a chi non lo doveva sentire.
L’errore è stato a monte: abbiamo lasciato che strumenti pensati per comunicazioni di servizio sostituissero le chiacchierate vere.
Un caffè guardandosi negli occhi. Un abbraccio. Un tramonto goduto insieme, in silenzio, senza la fregola di pubblicarlo.
Il telefono non è colpevole. Lo siamo noi, ogni volta che scegliamo la scorciatoia della codardia digitale.
domenica 20 luglio 2025
Vivi in presenza
Seguimi con la fantasia.
Immagina: all’improvviso, sulla tua scrivania compare un vistoso pulsante rotondo. E un altro… sul bracciolo della tua poltrona preferita.
Come reagiresti? A me prenderebbe un colpo, lo ammetto. Poi, appena ripresomi, inizierei a farmi domande.
Chi si è permesso di violare così la mia intimità, installando senza il mio consenso un pulsante misterioso? Non posso rimuoverlo. Non so a cosa serva. E ogni gesto quotidiano rischia di premerlo per sbaglio.
Non è stato annunciato. Nessuna istruzione. Nessun avvertimento sui rischi Solo: è lì.
Credo che chiunque reagirebbe con la stessa inquietudine. Ci porremmo delle domande, cercheremmo risposte, ne parleremmo con qualcuno.
Eppure, da qualche settimana, Zuckerberg ha fatto esattamente questo.
Su WhatsApp è comparso il pulsante dell’IA, proprio sopra quello per iniziare una nuova chat. E adesso lo trovi insinuato anche nella barra “trova”, quella con la lente.
Domande? Dubbi? Perplessità? Non pervenute.
Ma delle eccezioni esistono e si trovano online, come questa:
"(...) la chat dell'IA tende a insinuarsi nella solitudine e - escludendo gli usi professionali per alcune cose - una parte di coloro che conversano e hanno interscambi quotidiani spesso anche invasivi con ChatGPT, Gemini, e via dicendo, lo fa per mancanza di interlocutori nella vita reale". (Riccardo Dal Ferro, folosofo e scrittore)
La promozione di questi strumenti in maniera invasiva serve solo a una cosa: la monetizzazione della solitudine.
"Ci sono due studi sull'uso delle chat di IA che dimostrano che essendo tali chat riamplificatori di quello che già c'è, non fanno che amplificare il tuo stato di partenza.
Una persona sola amplificherà questa sua caratteristica, e l'epidemia di solitudine in atto da qualche anno in Occidente, vedrà la sua curva innalzarsi ulteriormente.
Viviamo tutti quest'epidemia di solitudine in cui non cerchiamo più l'altro ma il riflesso su uno schermo usando l'altro come specchio.
E' un complotto? Non credo, ma c'è un incentivo che sta diventando promozione.
Semplicemente hanno scoperto che l'individuo da solo è più vulnerabile quindi meglio monetizzabile rispetto alla persona in compagnia." (Riccardo Dal Ferro nel video YouTube "Consumitudine, come stanno monetizzando il tuo isolamento.)
La persona in compagnia guarda meno pubblicità. Compra meno d'impulso, si confronta e magari si lascia distogliere dall'amico, da un compagno.
Vuoi essere davvero sovversivo? Meno schermo, più volti.
Meno social più comunità vere, qualunque esse siano.
Meno like, più caffè davanti a un amico di cui vedi le espressioni.
Cerca comunità vere, incontri veri, connessioni umane.
Vivi "in presenza".
Quel pulsante enorme non potrai toglierlo.
Ma puoi scegliere di ignorarlo.
E più sarai in presenza, più ci riuscirai.
venerdì 18 luglio 2025
Colori carioca, ombre irlandesi e miracoli minimi romani
Pochi minuti fa osservavo quattro attempate turiste brasiliane: belle signore giunoniche, sgargianti nei colori e travolte dall’entusiasmo. Commentavano estasiate l’efficienza dei mezzi pubblici romani.
Poco dietro di loro, una famiglia irlandese – pelle bruciacchiata e sguardi provati dal sole italiano – scuoteva la testa: “Peccato, una città così bella... e così trascurata. Sporca, caotica, autobus insufficienti per tutta questa gente.”
Due scene. Due punti di vista. Tutto dipende da dove parti. E da quanto riesci ancora a vedere – davvero – il buono.
Non mi lamento dei mezzi scalcagnati della periferia dove vivo. Perché ricordo bene il 235, con orari sbilenchi e corse fantasma, che tentava di collegare (più per sport che per utilità) Borgata Fidene con la civiltà.
