giovedì 24 settembre 2026

La mitria e il calzino

Il 27 agosto scorso i Chicago White Sox - la nota squadra di baseball - hanno omaggiato papa Leone di un loro gadget che pare vada a ruba negli stadi: un cappello a forma di mitria coi loro colori (nero, oro e un po' di bianco), e il simbolo - un calzino bianco - che svetta nella parte anteriore della mitria in feltro imbottito.

Carino, il pensiero, che rifletteva probabilmente la volontà di omaggiare il Santo padre con un simbolo che richiamasse la sua figura e allo stesso tempo la sua squadra preferita.

Qualcosa però mi ha stonato sin da subito. Non nego i nobili intenti del donatore o di chi la indossa urlando - "Hey batter! Drive it! Go yard!!!" - ma mi stona il business fiutato dal produttore che, da bravo americanone fabbrica soldi, pensa di poter pupazzificare ogni cosa, persino un copricapo denso di significati come una mitria papale.

Non sono il tipo che grida facilmente allo scandalo o alla profanazione del sacro, ma questa cosa in qualche modo mi stonava. Più ne leggevo le notizie e più continuava a stonarmi.

Ho capito allora che probabilmente era il vedere un popolo - sebbene noi non siamo poi così tanto diversi - che ha perso il senso del segno, del simbolo.

Non dico che un tifoso si debba documentare sui tanti significati biblici, liturgici ed ecclesiologici di un copricapo così importante, ma possibile che la cosa dia fastidio solo a me?

Voglio pensare che sia la tipica ignoranza del medio american supporter cresciuto a hot dog e test a risposta multipla, ma poi vedo la valanga di immagini che allaga la mente anche dei nostrani ragazzotti cresciuti a pizza, temi di italiano e versioni di latino e realizzo che il problema è globale.

La questione quindi ,è il cappello o il fatto che non siamo più capaci di chiederci che cosa stiamo guardando?

Che succede quando un segno nato per rimandare a qualcosa che lo trascende, viene separato da ciò a cui rimanda e diventa semplicemente una forma? Un pupazzotto soffice da indossare?

Succede che entra nella macchina della comunicazione di massa che lo rende immediatamente riconoscibile ma progressivamente incomprensibile.

Ma non importa, l'importante è che faccia vendere. Allora gli algoritmi cominciano a macinarlo chiedendo: quanto vale? Quanto è riconoscibile? Quanto, come e con chi può diventare virale? E chi li genera e possiede fa soldi a palate.

Il simbolo, però, pone domande che l'algoritmo (e chi lo programma) forse nemmeno comprende, come: Cosa significa? A cosa rimanda? Cosa custodisce? Cosa chiede a me?

Mi sembra ieri quando mia madre, neoconvertita, chiedeva all'amico padre Carmelo cosa signficasse quella tunica rosa che indossava una sola domenica durante la Quaresima. E mamma aveva la quinta elementare, ma le domande, quando non capiva, se le poneva e come!

Basterebbe porsi una di queste domande per aprire porte capaci di condurci a significati intensi, di quelli che sanno ancora stupire.

Ma ci si deve prendere tempo.

La vera domanda, allora, non è se quel cappello sia una mitria o un gadget o se offende qualcuno. È se riusciamo ancora a fermarci abbastanza a lungo davanti a qualcosa da lasciarci interrogare.

Siamo ancora capaci di rallentare per comprendere ciò che guardiamo? Siamo ancora disposti a concederci questo lusso, o abbiamo già consegnato tutto il nostro tempo agli algoritmi?