E ogni sera mi perdo nei tramonti variopinti e sempre nuovi che si stagliano maestosi davanti alla finestra del mio salotto, rigorosamente fuori dal grande Raccordo Anulare.
E' giusto lottare per migliorare le cose sì. Ma la vita è troppo breve per sprecarla lamentandosi.
Coltivare la capacità di vedere il bello, custodirla con cura, praticare la gratitudine ogni giorno: ecco la vera rivoluzione.
Forse – chissà – ci sentiremmo meno in credito con il Creatore. E un po’ più in pace col mondo.
giovedì 17 luglio 2025
Inizia il tempo dell'inganno perfetto. E non siamo pronti
Oggi il Corriere della Sera propone un test con 10 video: interviste, conferenze, promo, influencer. Alcuni sono reali, altri generati con Veo 3 di Google. Risultato? Ne ho azzeccati solo 5.
👉 In metà dei casi, l’IA ha ingannato la mia percezione. Completamente.
Ora immagina cosa può fare chiunque: creare video fake, diffondere false notizie, attribuire parole mai dette a persone reali, fomentare odio con immagini credibili al 100%. Tutto plausibile. Tutto indistinguibile.
E il web diventa quello che sta già diventando: un caos dove tutto è vero e tutto è falso, dove puoi trovare qualunque cosa e anche il suo contrario.
In questo scenario, o credi a tutto, o non credi più a niente.
Entrambe le reazioni sono desolanti. Ma sono già in atto.
Ubi societas, ibi jus. Dove c'è la società, lì c'è il diritto. Dicevano i Romani. Se non intervengono regole chiare sull’uso dell’IA generativa, la situazione ci sfuggirà di mano.
Nella confidente attesa che accada, scelgo di rallentare. Non torno indietro, ma cammino su sentieri più sicuri: libri, riviste, testate con firma, con responsabilità.
Perché preferisco frenare un po' piuttosto che finire nel burrone della sfiducia totale e della credulità cieca.
mercoledì 16 luglio 2025
Non stai scegliendo, stai seguendo un copione invisibile
"Ma come fai oggi senza i social? Ti perdi tutto: notizie, amici, il mondo..."
No. Mi perdo solo quello che l’algoritmo decide di mostrarmi.
Ogni volta che apri un social — Facebook, Instagram, TikTok — non sei tu a scegliere cosa vedere.
Un algoritmo analizza milioni di contenuti e li seleziona per te, sulla base di ciò che hai già guardato, commentato, messo like, ignorato.
Li seleziona. Punto.
Hai davvero potere su quello che ti viene mostrato?
L’ho chiesto direttamente a un’intelligenza artificiale. Ecco la risposta, parola per parola:
"❌ Zero controllo umano diretto: non scegli scorrendo un menu, è l’algoritmo che decide."
E così passi ore a scrollare, cliccare, commentare — nella convinzione di “navigare liberamente” — mentre in realtà reagisci a una lista preconfezionata da una macchina.
Non stai scegliendo. Stai seguendo un copione invisibile.
Perché lo fanno? Per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. Lo chiamano “massimizzare l’engagement”. In altre parole: massimizzare il profitto.
E quando sei tu a pubblicare, non pubblichi più per esprimerti. Pubblichi per piacere all’algoritmo. Per ottenere approvazione. Like. Visibilità.
Così finisci a costruire un’immagine di te che non è te: è una performance calibrata per il feed, ottimizzata per l’attenzione altrui, svuotata di autenticità.
Riassunto brutale:
- Zero controllo: l’algoritmo sceglie per te.
- Zero libertà: più stai attaccato allo schermo più guadagna chi possiede l'algoritmo.
- Zero spontaneità: pubblichi ciò che l’algoritmo approverà.
E poi ti chiedono: “Come fai a vivere senza social?”
Forse la domanda giusta è: come fate voi a vivere con questa gabbia invisibile in tasca?
-
Come ogni mattina cammino lungo Via della Conciliazione. I nastri bianchi e rossi già sbarrano le vie laterali: i preparativi per qualcosa d...
-
Nato in una famiglia di "duri", la mia passione per la lettura e il canto era vista con sospetto dai miei cugini. Le loro continue...
-
Seduto al bar , sorseggio quel caffè mattutino senza il quale non riuscirei a ricordare nemmeno come mi chiamo. Un paio di tavolini più in l...